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27 Novembre Nov 2016 1500 27 novembre 2016

Clima, perché è presto per fidarsi di Trump

Donald ritratta su negazionismo e protocollo di Parigi. Dal transition team, però, arrivano segnali opposti. «E la sua politica ambientale sarà pro-fossili», dice Iacoboni di Greenpeace. «Cop22? Ancora tanti dubbi».

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La Cop22 delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici s'è conclusa con una certa dose di trionfalismo nei comunicati ufficiali. Tuttavia, rimangono ombre sui risultati operativi. E a questo si aggiunge l'incertezza sulla posizione americana a fronte dell'arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca.

L'INCOGNITA TRUMP. I detrattori del tycoon non hanno mancato di notare che per sondare il terreno con l'Epa (l'Agenzia Usa per la protezione dell'ambiente, ndr) ha inviato Myron Ebell, noto personaggio del sottobosco delle lobby, nonché capo del Conservative Enterprise Institute, un think-tank finanziato da Exxon, Mobil, Dow Chemical ed Ely Billy. Quello che preoccupa è la posizione negazionista di Trump, in parte ritrattata in un'intervista al New York Times, rispetto al cambiamento climatico e agli effetti negativi.

SEGNALI CONTRASTANTI. Nell'intervista, contrariamente a quanto affermato finora, il presidente eletto dice anche che non si ritirerà dal protocollo di Parigi. «Sostiene di essere disponibile a valutare la situazione», spiega a Lettera43.it Luca Iacoboni, responsabile della Campagna Clima ed Energia di Greenpeace. «Il che è effettivamente un segnale di apertura, ma la composizione del suo transition team dà in realtà segnali opposti».

Luca Iacoboni, responsabile della Campagna Clima ed Energia di Greenpeace.

DOMANDA. Trump sembra fare un parziale dietrofront sul negazionismo riconoscendo la responsabilità umana per il cambiamento climatico. «Credo ci siano delle connessioni, in qualche caso», ha dichiarato al Nyt.
RISPOSTA. È decisamente troppo poco per essere ottimisti. Trump dovrebbe attenersi a ciò che dice la scienza.

D. Come sarà la sua politica ambientale da presidente americano?
R. A favore dei combustibili fossili. Il fatto è che il mercato sta andando in un'altra direzione. Le rinnovabili sono ormai protagoniste in America, perchè sono economicamente convenienti e creano posti di lavoro. Trump non potrà andare contro tutto questo.

D. Come giudica la Cop22 appena conclusa? Ha rappresentato un passo avanti?
R.
Solo nella misura in cui si è dato seguito in meno di un anno agli obiettivi siglati dalla Conferenza di Parigi. Hanno ribadito l'impegno tutti i 196 Paesi firmatari. E questa dichiarazione è un chiaro messaggio politico a Trump. E poi c'è il caso russo.

D. Ovvero?
R.
Mosca non ha ancora ratificato gli accordi di Parigi.

D. C'è un problema legale connesso al fatto che non si può costringere un Paese a implementare gli obiettivi della conferenza?
R.
Dal punto di vista formale non è un problema, in quanto il protocollo di Parigi è in vigore ed è stato ratificato dal 55% dei Paesi responsabili del 55% delle emissioni.

D. E allora quale potrebbe essere, operativamente, il guaio nel caso di Usa o Russia?
R.
Da un lato Trump non può dire: «Prendo e me ne vado». Ma se gli Usa decidono di non rispettare gli obiettivi del protocollo, non sono previste sanzioni.

D. Potenzialmente, l'unico punctum dolens è la futura posizione americana?
R.
Assolutamente no: rimane, per esempio, il nodo del Green Climate Fund.

D. Ossia?
R.
È un fondo di 100 miliardi di dollari annui, a partire dal 2020, e provenienti dai Paesi più ricchi come Usa e Ue, che servirebbe a sostenere gli Stati maggiormente vulnerabili per combattere i cambiamenti climatici.

D. Esattamente a cosa dovrebbero servire questi fondi?
R.
A incentivare progetti di energia rinnovabile e di efficienza energetica, ma anche, laddove ci sono spesso inondazioni a causa di cambiamenti climatici, a mettere i territori in sicurezza.

D. E qual è il problema?
R.
Continua il dibattito sull'uso di questi fondi, cioè in quale percentuale avranno uno scopo di mitigazione (riduzione delle emissioni) o saranno invece rivolti a una politica di adattamento (interventi per aiutare le popolazioni a convivere con i mutamenti del clima irreversibili).

D. Oltre ai Paesi ricchi anche l'industria del fossile, rappresentata alla conferenza, è chiamata a dare il suo contributo?
R.
No, si sta muovendo per finanziare azioni contro il cambiamento climatico. Ma questo è il cosiddetto greenwashing, cosa ben diversa dal Green Climate Fund.

D. Cosa s'intende per greenwashing?
R.
S'intende con una mano dare qualche milione, o qualsiasi cifra sia, per dei piccoli interventi a favore dei Paesi vulnerabili, mostrando di fare qualcosa. E con l'altra, la più importante, causare i disastri. Come fa appunto la Exxon, tanto per fare un esempio.

D. Questi giganti, però, non possono chiudere la saracinesca e il loro business tout court...
R.
Sì, ma abbiamo anche esempi positivi. Enel negli ultimi anni ha presentato un piano per muoversi dal carbone alle energie rinnovabili e chiuderà 23 centrali. Il grosso del business fossile, con i suoi enormi asset - petrolio, carbone e gas - peraltro destinati a morire, continua ad arroccarsi su certe posizioni.

D. Si aspetta che mollino tutto da oggi a domani?
R.
No, ma di fronte all'emergenza dimostrata dalla scienza dovrebbero muoversi, in un percorso rapido, verso le rinnovabili, abbandonando un'industria comunque in calo. È una semplice questione di lungimiranza.

In Italia stiamo clamorosamente perdendo terreno
sulle rinnovabili.
E quindi anche
posti di lavoro

LUCA IACOBONI

D. Secondo Noam Chomsky, siamo a un punto di non ritorno per ciò che riguarda i cambiamenti climatici causati dall'uomo. Troppo drammatica come interpretazione?
R.
Personalmente mi attengo a quello che ci dice la scienza: non dobbiamo andare oltre un aumento di 1,5°, massimo 2° entro fine secolo.

D. Alcuni scienziati americani hanno scoperto, per caso, un sistema per trasformare la Co2 e renderla innocua. Cosa ne pensa?
R.
Si parla spesso di soluzioni, a volte mirabolanti, o addirittura finte e comunque costose, come la cattura e lo stoccaggio dell'anidride carbonica, per eliminare le emissioni negative.

D. Voi di Greenpeace siete contrari?
R.
Più che altro puntiamo sulle tecnologie che conosciamo e che sono in grado di sostituire i fossili: solare, eolico, geomassa, biotermia. Non sviamo da questo perché non abbiamo proprio tempo.

D. Fermo restando che l'uomo ha le sue responsabilità, la crosta terrestre si sta scaldando anche autonomamente. Non c'è il pericolo di peccare un po' di antropocentrismo?
R.
Circa il 96% della comunità scientifica internazionale ci informa che il cambiamento climatico esiste e che è causato soprattutto dall'uomo. Noi ci atteniamo a questo.

D. In questo contesto come si pone l'Europa?
R.
Nel campo della lotta al cambiamento climatico, l'Europa ultimamente ha perso leadership rispetto a Usa e Cina. Ora, sotto Trump, probabilmente gli Stati Uniti faranno un passo indietro, e l'Europa ha la possibilità di alzare le proprie ambizioni e dare l'esempio.

D. Come?
R.
Magari dicendo: «Saremo al 100% rinnovabili entro una certa data».

D. E all'interno dell'Europa, l'Italia com'è messa?
R.
Bene a sentire gli annunci e male a guardare i numeri.

D. Cosa dicono i numeri?
R.
Che negli ultimi due anni in termini percentuali hanno guadagnato i fossili e sono arretrate le rinnovabili. Stiamo clamorosamente perdendo terreno e quindi anche posti di lavoro.

D. Dove vanno cercate le responsabilità?
R.
In tutti i governi negli ultimi anni che hanno fatto chiaramente gli interessi della lobby, a scapito di quelli dei cittadini.

D. Non si salva neanche un governo?
R.
Se vogliamo, il secondo targato Prodi, tra il 2006 e il 2008, quando Alfonso Pecoraro Scanio era ministro dell'Ambiente.

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