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Emergenza migranti

Migranti
27 Gennaio Gen 2017 1759 27 gennaio 2017

Isis, verità e bufale sul rischio di terroristi tra i profughi

Il ministro Minniti vuole centri di espulsione in ogni regione. Ma secondo l'esperto d'intelligence Bertolotti «è solo marketing». Perché i jihadisti tra i profughi sono lo 0,0016%. Anche se il pericolo c'è. Il punto.

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L'equazione tra migranti e terroristi si va affermando anche in Italia: lo dimostra la popolarità in ascesa del neo ministro dell’Interno Marco Minniti dopo il suo annuncio di riaprire «centri di identificazione ed espulsione in ogni regione». Il magistrato Carlo Nordio del team di inquirenti sulla rivolta nel centro d’accoglienza sovraffollato di Cona, in Veneto, ritiene che un’inchiesta su contesti del genere debba «partire dal presupposto di possibili infiltrazioni di tipo terroristico e para terroristico».

FALSI PROFUGHI. Quando si ha «a che fare con un flusso migratorio imponente da vari Paesi, alcuni dei quali in guerra, si deve sospettare il peggio», ha aggiunto, «va fatto un attento screening». Anis Amri, jihadista dell'Isis della strage di Berlino, aveva un passato da migrante e richiedente asilo (respinto) in Italia e in Germania. Diversi terroristi degli attacchi a Bruxelles e in parte a Parigi, del 2016 e del 2015, si erano mischiati all'ondata di profughi dai Balcani e da super ricercato Amri ha attraversato almeno tre frontiere dell'Unione europea.

ALTRI 20 ANNI DI CRISI. Il problema dello screening fallito - tra una stragrande maggioranza di migranti che non c'entra nulla con il terrorismo - esiste e gestirlo non sarà affare di qualche mese, ma dei «prossimi 10, 20 anni», spiega a Lettera43.it l'esperto dell'Italian Team for Security Terroristic Issues & Managing Emergency dell'Università Cattolica Claudio Bertolotti, già capo sezione di contro-intelligence presso il contingente italiano Isaf in Afghanistan, ora advisor dell'ex candidato sindaco di Milano Stefano Parisi, leader di Energie per l'Italia. Definisce la minaccia «assai poco probabile, ma nella sostanza altamente possibile».

Claudio Bertolotti.

DOMANDA. Sembra un controsenso. Perché è molto possibile?
RISPOSTA.
La percentuale di terroristi tra i migranti è statisticamente irrilevante: lo 0,0016%. Però quasi tutti i terroristi degli attentati sopra citati hanno utilizzato i flussi migratori e agito ottenendo risultati rilevanti.

D. Al di là del «non cambieremo le nostre abitudini», il nostro stile di vita si sta modificando.
R.
Gli attacchi, organizzati o semi organizzati, hanno bloccato il traffico aereo e mandato in tilt le capitali. Anche quando si è agito sul piano più mediatico che pratico, si è seminato il terrore: per i jihadisti il risultato più grande.

D. Possiamo affermare che Isis e al Qaeda sfruttano le rotte illegali dei migranti in fuga dalle guerre e dalla povertà?
R.
Per loro sono diventate un'opportunità, tant'è che si sta creando un sodalizio tra reti terroristiche e criminalità organizzata. Questa correlazione è stata sottovalutata a causa di un approccio inadeguato, sulla sicurezza e prima ancora culturale: si negava l’esistenza di un pericolo tra i migranti.

D. Ma non si possono bloccare i flussi di milioni di vittime per i conflitti degli ultimi anni.
R
. No, sarebbe anche impossibile ma i flussi migratori vanno regolati.

D. Come si possono intercettare al loro interno i jihadisti e i soggetti a rischio radicalizzazione?
R.
Prendere atto del rischio e non far nulla è quello che sta facendo l’Ue. Manca una visione comune: la missione Frontex sta portando più danni che benefici e i 28 servizi segreti non dialogano tra loro.

Si sa che circa un milione di migranti è entrato in Europa tra il 2015 e il 2016, ma per il resto la situazione è sfuggita di mano

Claudio Bertolotti

D. In politica estera gli Stati dell’Ue perseguono e difendono i propri interessi nazionali, perciò l'Europa non ha una Difesa comune.
R.
La Francia ha fatto rovesciare Gheddafi, andando contro gli interessi degli italiani e, parteggiando per il blocco di Haftar, ostacola ora il governo libico di unità nazionale: è solo un esempio, ma l'Isis, che era estraneo alla Libia, è nel Paese e dalle coste di Tripoli partono i migranti verso l'Italia.

D. Ma nell'Ue si ha un'idea definita di quanti migranti, anche irregolari, ci siano e di chi sta dove?
R.
Si sa che circa un milione di migranti è entrato in Europa tra il 2015 e il 2016, ma per il resto la situazione è sfuggita di mano.

D. Non si sa quanti richiedenti asilo siano effettivamente in Italia, oppure in Grecia, Ungheria, Germania come dai dati Eurostat?
R.
Gli stranieri vengono registrati in uno Stato con documenti da verificare, ma non sempre vengono identificati. Non i tutti i Paesi dell'Ue si prendono le impronte digitali. Le intelligence non si scambiano tutti i dati e hanno modus operandi diversi.

D. Capita anche che migranti si spostino da uno Stato all’altro: in Ungheria quasi 200 mila richiedenti asilo sono stati lasciati andare via verso altri Stati dell’Ue.
R.
I più ingenui si incamminano alle frontiere e vengono bloccati. Altri le attraversano di notte, dai passaggi di montagna e pagando contrabbandieri. Tra i più giovani si mente sull'età, per accedere alle tutele sui minori. Tutte queste dinamiche vanno considerate e seguite.

D. In Italia quanti sono indicativamente i migranti registrati?
R.
Circa 480 mila soggetti, tra i richiedenti asilo, chi è titolare dello status di rifugiato che dà un permesso di soggiorno fino a 5 anni, chi gode di una protezione internazionale fino a 3 anni, e chi di una protezione umanitaria fino a 2. Ma è difficile per uno Stato mantenere il polso della situazione, specie al rifiuto o alla scadenza di uno status: il foglio di via per l’espulsione non è un rimpatrio.

Profughi siriani in fuga dall'Isis.

GETTY

D. Il piano di Minniti sui Centri di espulsione, i Cie, per i non aventi (o non aventi più) diritto può normalizzare questo quadro caotico?
R.
La proposta incide nella percezione dell'opinione pubblica, e infatti i consensi di Minniti sono in crescita, ma non nella sostanza: può essere considerata una grande operazione di marketing.

D. È già il «ministro più amato dagli italiani», perché non sarebbe efficace?
R.
Il piano sui Cie interessa la fase finale del percorso, non lavora sulle cause che possono portare le radicalizzazioni. Nella peggiore delle ipotesi queste strutture potranno gestire 2 mila, nella migliore 20 mila, tra i 480 mila soggetti citati.

D. Ma il ministro dell'Interno ha anche intensificato i viaggi in Africa, per stringere accordi sui rimpatri e sulla gestione dei flussi con i Paesi d'origine e di transito.
R.
Minniti agisce su due fronti, interno ed esterno, e sul secondo concordo. Ho sempre sostenuto simili accordi come indispensabili. Peccato che non siano praticabili in tempi brevi: con quale Libia si tratta, con quella del governo Serraj di unità nazionale che non controlla neanche tutta Tripoli, con Haftar nell'Est o con le milizie e i gruppi armati autonomi?

D. Allora non c'è soluzione a breve e medio termine, né per controllare i flussi dei migranti né contro il terrorismo islamico.
R.
Primo, siamo altamente vulnerabili. Secondo, non abbiamo una strategia definita: navighiamo a vista. Per i prossimi 10, ma anche 20 anni, l'Europa dovrà convivere con una conflittualità a media intensità che chiamo nuovo terrorismo insurrezionale: azioni ostili contro uno Stato da parte di piccoli gruppi o lupi solitari.

D. C'è una strategia dell’Isis o di al Qaeda anche dietro a quelli che vengono chiamati «lupi solitari»?
R.
Le stragi a Istanbul, Bruxelles e anche del 13 novembre a Parigi erano organizzate. Per Capodanno 2017, in Turchia, sono state addirittura usate tattiche e procedure di combattimento dinamico, appreso o in addestramento o in battaglia. Altre volte per convenienza sono stati scelti cani sciolti, è scattato anche il meccanismo dell'emulazione.

In Afghanistan in realtà la guerra non è mai finita, anche se l'Ue non lo si vuole ammettere per ragioni di opportunità

Claudio Bertolotti

D. Interventi militari, anche di Paesi della Nato come in Afghanistan o in Kosovo, per la stabilizzazione e il presidio di Stati insicuri, potrebbero servire in prospettiva a proteggere l’Ue?
R.
Solo se lo strumento militare è complementare ad altri interventi pacifici come la cooperazione allo sviluppo. Ma la politica non è pronta a sostenere scelte anche rischiose come quelle di contingenti militari in Libia o in Medio oriente. Gli Usa per primi sono andati verso il disimpegno.

D. La guerra in Afghanistan d’altra parte non ha sconfitto i talebani, né altri estremisti islamici.
R.
In Afghanistan in realtà la guerra non è mai finita, anche se non lo si vuole ammettere per ragioni di opportunità. È un non Stato.

D. Eppure la Germania lo considera «in parte» un Paese sicuro e vi sta rimpatriando in media il 60% dei richiedenti asilo afgani respinti.
R.
Circa il 45% del Paese è in mano a gruppi armati. Una trentina di sigle jihadiste è in collaborazione e talvolta entra in competizione con il nucleo storico dei talebani. Incluso l'Isis, radicato soprattutto nel Nangarhar, la provincia di Jalalabad.

D. L’incidenza di terroristi o estremisti islamici si è rivelata più alta tra i migranti afgani della rotta dell’Asia centrale?
R.
No, non sono stati scoperti più jihadisti tra i richiedenti asilo afgani di quanti, per esempio, non ce ne fossero tra siriani, iracheni e anche migranti magrebini. Gli afgani fuggono per la mancanza di sicurezza e l’impossibilità di lavorare: il Paese non ha nessuna entrata né circuiti economici.

D. E gli afgani non hanno diritto d’asilo in Europa?
R.
Un accordo bilaterale, stretto nel 2016 anche dall’Ue, con il governo di fatto inesistente di Kabul dà miliardi di incentivi al presidente afgano Ashraf Ghani e al suo premier Abdullah Abdullah in cambio di decine di migliaia di rimpatri.

D. Si può allora affermare che con Kabul l’Ue ha trovato la strada più facile per scaricare una parte dell’onere dei richiedenti asilo?
R.
Sì, e pensare che gli afgani sconfinano in Iran o nelle repubbliche centroasiatiche, spesso senza neanche sapere che, di fronte a loro, hanno altri 6 mila chilometri verso l’Europa.

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