Telecom Italia 2
8 Aprile Apr 2018 1800 08 aprile 2018

Telecom, una storia tra Stato e mercato

Nel rapporto tra la società e la politica non ci fu solo il piano Rovati per nazionalizzare la rete. Ma anche chi remò in direzione opposta. Come Carlo Azeglio Ciampi, Mario Draghi e il Massimo D'Alema dei capitani coraggiosi. 

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Nella lunghissima storia dei rapporti tra la politica e la Telecom non c'è soltanto il piano Rovati (scritto dal mitico e defunto Angelone) per la nazionalizzazione della rete. Piano, consegnato nel 2006 al largo di Giannutri a Marco Tronchetti Provera da uno dei più cari amici e collaboratori di Romano Prodi, che tanto ricorda l'ingresso di queste ore di Cassa depositi e prestiti nell'azionariato dell'ex monopolista telefonico. E operazione, ieri come oggi, nata proprio per blindare l'infrastruttura.

L'ATTRAZIONE PER IL MERCATO. Ma in questa storia fu anche chi si mosse in direzione opposta, cioè verso il mercato (anzi verso alcuni parti di esso). Come Carlo Azeglio Ciampi e il suo plenipotenziario in via XX settembre Mario Draghi oppure Massimo D'Alema.

Romano Prodi e Angelo Rovati.

L'IDEA DELLA PUBLIC COMPANY. Era il 1997 e l'ex allora ministro del Bilancio e del Tesoro, da dominus delle partecipazioni statali, decise di dare un'accelerata alla privatizzazione di Telecom. Infatti propose all'allora premier Romano Prodi di farne una public company. E per raggiungere il suo obiettivo non si fece scrupoli a decapitare i vertici dell'azienda. A riguardo, ultimamente, l'ex amministratore delegato Tim Vito Gamberale ha raccontato: «Dopo aver portato la Telecom nel ’97 a successi mondiali Ernesto Pascale fu mandato via dall’oggi al domani perché si opponeva alla privatizzazione. E mi dispiace ricordare che a mandarlo via, perché anche gli uomini illustri fanno degli errori, furono Ciampi e Draghi».

IL «NOCCIOLINO» DEGLI AGNELLI. Proprio Ciampi e Draghi, nei mesi successivi, prima decisero di mettere sul mercato il 40% di capitale, quindi - nella prima assemblea della Telecom privatizzata - non si misero di traverso quando si delineò «un nucleo stabile» di privati che assieme non superavano il 6,6% dell'azionariato. Di più, benedirono gli Agnelli, dominus con lo 0,6% controllato attraverso Ifil di quel patto di sindacato, che non a caso fu bollato come «nocciolino».

Massimo D'Alema, Carlo Azeglio Ciampi e Mario Draghi.

La public company andò a farsi benedire, ma una decina di anni dopo Ciampi rivendicò ogni mossa fatta in quell'operazione. In un'intervista concessa a Fabrizio Galimberti del Sole24Ore ammise che il governo di allora puntò tutto sugli Agnelli. Senza fare ammenda, l'ex banchiere centrale prima ricordò che le privatizzazioni «dovevamo farle con le imprese e la finanza che avevamo». Poi rivendicò la scelta della dinastia torinese perché, sottolineò, «speravamo che la Fiat, operando ormai in un settore maturo come l'auto, volesse diversificare in un settore dell'avvenire come le telecomunicazioni». Di lì a tre anni Fiat firmò un accordo che la portò a cedere l'azienda a General Motors, anche se già allora era chiaro a tutti che gli Agnelli sarebbero presto usciti dall'auto con un gruzzolo non indifferente di quattrini da investire. Le cose, sia in corso Marconi sia in Telecom, andarono diversamente.

L'EPOCA DEI CAPITANI CORAGGIOSI. Passarono due anni e il Tesoro si mosse nella stessa maniera - cioè lasciando fare al mercato - quando Roberto Colaninno, Emilio Gnutti e gli imprenditori/finanzieri padani lanciarono un'Opa sulla compagnia. Anche in quel caso il ministero - che all'epoca aveva una quota intorno al 4,5% - decise di non mettersi di traverso in assemblea. Ma questa volta a decidere la linea fu Massimo D'Alema. Il quale definì in quei giorni «capitani coraggiosi» gli autori della scalata.

Roberto Colaninno.

Si è sempre detto che l'allora premier, in una riunione molto tesa con un Ciampi silente, avrebbe imposto a Draghi, direttore del Tesoro, la neutralità, di non schierarsi a favore dell'allora management. Draghi dal canto suo avrebbe chiesto a D'Alema un ordine scritto. Guido Rossi, presidente giubilato dal nuovo corso, non risparmiò critiche alla politica per come fu gestita la cosa. «L’azienda», dichiarò, «è sana, genera utili, non merita di essere al centro di un gioco al massacro».

LA LETTURA DI D'ALEMA. Per la cronaca, nel 2003, intervistato da Repubblica, il Lider Maximo non soltanto smentì di aver usato il termine capitani coraggiosi - «si tratta di una delle tante invenzioni giornalistiche», disse - o di essere amico di Colaninno prima dell'operazione. Ma scaricò ogni responsabilità: «Il mio governo non ha privatizzato la Telecom, che era già privata. Si è limitato a non esercitare la Golden share, lasciando che a decidere fosse il mercato».

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