Padoan, Ue disponibile ad attendere Def
27 Aprile Apr 2018 0800 27 aprile 2018

Def, l'Unione europea è pronta a graziare l'Italia

Bruxelles non imporrà una manovra bis, per evitare di destabilizzare ulteriormente il nostro Paese. Ma in autunno sarà vietato sgarrare. Un messaggio al governo che verrà: niente flat tax o reddito di cittadinanza.

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Spiegano da Bruxelles: «Il Def è stato scritto da un politico che non potrà venire qui a difenderlo. Allora perché infierire sull'Italia?». Il politico in questione, Pier Carlo Padoan, potrebbe avere ottenuto una nuova tregua dall'Unione europea. Soprattutto su una manovra bis per il nostro Paese che in teoria diventa sempre più inevitabile vista la bassa crescita, ma sulla quale nessuno scommette più, perché è chiaro che la Commissione non ha voglia di aprire un nuovo fronte con Roma. Il ministro uscente dell'Economia ha presentato un Documento economico finanziario molto prudente, quasi senza prospettive. E non soltanto perché gli effetti economici inseriti sono a legislazione vigente e la parte delle riforme sarà scritta dal prossimo governo.

CRESCITA INFERIORE AL PREVISTO. Negli ultimi mesi, Padoan ha spesso fatto intendere - e con lui anche organismi terzi come la Banca d'Italia - che gli indicatori facevano presagire una crescita che poteva sfiorare anche il 2 per cento. Ma di queste tendenze si è persa traccia nel documento ufficiale, ultima eredità dell'esecutivo Gentiloni: il Pil aumenterà "soltanto" dell'1,5 per cento nel 2018, per poi scendere all'1,4 e all'1,3 nei due anni successivi. Proprio i numeri del Def fanno intendere che il trend di crescita sta via via indebolendosi e che il prossimo governo - nonostante promesse elettorali complessive superiori ai 250 miliardi di euro - avrà margini di manovra molto limitati. Stando alle stime di Padoan il deficit/Pil quest'anno chiuderà all'1,6 per cento nel 2018 (3 decimali in più rispetto all'iter concordato negli anni scorsi tra Bruxelles e Roma) e allo 0,8 nel 2019, quindi - 12 mesi dopo - saremo al pareggio di bilancio. Il debito pubblico passerà nel biennio dal 130,8 al 128 per cento, per poi scendere fino al 124,7 nel 2020. La disoccupazione invece passerà dal 10,7 al 10,2 per cento.

In questi numeri ci sono due pesantissime eredità per il prossimo esecutivo. In primo luogo, con margini così stretti, sarà difficile sperare che la Ue conceda nuova flessibilità. In secondo luogo, s'impone ai nuovi "padroni" di Palazzo Chigi di approvare riforme poco espansive, molto legate al recupero della spesa, quindi in linea con quelle dei governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. In estrema sintesi, non c'è spazio - con questa crescita - per flat tax o tagli dell'Irpef nelle aliquote mediane, redditi di cittadinanza o sconti alle famiglie. Ma il Def porta con sé una bomba a orologeria che potrebbe scoppiare sempre nelle mani del futuro ministro dell'Economia. Lo scorso autunno la Ue mise in luce non poche criticità sulla manovra italiana per il 2018, facendo intendere che servivano almeno 3 miliardi in più per blindare i conti. Una richiesta poi rilanciata all'inizio di quest'anno e respinta da Paolo Gentiloni e Padoan, convinti che a fine anno la crescita sarebbe stata più ampia del previsto. Cosa che il Documento economico e programmatico smentisce, dando ragione ai timori della Commissione.

GIUDIZIO DEFINITIVO A FINE MAGGIO. La Ue darà le prime indicazioni sul Def il 3 maggio, per poi esprimere il giudizio definitivo alla fine dello stesso mese. Come detto, in teoria, ci sarebbero tutte le condizioni per chiedere una manovra bis. In pratica, fanno capire da Bruxelles, non si vogliono esacerbare i rapporti con l'Italia, dove si fa fatica a trovare una maggioranza di governo. Anche perché le polemiche passate tra Luigi Di Maio e il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici dimostrano che certi toni finiscono soltanto per drogare i consensi dei populisti. Senza contare che in questo momento le polemiche non servono a nessuno: la fine dell'asse franco-tedesco sulla nuova governance chiude, prima che iniziasse, la stagione delle riforme che la Ue attenda da anni; la guerra dei dazi tra Usa e Cina potrebbe mettere in ginocchio anche il Vecchio Continente (Padoan ha calcolato per l'Italia ripercussioni dello 0,3 per cento del Pil); la ripresa in tutta l'Eurozona si sta affievolendo, non soltanto in Italia.

LA VARIABILE DEL GOVERNO. È molto probabile che nei suoi prossimi giudizi la Ue critichi i conti italiani e metta in allarme la nostra politica, richiamandola a un maggiore attenzione sulle finanze pubbliche. Rimandando però tutta la partita alla finanziaria. In soldoni, nessuna manovra bis in primavera, ma anche nessuno sconto in autunno. Al riguardo il vicepresidente della Ue, Valdis Dombrovskis, è stato alquanto chiaro nella sua ultima visita in Italia: bisogna scendere sotto l'1,3. Uno scenario di rinvio, questo, che potrebbe rafforzarsi se accanto ai Cinquestelle nella compagine di governo ci saranno al posto dei sovranisti della Lega gli europeisti del Pd.

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