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L'America di Trump

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13 Gennaio Gen 2017 1100 13 gennaio 2017

Il dossier anti-Trump visto da dentro il Cremlino

Kortunov, consulente di Putin, a L43: «L'affaire smorza le accuse di interferenze. E può incrinare i rapporti». Sugli scenari geopolitici: «Non solo gli Usa, anche noi dovremo rinunciare a una fetta di potere».

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In Russia è una consuetudine: la security di ogni grande azienda e, soprattutto, di ogni grande albergo è in mano a fedelissimi "riservisti" dell'Fsb, l'agenzia di intelligence erede del Kgb sovietico. E non fa eccezione il Ritz Carlton Hotel, elegante cinque stelle di via Tverskaya a Mosca, nonché teatro della presunta notte a luci rosse che - stando a documenti non verificati - renderebbe Donald Trump ricattabile dal Cremlino.

LO 007 INGLESE: «TRUMP È PARANOICO». Di questa "consuetudine" il presidente eletto americano - che nell'immobiliare a Mosca ha fatto più di un affare - è al corrente. Al punto che il timore di esser spiato e compromesso da registrazioni in un posto come il Ritz sarebbe per lui «una vera paranoia», confida a Lettera43.it un operativo di intelligence inglese con 20 anni di esperienza sul campo a Mosca che chiede di restare anonimo. Insomma, Mosca al Ritz Carlton gate non crede affatto: «Trump sarà un tipo strano, ma mica è scemo», dice senza mezzi termini l'agente.

È vero, il kompromat (la raccolta di informazioni compromettenti, ndr) è un'antica arma del Cremlino, con buona pace del portavoce di Vladimir Putin Dmitri Peskov, che nega appena può. Ma nella vicenda del dossier anti-Trump anche gli osservatori più smaliziati vedono soltanto il nervosismo bipartisan dell'establishment americano, che cerca in tutti i modi di allontanare il presidente eletto da Putin.

KORTUNOV: «INDEBOLITE LE ACCUSE ALLA RUSSIA». «Per come l'hanno gestita a Washington, la vicenda indebolisce le accuse di intromissione dei servizi segreti russi negli affari statunitensi, invece di renderle più forti», dice a Lettera43.it Andrei Kortunov, direttore del Consiglio russo per gli affari internazionali (Riac), istituto del ministero degli Esteri, e consulente diretto della presidenza. «Rende anche evidente come sia forte la pressione degli oppositori di Trump all'interno dello stesso partito».

Il presidente russo Vladimir Putin. Nel riquadro, il suo consulente Andrei Kortunov.

DOMANDA. La divulgazione del presunto kompromat ai danni di Trump pregiudica i futuri rapporti col Cremlino?
RISPOSTA.
Di certo non è un buon segnale per la ripresa delle relazioni.

D. Non c'è solo il caso Ritz. Il presidente eletto ha anche ammesso che le accuse di hackeraggio elettorale fatte dall'intelligence Usa alla Russia potrebbero essere fondate: sta già facendo marcia indietro su Putin?
R. Attenzione, parla di «accuse alla Russia». Ma cosa significa «Russia»? Può davvero essere provato che, se degli hacker hanno agito dalla Russia, lo hanno fatto sotto l'ordine diretto di Putin?

D. Ce lo dica lei.
R. Verificare chi è il mandante di un attacco informatico è per definizione improbabile. Anche se si riesce a provare che l'azione è partita in Russia e ha interessato il quartier generale dei democratici per aiutare Trump a vincere le elezioni, dire che tutto è stato ordinato dal Cremlino è impossibile. Si possono fare solo speculazioni.

D. Oltre a Trump, ha parlato di Mosca anche il suo segretario di Stato in pectore Rex Tillerson: di fronte al Senato ha detto di considerare la Russia un potenziale nemico, un «pericolo per il mondo».
R. È chiaro che nei confronti della Russia esiste sentimento radicato di ostilità, su più livelli, dalla politica ai media. Quindi si è costretti a cambiare il linguaggio: Tillerson ha fatto questo. Ma non sappiamo se alle parole seguiranno azioni diverse da quelle che potevamo immaginare ascoltando Trump in campagna elettorale. Dobbiamo attendere per capire.

D. Attendere quanto?
R. Ci sono delle scadenze. La decisione sul rinnovo o meno delle sanzioni contro la Russia per l'annessione della Crimea deve essere presa a marzo. Quello sarà un momento in cui si potrà capire di più. E poi ci sarà il summit della Nato, altra tappa in cui ci saranno scelte da fare. Scelte che delineeranno il corso delle relazioni tra Mosca e Washington.

L' impegno con la Nato deve tornare un fatto primario della nostra politica estera. Ma dipende anche dall'Alleanza atlantica

Andrei Kortunov, consulente del Cremlino

D. Il responsabile del ministero degli Esteri russo per le relazioni europee, Andrei Kelin, ha detto che la Nato è una buona cosa e che la Russia deve ristabilire buone relazioni. Condivide?
R. Conosco bene Kelin e sottoscrivo quel che ha detto. Sono posizioni che lo stesso presidente Putin ha espresso in passato. L' impegno con la Nato deve tornare un fatto primario della nostra politica estera. Ma dipende anche dall'Alleanza atlantica. Almeno si è ricominciato a comunicare, anche se solo a livello di funzionari.

D. E come vanno questi colloqui, si è arrivati a qualcosa?
R. Per ora si sta parlando solo di dove trovarsi per parlare: la Russia vorrebbe farlo a Mosca, la Nato a Bruxelles. È il tipico esempio di diplomazia attendista. Non è ancora il tempo di decidere. È comprensibile: chi farebbe mai il primo passo senza sapere ancora che tipo di presidenza sarà quella di Trump?

D. A Washington, oltre all'incertezza sulle azioni di Trump, pare regnare il nervosismo. Quella della politica americana è una crisi risolvibile in breve tempo?
R. Tutt'altro, sarà un processo doloroso e lungo. Coinvolgerà più amministrazioni, non solo quella di Trump. Il mondo è cambiato, l'unipolarismo americano seguito alla fine della Guerra fredda non è più sostenibile. L'eccezionalismo a cui gli americani sono abituati, la formula secondo cui «l'America è grande perché è buona» non può continuare. Ci vorrà tempo, e forse il prezzo sarà alto, ma succederà. Il XXI secolo ratificherà la nostra visione di un sistema multipolare, non più incentrato sulla supremazia degli Stati Uniti.

D. Già il presidente uscente Barack Obama ha cambiato atteggiamento...
R. Esattamente. Ha cercato di lasciarsi coinvolgere meno sullo scacchiere internazionale.

D. E l'amministrazione Trump? Come crede che si muoverà?
R. Probabilmente farà altri passi per adeguarsi, in modi diversi da quelli di Obama, alle nuove realtà. Prevedo grandi discussioni, uno scontro politico forte, di cui quel che vediamo oggi è solo un prodromo.

D. D'altra parte, non è un problema solo degli Stati Uniti.
R. Vero, l'Europa si confronta con simili sfide. E anche per la Russia è un problema. Pure noi dovremo adeguarci a nuove situazioni.

D. In che modo?
R. Qualsiasi cosa si possa dire sul riguadagnato ruolo di grande potenza da parte di Mosca, dovremo rinunciare a parte della nostra influenza internazionale, perché il mondo sta diversificandosi. Tutti dovremo prendere decisioni dure e, forse, impopolari.

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