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5 Maggio Mag 2018 1800 05 maggio 2018

Ultima chiamata per salvare Piaggio

Il governo chiede 766 milioni per il drone P2HH. Il generale Vecciarelli: un vantaggio competitivo per l'Italia anche rispetto al Male europeo. Ma i dubbi dei parlamentari sono tanti. I malumori di Abu Dhabi. 

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Il 2 maggio il capo di Stato maggiore dell'aeronautica, Enzo Vecciarelli, è stato ascoltato dalla commissione speciale del Senato per l'esame degli atti urgenti del governo sul programma che dovrebbe tenere in vita la Piaggio Aerospace: lo sviluppo di velivoli a pilotaggio remoto di nuova generazione, i P2HH. A febbraio, il ministro della Difesa Roberta Pinotti aveva presentato al Parlamento un decreto che prevede l'acquisto da parte dell'Aeronautica di 20 sistemi P2HH per un totale di 766 milioni di euro. La commissione deve ora esprimere il suo parere, che sarà vincolante. In ballo c'è la sopravvivenza stessa dell'azienda ligure, dal 2014 di proprietà al 100% di Mubadala, fondo degli Emirati Arabi Uniti: con la cessione del ramo motori, infatti, alla società non restrebbe che il programma militare.

IL PROGETTO P2HH. Dopo anni turbolenti, con i conti in rosso, ritardi sullo sviluppo del primo prototipo di drone, il P1HH – uno dei quali si è misteriosamente inabbissato nel Mediteranneo (Vecciarelli ha spiegato che sulla vicenda c'è un'inchiesta secretata della magistratura) - alla fine del 2017 l'azionista emiratino ha accettato di investire ancora nell'azienda una cifra pari a quella che dovrebbe spendere l'Aeronautica, circa 700 milioni, a patto però che il nuovo piano industriale si concentrasse sul programma militare con un nuovo velivolo a pilotaggio remoto, il P2HH, che dovrebbe avere carrateristiche superiori al P1HH: fusoliera più ampia, carrello più pesante, ali allungate. Un sistema che si posizionerebbe «nella fascia alta dei velivoli strategici», come ha spiegato il colonnello Luca De Martinis in commissione.

I DUBBI NON MANCANO. Il condizionale è d'obbligo perché, come hanno sottolineato diversi parlamentari, le incertezze sono numerose: sui tempi di realizzazione, sui costi, sulla opportunità per l'Italia di avventurarsi in un programma di sviluppo a lungo termine – la spesa è spalmata su 15 anni, la prima macchina certificata P2HH dovrebbe essere disponibile alla fine del 2022 – con il rischio di ritrovarsi poi un prodotto superato tecnologicamente da altri velivoli, di produzione per esempio israeliana o americana - due Paesi all'avanguardia nel mercato dei droni - e che potrebbe entrare in conflitto con un altro progetto in cui l'Italia è coinvolta attraverso Leonardo, il Male 2025, il programma di sviluppo di un drone europeo con la Francia, la Germania e la Spagna.

Su quest'ultimo aspetto, Vecciarelli è stato molto netto. «Prevalenza del Male sul P2HH? È esattamentre il contrario», ha risposto il generale a chi chiedeva se il piano di Piaggio non entrasse in conflitto con quello europeo di Leonardo. Vecciarelli ha rivendicato la paternità del progetto europeo - «sono io la genesi» - sottolineando però allo stesso tempo quanto sia ancora in una fase poco più che concettuale: quello che la scorsa settimana è stato presentato al salone aeronautico di Berlino, il modello del Male Rpas 2025, in realtà è solo uno studio di fattibilità, ha detto il generale, «viene propagandato come un grande successo ma questo è». Tra l'altro, ha aggiunto, «è molto simile al P2HH, quasi come lo avessero ricopiato».

FRANCIA E GERMANIA FANNO SHOPPING IN USA E ISRAELE. Inoltre, sia la Francia che la Germania stanno acquistando droni militari da Israele e dagli Stati Uniti, conquistando così un vantaggio competitivo rispetto all'Italia che non ha rinnovato il suo parco velivoli a pilotaggio remoto, nonostante i Predator comprati dagli Usa negli anni scorsi siano ormai obsoleti. «Teniamo un approccio europeo ma puntiamo anche sull'industria nazionale con il progetto P2HH che è gestito da Leonardo e Piaggio, 50%-50%», ha concluso Vecciarelli.

La storia degli ultimi quattro anni dell'azienda ligure tuttavia suggerisce prudenza, come gli stessi vertici dell'Aeronautica hanno riconosciuto. Ripercorrendo la vicende accidentate del programma P1HH – in cui non solo il governo come titolare della golden power ma anche l'Aeronautica è coinvolta, essendo il cliente di lancio e l'autorità che deve certificare il velivolo - De Martinis ha ricordato come nel 2014 l'azienda si fosse impegnata in un programma industriale fuori dalle sue capacità.

IL PASSO TROPPO LUNGO. «I velivoli a pilotaggio remoto che sono ritenuti strategici dagli Emirati hanno portato Mubadala nel 2014 ad acquisire il 100% di Piaggio», ha ricordato il colonnello. Gli Emirati avevano firmato un contratto per l'acquisto di otto sistemi P1HH. Consegna prevista a partire dal 2016. Ma «molti requisiti che erano associati al P1HH si sono dimostrati non raggiungibili per un'industria che in due anni doveva consegnare il prodotto. C'è stata una generale sottovalutazione, sottostima della sfida tecnologica per un'azienda che fino al 2014 operava sostanzialmente solo nel business civile ma non aveva prodotti militari quindi non era dotata di tutte le caratteristiche che rendono un'azienda capace di produrre per il settore della difesa». Questo, unito a «un eccesivo turnover del management deciso dagli azionisti, ha generato un ritardo nel programma P1HH che ad oggi non è ancora stato consegnato».

I MALUMORI DI ABU DHABI. Trattandosi di una azienda definita strategica, l'esecutivo aveva - attraverso la golden power - il diritto/dovere di vigilare sia sulla protezione del know how - per evitare un trasferimento di tecnologia non autorizzato - sia sulla continuità produttiva. I ritardi rispetto al piano industriale e alle consegne hanno generato invece «l'indisponibilità degli azionisti nel continuare a finanziare il programma e lo sviluppo del P1HH e a farsi carico degli oneri soprattutto verso quelli che erano i fornitori dell'azienda generando uno stop work per circa sei mesi», ha ricordato de Martinis. Una situazione di stallo che si è sbloccata a dicembre dello scorso anno solo con un nuovo piano industriale, un nuovo modello di drone, e la promessa agli Emirati che anche l'Italia si sarebbe fatta carico in qualche modo di contribuire al futuro aziendale di Piaggio: ad Abu Dhabi, infatti, non sono affatti contenti di come sono andate le cose fin qui.

Il P1HH ha computer di bordo che non consentono una sua evoluzione, una struttura pesante, sistemi informativi inadeguati

Colonnello Luca De Martinis

La prima macchina P1HH dovrebbe essere consegnata agli Emirati entro questa estate, ma avrà solo alcuni dei requisiti che erano nel piano industriale iniziale del 2014. Secondo De Martinis, il P1HH, infatti, è un velivolo «della fascia bassa, basssisima del mercato dei velivoli strategici», «ha computer di bordo che non consentono una sua evoluzione», «una struttura pesante», «sistemi informativi inadeguati».

RILANCIO O AZZARDO? Queste le premesse da cui muove la nuova avventura di Piaggio. Certo, il management è cambiato e il nuovo progetto di P2HH sembra essere fondato su tempistiche e caratteristiche tecniche più precise e realizzabili. L'aeronautica e il governo chiedono al Parlamento fiducia: il progetto rilancerà l'azienda portando l'Italia in una posizione competitiva rispetto agli altri Paesi europei in un mercato, quello dei droni, in grande espansione. Ora la parola passa a deputati e senatori, con la consapevolezza che se dovesse saltare il P2HH, l'alternativa per Piaggio al momento non c'è.

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