Ilva Impianto Galati
8 Maggio Mag 2018 0800 08 maggio 2018

Ilva, così l'Ue decide sulla sorte di 15 mila operai e apre a Cdp

Per l'acquisto di Taranto ArcelorMittal deve cedere sei impianti. Ma manca l'accordo con i sindacati. Mentre l'ingresso di Cassa depositi e prestiti pare imminente. Cosa cambia dopo la decisione dell'Antitrust.

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Più che un via libera è un risiko di dimensioni continentali. Con il suo sì condizionato all'acquisto dell'Ilva di Taranto da parte di ArcelorMittal - il più grosso colosso del settore a livello globale, con 115 milioni di tonnellate di acciaio grezzo prodotte l'anno, grazie al lavoro di 209 mila dipendenti in 19 Paesi - la potente commissaria Margrethe Vestager, detentrice di uno dei più tangibili e ampi poteri dell'Unione europea, ha deciso il 7 maggio 2018 anche della sorte di altri sei impianti produttivi dislocati nell'Ue di cui ArcelorMittal ha proposto la cessione per non incorrere nella scure dell'Antitrust europeo e quindi del destino di poco meno di 30 mila lavoratori europei (i 14 mila dell'Ilva e i 15 mila degli altri stabilimenti) oltre che aver di fatto aperto al chiacchierato ingresso da parte di Cassa e depositi e prestiti nell'Ilva che sarà.

IMPONENTE PIANO DI CESSIONI. Il semaforo verde, arrivato dalle decine di tecnici che a Palazzo Berlaymont si occupano della concorrenza, è la conclusione dell'indagine antitrust avviata a novembre 2017 e soprattutto di negoziati che il 22 marzo, secondo quanto risulta dai documenti pubblicati dall'Antitrust europeo, hanno portato ArcelorMittal a presentare un imponente piano di cessioni.

Ilva, ok condizionato dell'Ue ad ArcelorMittal

"La decisione odierna garantisce che l'acquisizione di Ilva da parte di ArcelorMittal, che andrà a creare il produttore d'acciaio di gran lunga più grande d'Europa, non si traduca in un aumento dei prezzi dell'acciaio a danno delle industrie europee, dei milioni di persone che vi lavorano e dei consumatori", ha dichiarato la commissaria Ue alla concorrenza Margrethe Vestager.

In un primo momento, infatti, sembrava che l'uscita del gruppo Marcegaglia, cioè del gruppo che peraltro esprime oggi anche la presidente della Confindustria europea, e la cessione di alcuni stabilimenti produttivi in Nord Europa avrebbero potuto far fronte alle preoccupazioni della Commissione sulla mancata concorrenza e quindi agli effetti di un eventuale monopolio su imprese e consumatori. Ma non è andata così.

POSTI BRUCIATI NEL SUD EUROPA. In Lussemburgo, dove ArcelorMittal ha sede e nazionalità, il governo ha battagliato contro il piano per la cessione di un impianto di 175 lavoratori. In Italia non è ancora chiara la sorte di 60 lavoratori sui 480 dello stabilimento di Piombino pronto a essere acquisito dal concorrente Arvedi. Ma le maggiori cessioni riguardano l'Europa del Sud e due stabilimenti da migliaia di posti in Romania e Repubblica Ceca.

Da qui ad almeno alla fine del 2018 il gigante dell'acciaio, formalmente lussemburghese, è destinato a liberarsi di due linee di lavorazione e di un impianto di produzione nello stabilimento di Liegi, in Belgio, per un totale di 400 dipendenti, dell'impianto di Galvalange in Lussemburgo, di Piombino. Soprattutto venderà l'impianto di Galati in Romania, una fabbrica che ancora nel 2001 contava 25 mila lavoratori ora ridotti a 6.500 che hanno valso alla cittadina il nome di "città dei produttori di acciaio".

SI VENDE ANCHE IN FRANCIA. Pronta a essere ceduta anche la produzione di Ostrava, il maggiore stabilimento della Repubblica Ceca, che tra fabbrica e indotto impiega circa 7.250 persone. Oltre che altre attività di distribuzione in Francia e Italia legati agli impianti ceduti e funzionali alla loro autosufficienza, secondo quanto precisa ArcelorMittal a Lettera43.it.

PARTITA SU SCALA EUROPEA. La partita dell'Ilva è una partita su scala europea. La Commissione ha ufficialmente negato di aver chiesto la cessione di questo o quell'impianto, però l'«esame approfondito» della Commissione è stato portato avanti per ogni settore, tipologia di prodotto e area territoriale. La produzione di acciaio laminato caldo, freddo o di acciaio zincato sono stati analizzati separatamente. Addrittitura a Galati, Arcelor dovrà fornire finanziamenti all'acquirente dei suoi impianti per aumentare la produzione di acciaio laminati a caldo e farle concorrenza.

SI È GIUNTI A UN COMPROMESSO. Ma l'esame ha evidenziato un rischio di concentrazione sul mercato dell'Europa Sud orientale e alla fine si è giunti a un compromesso attraverso il quale di fatto ArcelorMittal cede impianti e fabbriche che impiegano più forza lavoro di quella attualmente presente a Taranto e al centro del difficile negoziato con i sindacati.

La commissaria europea Margrethe Vestager.

ANSA

Per gli altri impianti, intanto, si devono cercare acquirenti. E se dalle parti di Arcelor assicurano che non dovrebbero esserci problemi di offerte, in diversi Paesi Ue le organizzazioni dei lavoratori chiedono garanzie. Sugli acquirenti, del resto, l'ultima parola sarà sempre della Commissione europea: in un mercato come quello dell'acciaio dove i player giocano su scala mondiale il rischio è infatti trovarsi gli stessi problemi di concorrenza avuti con l'europea ArcelorMittal - è il caso per esempio della ThyssenKrupp le cui nozze con il gigante indiano Tata sono sotto il faro della squadra di Vestager - o con offerte provenienti da concorrenti che possano essere considerati responsabili di dumping, vedi i giganti cinesi. Il tutto mentre Washington minaccia una guerra commerciale proprio a partire dall'acciaio.

QUALI INVESTITORI STRANIERI? Per gli stabilimenti in vendita è probabile che si presentino investitori stranieri sì, ma «piccoli attori di cui serve conoscere solvibilità e liquidità», ha spiegato Didier Van Caillie, professore di economia all'università di Liegi, interpellato da Le Soir. Per ArcelorMittal invece si apre una nuova fase di procedure per alienare da sé gli stabilimenti nel minor tempo possibile attraverso la costituzione dei trust. E poi una ulteriore fase di presentazione delle offerte comunque condizionate al sì di Bruxelles.

Mentre per le organizzazioni dei lavoratori italiani il fatto che nel pacchetto di cessioni ci siano impianti che rappresentano 15 mila lavoratori potrebbe tornare utile in una trattativa in cui, come il ministro Carlo Calenda ama ripetere a ogni occasione in stile mantra, l'accordo sindacale è la sola cosa che manca. In questo puzzle, il tanto chiacchierato ingresso della Cdp nell'azionariato di Ilva, con un investimento da 100 milioni, è un particolare dato quasi per scontato dalle parti. A Bruxelles come a Milano. Fonti vicine al dossier in Europa e in Italia fanno capire che è una questione più di "quando" che di "se", in linea del resto con il ruolo ormai acclarato che le casse di investimento pubblico stanno assumendo nelle strategie non solo delle prime economie europee ma della stessa Ue.

ECONOMIA SOCIALE DI MERCATO. Nel giorno del semaforo verde, Vestager ha twittato una foto del suo incontro con il ministro delle Finanze tedesco Peter Altmaier e ha scritto: «Discussione sul rafforzamento degli Stati membri in materia di aiuti di Stato - l'Ue deve essere grande con i grandi e piccola con i piccoli - e sulla moderna economia sociale di mercato». E sarà pure una coincidenza, ma a Bruxelles l'intervento sul gigante multinazionale ArcelorMittal è stato su scala continentale e l'interventismo di Cdp, azienda formalmente privata e tenuta a seguire le regole di mercato, è solo un dettaglio di una moderna economia sociale.

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