Bitcoin Cina
7 Maggio Mag 2018 1547 07 maggio 2018

Nessuna cryptocurrency piace al mondo delle associazioni dei consumatori

Questi movimenti dovrebbero essere vicini al mondo degli inventori e sviluppatori di nuove tecnologie. Una riflessione e una alleanza sarebbero utili a entrambi.

  • Mariano Giovanni Carozzi
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Limitando l’analisi all’Italia, se scrivete su un motore di ricerca due parole a caso tipo «bitcoin» e «Altroconsumo», su un ipotetico podio, a parte l’inevitabile articolo su cosa sono e come funzionano le monete virtuali, al primo posto trovate un simpatico Bitcoin: te la diamo noi la bolla!, seguito al terzo posto da un perentorio No al bitcoin!. Queste posizioni sono sicuramente motivate dalla preoccupazione che alcuni risparmiatori attratti da una facile prospettiva di guadagno corrano rischi a cui non sono preparati ed è valida soprattutto per il fenomeno delle Ico (vedi Dropthebit 12 dove introducevo il tema del consumerismo).

Per ragioni ideali però i movimenti dei consumatori dovrebbero essere vicini al mondo degli inventori e sviluppatori di una cryptocurrency, e per più di una ragione. Ritornando alle origini, se devo pensare a cosa ha rappresentato l’avvocato Nader nella nascita del movimento dei consumatori e nella lotta a favore della sicurezza dei cittadini contro i produttori americani di automobili, contribuendo alla ricerca di autovetture più sicure grazie a regole di produzione che non rispondessero solo al profitto, non faccio fatica ad avvicinarlo a Satoshi Nakamoto che  —  in tempi e modi diversi —  cerca e trova una soluzione per rendere la moneta e i pagamenti più sicuri, più efficaci, meno costosi e… indipendenti dalle banche.

Ma c’è anche una ragione più grande, in quanto esiste una forte contiguità nelle radici ideali di chi sogna un mondo decentralizzato e cerca di tornare a un web in cui contano le persone e chi ci tutela contro le grandi società, in ragione del potere contrattuale di cui queste a volte abusano, e cerca di colmare l’asimmetria informativa a favore dei soggetti più deboli. Ci sono anche delle differenze e di queste probabilmente una è molto europea e una vale in tutto il mondo. In Europa la via per la tutela del consumatore passa dagli Stati e soprattutto dall’Ue e in tutto il mondo - con le class action o con procedimenti singoli ad hoc, che spesso diventano manifesti preparatori di un comune sentire - i diritti vengono affermati e spesso richiesti prima che siano formalizzati da una legge nelle aule dei tribunali. Un mondo quindi di legali, di contesti collettivi e di sentire politico.

Nel mondo crypto vince invece la tecnologia, il soggetto anche quando è community è molto spesso antagonista se non avverso alle regole statali spesso un po’ sul filone dell’affermazione — condivisibile solo con molte precisazioni —  «code is law» (il codice è legge). Una riflessione e una alleanza sarebbero utili a entrambi, nessuno più del mondo consumeristico è autorevole e si spende per una maggiore competenza finanziaria e tecnologica diffusa, questo è un dato imprescindibile per lo sviluppo di qualunque protocollo o ecosistema basato su una blockchain e/o una cryptocurrency.

Un mondo decentralizzato è però un mondo migliore per i consumatori che avranno più privacy, più alternative, più consapevolezza di quello che la rivoluzione tecnologica sta cambiando nella nostra vita di tutti i giorni, non solo prodotti finanziari diversi. Solo con il contributo del mondo della tecnologia possono venire le risposte alle multinazionali che oramai contano come uno Stato sovrano e dichiarano di realizzare prodotti e customer journey con il consenso del consumatore, promosso al ruolo di pro-sumer. Ma quanto quel consenso è formato su solide basi o influenzato dagli algoritmi dei social? Cosa faremo se dopo General Motor scomparisse anche Facebook e non ci fosse un colpevole ma qualcosa nascosto dietro l’impenetrabile cortina di una Decentralized Autonomous Organization? L’ innovazione è inarrestabile, conoscerla è l’ unico modo per migliorarla.

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