Fidel Castro

La morte di Fidel Castro

Frei Betto Castro
26 Novembre Nov 2016 1442 26 novembre 2016

Frei Betto: «Fidel Castro? Un uomo di fede che amava l'umanità»

Da quasi 40 anni era uno degli uomini più vicini di Fidel. A L43 ricorda i momenti più intimi: «Aveva fede, eccome: credeva nelle persone, nell’umanità».

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Si erano conosciuti a Managua, nel 1980, in occasione del primo anniversario della rivoluzione sandinista, e da allora non si sono mai lasciati. L’uno rivoluzionario marxista, l’altro frate domenicano, teologo della liberazione, incarcerato durante la dittatura brasiliana e naturalmente votato a trovare in Castro quel Lìder liberatore che l’America Latina aveva aspettato per decenni.

UNO DEGLI UOMINI PIÙ VICINI A FIDEL. Frei Betto, il religioso, dopo quel primo incontro, era diventato in breve uno degli uomini più vicini a Fidel (e al fratello Raul), tanto da scrivere con lui il bestseller mondiale Fidel y la religion: conversaciones con Frei Betto sobre el marxismo y la rivolucion (in italiano, La mia fede, Edizioni Paoline, «Ma lo metta in spagnolo, ché lo avete tradotto male, il vostro titolo non dà il senso della complessità»), volume estremamente intimo – e altrettanto apologetico – capace di entrare nel privato dell’uomo che credeva che il comunismo e Dio, tutto sommato, potessero coincidere.

«CASTRO AVEVA FEDE E CREDEVA NELL'UMANITÀ». «Fidel aveva fede, eccome: credeva nelle persone, nell’umanità», dice oggi Frei Betto, rispondendo al telefono dal Brasile, dove Raul stesso lo ha informato della morte del fratello. «Il mondo ha appena perso l’ultimo grande leader politico, il più grande leader politico del XX secolo».

DOMANDA. Quando vi siete visti per l’ultima volta?
RISPOSTA. Era agosto, il 13, per i suoi 90 anni. Abbiamo passato la giornata insieme.

D. Come stava Fidel in quel momento?
R. La sua testa era ancora totalmente a posto, solo il corpo era debole. Debole ma non poi così tanto: nel pomeriggio uscimmo di casa e andammo fino al teatro Carl Marx per assistere alle celebrazioni del suo compleanno.

D. Come reagiva Fidel a queste celebrazioni?
R. Si commuoveva, si sentiva come un padre davanti ai suoi figli. A Cuba la gente ha una profonda venerazione per la sua figura.

D. Quelli che non lo odiano…
R. No, anche chi contesta la rivoluzione ama Fidel, perché ha riscattato la dignità del popolo cubano. Prima Cuba era un piccolo Paese senza importanza nello scenario internazionale e ora nessuno la ignora. Basti pensare che Cuba negli ultimi anni ha ricevuto quattro visite papali e non è certo un Paese che si può considerare cattolico.

D. E secondo lei perché papi così diversi sono corsi a Cuba?
R. Dimostra l’importanza della lotta di Fidel per la dignità e la sovranità cubana.

D. Eppure i contestatori non mancano. Come reagiva Castro alle contestazioni, quando gli dicevano per esempio di aver ammazzato lui stesso la rivoluzione?
R. Era tranquillo. Rispondeva sempre: «Nessuno se l’è mai presa con la rivoluzione francese, o con tanto meno con la resistenza contro il nazifascismo». Lui sapeva di aver liberato Cuba e di averlo fatto cercando il minor danno umano possibile. I bambini di strada hanno smesso di morire grazie al socialismo di Cuba: questa per lui era la più grande soddisfazione, lo consolava dai danni obbligati che ogni processo rivoluzionario deve portare con sé.

D. I problemi però si sono manifestati nel tempo. Per esempio nella mancanza di libertà: lei, Frei Betto, cosa pensa dei prigionieri politici e come consigliava Fidel al riguardo?
R. Prigionieri politici? In questo momento non ce ne sono a Cuba.

D. Non ce ne sono?
R. No, affatto. Se lo ricorda Raul Castro cos’ha detto quando Obama è arrivato all’Avana? I giornalisti chiedevano dei detenuti politici e Raul ha ribattuto: «Ditemi i loro nomi e li metto in libertà adesso». I giornalisti non hanno saputo fare nemmeno un nome.

La sua testa era ancora totalmente a posto, solo il corpo era debole

D. Lei è stato fatto prigioniero della dittatura brasiliana quano era giovane, per la sua attività politica. Il problema della libertà di espressione è estremamente rilevante a Cuba.
R. È normale che la persone contrarie a un certo sistema politico, e che cercano di rovesciarlo con la violenza, o incitandola, siano incarcerate.

D. Non si sono registrati episodi di violenza a Cuba, mai. La libertà di espressione fa parte dei diritti umani.
R. Fidel sapeva bene che non c’è nessun altro Paese dell’America latina che goda dei diritti umani che ci sono a Cuba. Cuba è l’unico Paese che non ha famiglie che soffrono la fame.

D. La povertà però c’è a Cuba.
R. Ha mai visto una foto di gente che soffre la fame, di gente che vive per strada, è a conoscenza di problemi di droga o di mafia a Cuba? Gente a cui è negata l’assistenza sanitaria? Cuba si può criticare, ovviamente, criticare è un diritto, ed è una prerogativa democratica. Ma in modo intelligente, non per un odio preconcetto.

D. Lei pensa che Cuba sia una democrazia?
R. Certo, è una democrazia socialista che è molto difficile da capire per noi che viviamo in un mondo capitalista pieno di disuguaglianze e di sofferenze. Nei nostri Paesi, in Italia e in Brasile per esempio, c’è una democrazia politica virtuale ma non esiste la democrazia economica. A Cuba c’è più democrazia economica che politica.

D. Non è una formula un po’ strana, sembra dire che la democrazia politica non esiste…
R. A Cuba non ci sono mai state manifestazioni di massa, di protesta contro il governo, come quelle che ci furono per esempio nel blocco sovietico…

D. Già, ma forse c’entrano la presenza di polizia per le strade e il controllo molto severo di ogni movimento.
R. A Cuba non c’è polizia per la strada! Lo ha detto persino Giovanni Paolo II quando visitò l’Avana, mai visto un Paese così senza polizia come Cuba. E io sono d’accordo…

D. Cosa pensa che succederà ora?
R. I cubani sono persone istruite e intelligenti, continueranno nella rivoluzione ma anche nel processo straordinario di apertura al mondo.

D. Con la morte di Fidel esiste il rischio di una contro-rivoluzione?
R. I problemi che possono esistere non arrivano da Cuba, ma dall’America. Anzi, da Donald Trump.

D. Cosa si aspetta da Trump?
R. Trump è un pazzo, un pazzo totale. È uno paragonabile a Hitler: può fare qualsiasi cosa, non riesco a immaginarmelo.

D. Fidel era d’accordo sull’apertura agli Stati Uniti?
R.
Io posso dire che Raul lo ha sempre consultato, fino all’ultimo, per qualsiasi decisione importante. Passavano molto tempo insieme, si amavano moltissimo e non c’era scelta importante in cui Fidel non venisse interpellato.

D. Per chiudere, qual è il suo ricordo più intimo di Fidel?
R. Fidel era un uomo affabile, che ascoltava, che sapeva dialogare. Anche i suoi nemici una volta che lo conoscevano non sapevano più staccarsene: pensate a Carter e a molti altri americani. Personalmente, molte volte con Fidel ho criticato la rivoluzione. Lui mi rispondeva sempre che criticarlo non era solo un mio diritto, bensì un mio dovere.

D. E cos’era che criticava?
R. Non intendo dirglielo. Agli amici si fanno le critiche, i nemici si denunciano. E io sono amico del popolo di Cuba.

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