Vincent Bolloré
8 Aprile Apr 2018 1200 08 aprile 2018

Perché Vincent Bolloré sta perdendo la campagna d'Italia

Prima l'assalto di Elliott a Telecom con tanto di applausi da parte del governo. Poi l'accordo tra Sky e Mediaset che taglia fuori i francesi dal polo unico delle pay tivù. Il finanziere bretone nell'impasse.

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È Vincent Bolloré il primo grande sconfitto nel riassetto dei poteri economici post 4 marzo 2018? Anche se non è ancora chiaro quale governo avrà l'Italia nei prossimi mesi - e se ne avrà uno prima di nuove elezioni - le mosse intorno a Tim e Mediaset hanno mandato definitivamente in soffitta il sogno del finanziere bretone di una “Netflix europea” e messo in forte dubbio la tenuta del suo impero nel nostro Paese. Fino a tre anni, Bollorè era considerato un uomo centrale nel sistema economico nazionale. Ora non più: esisterà ancora tra poche settimane una Telecom a guida francese? E se anche così fosse, quale spazio di manovra ha in uno scenario dove la politica preme per la cessione della rete mentre i due principali produttori di contenuti si sono alleati per fare a meno di lei?

UN PERCORSO LUNGO 15 ANNI. La “campagna italiana” di Vincent Bolloré era iniziata nel 2002 quando il finanziere riuscì a mettere un piede dentro Mediobanca, allora salotto buono del capitalismo italiano molto più centrale di quanto non sia oggi. Sono gli stessi anni in cui la francese Vivendi batteva in ritirata dal nostro Paese vendendo proprio a Sky, in alleanza con Telecom, Telepiù Italia che, dopo la fusione con Stream, diventò Sky Italia.

BERNHEIM E IL CAV, DUE PILASTRI. Nell'Italia dei primi Anni 2000, due erano considerati i pilastri su cui poggiava Bolloré: da una parte Antoine Bernheim che, proprio nel 2002, era tornato alla guida di Generali, storica partecipata di Piazzetta Cuccia. Dall'altro niente meno che Silvio Berlusconi grazie anche ai buoni uffici di un'amicizia comune, Tarak Ben Ammar, non a caso nel consiglio d'amministrazione di Mediobanca dal 2003.

Tarak Ben Ammar, finanziere tunisino.

Questa però è solo la preistoria, quando del finanziere bretone si discuteva soprattutto per il ruolo che avrebbe giocato nel riassetto del panorama finanziario e assicurativo italiano, anche in relazione al destino di Generali e sempre tenendo conto della sua estrema vicinanza al centrodestra francese e a Nicolas Sarkozy in particolare, che sul suo yacht Paloma festeggiò la vittoria alle Presidenziali del 2007.

VECCHIO PROGETTO DI NETFLIX EUROPEA. La partita intorno ai media ha invece inizio nel 2014, quando Bolloré, oramai secondo azionista di Mediobanca dietro solo a Unicredit, giunse ai vertici di Vivendi. Già dal 2004, inoltre, era primo azionista di Havas, una delle più grandi agenzie di comunicazioni globali. Vivendi era, nei suoi progetti, il nucleo intorno cui costruire una Netflix europea, una grande media company che tiene assieme contenuti, reti, broadcasting.

AMBIZIONI DI CONTROLLO SU TELECOM. In questo disegno l'Italia giocava un ruolo fondamentale con Mediaset e con Telecom, punti nodali di una rete che il francese voleva costruire giocando di sponda con l'ex Cavaliere. In Telecom Bollorè entrò nel 2015 attraverso Telefonica, ottenendo azioni in cambio della vendita di assett in Sud America. Da quel nocciolo del 5% è cresciuto fino a diventare primo azionista con l'attuale 23,9% e ambizioni di controllo evidenti, come hanno dimostrato le dimissioni di Flavio Cattaneo a luglio del 2017 e l'arrivo come chairman di Arnaud Roy de Puyfontaine, già alla guida della stessa Vivendi. In questo caso, Bolloré ha sopravvalutato la sua influenza in Italia, sicuramente ancora forte grazie alla partecipazione in Mediobanca: l'asse con Generali e Unicredit, dove siedono due manager francesi, non gli ha garantito quella capacità di manovra che forse si aspettava nel momento in cui ha deciso di giocare da padrone in Telecom, senza molti riguardi nei confronti del governo.

Arnaud Roy de Puyfontaine.

ANSA

In Mediaset la manovra di avvicinamento è stata ancora più burrascosa: nella primavera del 2016 fu annunciato l'accordo per la cessione di Mediaset Premium con la famiglia Berlusconi. Sembrava il sigillo a un'amicizia lunga un decennio e un concretissimo passo verso una futura integrazione Telecom-Mediaset, almeno fino a quando, pochi mesi dopo, il finanziere francese ruppe l'accordo e, contemporaneamente, crebbe in Mediaset acquistando fino al 28,8% delle azioni in quella che aveva tutte le caratteristiche di una scalata ostile.

LA RETE PUBBLICA E IL FATTORE ELLIOTT. Da allora il quadro si è parecchio complicato. Bolloré paga, da una parte, la rottura con Berlusconi, di cui forse aveva sottovalutato la capacità di reazione. Dall'altra paga l'ostilità del governo attuale e, in prospettiva, anche dei nuovi partiti forti, Lega e M5S, molto sensibili al tema dell'italianità dei pezzi forti dell'architettura industriale e finanziaria italiana. Prima ha iniziato a traballare il controllo su Telecom quando il fondo americano Elliott, noto in Italia per aver fornito a Yonghong Li i soldi per l'acquisto del Milan proprio da Berlusconi, ha raccolto prima sul mercato il 5% delle azioni, e poi ha veleggiato verso il 10%, impugnando la bandiera di Telecom con public company, quindi non più legata a doppio filo al socio francese. Il fondo americano ha chiesto le dimissioni di sei consiglieri perché in conflitto d'interessi, i francesi hanno risposto con dimissioni in blocco che porteranno a una nuova assemblea per l'elezione di un nuovo cda.

GOVERNO A FIANCO DEGLI AMERICANI. Il governo uscente, con il ministro Carlo Calenda, si è schierato a fianco del fondo americano ed è facile che lo stesso faccia un nuovo governo a trazione leghista o a cinque stelle. Fondamentale, in questo senso, l'impegno degli americani per ottenere al più presto l'alienazione ed eventualmente la quotazione della rete telefonica che, certamente, un governo “sovranista” non vuole in mano ai francesi, mentre Vivendi si sta sì muovendo verso la separazione dalle attività commerciali, ma lasciando gli assett comunque all'interno del gruppo. In questa battaglia, la mossa decisiva è la decisione di Cdp di entrare in Tim con una quota del 4-5%, decisione concordata tra i vertici della Cassa (in scadenza), governo uscente, forze politiche come Lega ed M5S. Anceh se ufficialmente la Cassa si tiene (per adesso) lontano dalla disputa tra Elliott e Vivendi, è chiaro che sulle decisioni strategiche rispetto alla rete e alla governance del gruppo, farà sentire il suo peso in chiave "sovranista".

Nel frattempo si è aperta la grana Mediaset. L'accordo con Sky, oltre a mettere nei guai Mediapro sul fronte dei diritti televisivi per il calcio, razionalizza l'offerta pay in Italia consentendo ai clienti, con un unico abbonamento, di accedere a un bouquet di canali più ampio: dopo aver provato in tutti i modi a frenare l'avanzata di Sky nel nostro Paese, il Biscione ha imboccato la via dell'alleggerimento da questo business e gettato le basi per un grande accordo che vede i francesi alla finestra. Bolloré resta azionista di peso di Mediaset, ma senza essere riuscito a prenderne il controllo e con cause milionarie in corso. Adesso si trova nella scomoda posizione di chi deve decidere se andare avanti e provare a ricucire con Berlusconi (manovra costosa) o, magari, disinvestire. Bisogna anche tenere conto che in Vivendi Bollorè ha sì il controllo di fatto, ma a fianco di fondi e investitori istituzionali che chiedono risultati. E, intanto, sul versante politico l'arresto di Sarkozy è stato un duro colpo.

TUTTI I TASSELLI A POSTO, SENZA BOLLORÉ. Il pallino in Italia, ora, è in mano a Murdoch che, inoltre, si è alleato con Open Fiber per far arrivare i suoi contenuti nelle case degli italiani attraverso la fibra “pubblica” a partire dal 2019. Open Fiber ha tra gli azionisti, guarda un po', ha quella stessa Cdp che vuole entrare in Tim. E quindi, ricapitolando: un pacchetto unico di contenuti Sky-Mediaset (domani anche Netflix) che giunge ai clienti tramite satellite, in parte attraverso il digitale terrestre, domani Open Fiber; proprio mentre Telecom, un po' per le pressioni di Elliott e un po' per quelle del governo, si prepara a cedere la rete. Una rete che, qualora tornasse pubblica, andrebbe facilmente a nozze con Open Fiber. Tutti i tasselli, insomma, semberebbero andare al loro posto verso un grande riassetto che razionalizza l'offerta televisiva pay grazie a un'intesa tra gli ex-nemici Sky e Mediaset. In questo scenario non c'è spazio per Vincent Bolloré che, a breve, rischia di perdere il controllo della rete Tim, se non l'intera compagnia. Fuori dai giochi, a meno di nuovi colpi di scena.

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