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Europa sotto attacco

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29 Dicembre Dic 2016 1618 29 dicembre 2016

Calculli: «Ora l'hub del terrore della Siria può crescere»

L'esperta di Medio Oriente parla dei pericoli dopo la tregua di Damasco: «I curdi sono i migliori alleati dell'Occidente contro l'Isis». E su Erdogan: «Ora è più controllabile, fragile e ridimensionato».

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Con la battaglia di Aleppo si è concluso un capitolo importante nel conflitto siriano, ma l'intera partita è, se possibile, ancora più intricata, anche dopo l'annuncio dell'accordo per il cessate il fuoco. È una partita piena di contraddizioni, che coinvolge l'intero Medio Oriente e vede al tavolo diversi giocatori, ognuno con il suo particolare interesse. Ci troviamo di fronte a uno scenario caratterizzato da alleanze mutevoli, non ultimo il recente avvicinamento della Turchia alla Russia, con l'accordo sul cessate il fuoco in tutto il Paese. Un avvicinamento che, diversamente da quanto si potrebbe pensare, con ogni probabilità farà il gioco degli Stati Uniti, almeno per quanto concerne il rapporto con Ankara: «Questa Turchia, più debole di prima», dice a Lettera43.it Marina Calculli, esperta del Medio Oriente e studiosa presso l'Istituto Orientale di Napoli e la Oxford University, «non è comunque ottimale per la Nato, anche perché più’ vicina a Russia e Iran. Ma certo è meno pericolosa di prima. Soprattutto dal 2013 al 2015 Ankara ha flirtato con Isis e altri gruppi radicali, offrendo il suo territorio come corridoio per i jihadisti, agendo da free-rider e tenendo in scacco la Nato. Erdogan ha ora cambiato del tutto strategia ed è certo più attenta a contenere il flusso di jihadisti verso la Siria - una minaccia che gli si è ritorta contro. Ma certo la Turchia è sempre più’ lontana dalla Nato e anzi, in un certo senso, riflette le debolezze di tutta l’alleanza atlantica».

Soldati del regime siriano. Nel riquadro, Marina Calculli.

DOMANDA. Come vede nel contesto generale la riconquista di Aleppo?
RISPOSTA.
È una riaffermazione del regime di Bashar al Assad. Ma gli altri due vincitori sono la Russia e l'Iran.

D. Un gruppo di accademici francesi in un editoriale su Le Monde ha parlato, in relazione ad Aleppo, de «l'onore perduto dell'Occidente».
R.
Sono d'accordo nella misura in cui, indipendentemente dagli schieramenti, si è consumata nella battaglia di Aleppo un'immane carneficina di civili, senza che ci fosse una distinzione tra loro e i combattenti. Questo è molto grave dal punto di vista del diritto umanitario. Soprattutto se pensiamo che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, fu l'Occidente a stabilire una serie di norme di condotta bellica a protezione dei civili.

D. Ma non è solo ad Aleppo che queste regole non sono state rispettate: basti pensare a quel che continua a succedere nello Yemen, il piccolo-grande dimenticato del Medio Oriente.
R.
Certo, lo Yemen è un altro chiaro esempio di fallimento insieme alla Siria.

D. Qual è stato il più grosso errore dell'Occidente ad Aleppo?
R.
La responsabilità principale è stata nell'abbandonarla e nel gestire male il conflitto a livello internazionale. E non basta che Samantha Power, ambasciatore Usa all'Onu, dica che i russi non hanno «mostrato abbastanza vergogna» per il loro comportamento.

D. Sta dicendo che gli Usa potevano usare meglio il loro potere di veto nell'ambito della comunità internazionale?
R.
Esattamente: la loro attitudine è stata in qualche modo opaca nei riguardi della salvaguardia dei civili. Alla fin fine c'è quasi un accordo tacito sul mantenimento del potere di Assad.

D. Però, dopo tutto, il lavoro contro il terrorismo in Siria è stato portato avanti dalla Russia, o no?
R.
Sì, ma non dobbiamo dimenticare che all'origine di questo terrorismo c'è la figura dittatoriale di Assad. Fermo restando che l'opposizione militare al suo regime non è esattamente democratica, in Siria c'è una guerra civile poi diventata regionale e infine internazionale. La lotta al terrorismo è diventata un contenitore piuttosto ampio che, in Siria specificatamente, ha significato la lotta all'opposizione.

D. In questo conflitto si giunge anche al paradosso in cui la Cia e il Pentagono foraggiano milizie che poi combattono tra di loro.
R.
Questo è segno dell'assoluta follia della strategia Usa, se si pensa poi anche a episodi in cui milizie supportate da Washington cacciano via dei marines perché visti come infedeli. In fondo, gli Usa hanno sempre finanziato gruppi piuttosto ambigui pur di perseguire i propri obiettivi.

D. La Siria ne è l'esemplificazione?
R.
Sì, come lo fu l'Afghanistan con i mujaheddin finanziati dalla Cia contro l'Armata Rossa. In Siria, con lo scopo di destabilizzare Assad, e in concertazione con l'Arabia Saudita, sono stati supportate delle forze non certo limpide.

D. Al tempo stesso la Russia sembra aver voluto accelerare la caduta di Aleppo per stabilire un punto di forza prima dell'insediamento del prossimo presidente Usa.
R.
Sì, questa strategia è stata adottata fin da quest'estate, anche perché si temeva l'arrivo di Hillary Clinton alla Casa Bianca.

L'Isis è lungi dall'essere debellato. Sta riconquistando terreno a Raqqa. E in ogni caso non scomparirà, si riarticolerà sotto una nuova forma

Marina Calculli

D. Con l'arrivo di Donald Trump che sembra aver buoni rapporti con Vladimir Putin la situazione in Siria potrebbe stabilizzarsi?
R.
Non so fino a quando Trump e Putin rimarrano “amici”, ma per ora la Siria non sarà più vista come un motivo di contesa tra le due potenze. Una cosa è certa: ormai sembra che Assad non sia più visto, a livello internazionale, come il dittatore brutale da eliminare, ma come un leader da mantenere. Il vero nemico è ora l'hub terroristico che si è venuto a creare in Siria.

D. Si prospetta la possibilità che i jihadisti evacuati da Aleppo finiscano per essere usati dalla Turchia in funzione anti-curda.
R.
La strategia turca rimane molto chiara: evitare che si venga a cristallizzare l'entità autonoma curda del Rojava nell'Est della Siria, soprattutto tenendo in conto i problemi interni col Pkk.

D. I curdi rimangono i migliori alleati dell'Occidente contro l'Isis?
R.
Sì, soprattutto rispetto al Free Syrian Army, foraggiato dalla Turchia, che oltre a essere molto frammentato si è rivelato piuttosto inefficace. E infatti gli Usa hanno dato e continuano a dare il pieno supporto alle milizie curde.

D. Quali sono le chance di un'entità curda autonoma nell'ambito di uno Stato siriano pur sempre nelle mani di Assad?
R.
È una possibilità per ora molto lontana.

D. La Russia, che si è molto riavvicinata a Erdogan, sembra chiudere un occhio di fronte alla sua ossessione anti-curda, o comunque tollerarla.
R.
Tramite il suo accordo con Erdogan, Putin è riuscito ad agganciare la Turchia, approfittando della sua grande debolezza, e a neutralizzarla come la principale forza a livello regionale che potesse inficiare la sua strategia in appoggio ad Assad.

D. Quindi la Turchia ha cambiato totalmente la sua posizione?
R.
Sì, dopo aver ripetutamente promesso ai siriani che li avrebbe sempre protetti contro la dittatura di Assad, Erdogan ha cambiato bandiera.

D. Questo mutamento repentino come e quando è avvenuto?
R.
Recentemente, sulla spinta non solo dell'assedio di Aleppo e della sua riconquista, ma soprattutto il tentativo del colpo di Stato in Turchia di quest'estate, sventato proprio grazie ai russi.

D. Ma come vedono gli americani l'avvicinamento della Turchia, pedina chiave nella Nato, proprio alla Russia?
R.
In realtà anche gli Stati Uniti, come la Turchia, si trovano in una posizione di grande debolezza: dopo il fallimento della loro strategia in Siria non hanno una gran voce in capitolo. D'altra parte, in un certo senso, questa “nuova” Turchia è più accettabile per gli Usa.

D. In che senso?
R. È più controllabile ed è finita la sua deriva: la Turchia flirtava con l'Isis e giocava su diversi tavoli. Un Erdogan più fragile e quindi ridimensionato può funzionare meglio per la Nato. Quanto al "disgelo" Usa-Russia, al di là delle dichiarazioni e delle intenzioni di Trump esiste una macchina federale consolidata che manterrà una certa continuità nel rapporto conflittuale con Mosca. E in ogni caso, indipendentemente dal rapporto Trump-Putin, ormai a livello internazionale i giochi sono fatti e a favore di Assad.

D. Quanto è forte ancora la posizione dell'Isis? Non si parla più dell'assedio di Mosul.
R. Non se ne parla perché, mediaticamente, l'assedio di Aleppo è finito sotto i riflettori, ma a parte ciò l'Isis è lungi dall'essere debellato. Ha appena ucciso 14 soldati turchi dimostrando la sua capacità di combattere eserciti regolari e sta riconquistando terreno a Raqqa. E in ogni caso, anche se dovesse perdere sia Mosul sia Raqqa, non scomparirà. Come ha fatto in passato al Qaeda, si riarticolerà probabilmente sotto una nuova forma.

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