Europol
30 Gennaio Gen 2017 1500 30 gennaio 2017

Terrorismo, viaggio nella metamorfosi dell'Europol

Prima l'uscita della Danimarca. Poi l'incognita Brexit. L'agenzia cambia pelle, tra addii e nuovo regolamento. Il direttore Wainwright a L43: «Trump? Nessuna ripercussione sulla collaborazione con gli Stati Uniti».

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da L'Aja

Il quartier generale delle forze dell'ordine europee si trova in un palazzone dell'Aja, in Olanda. Da qui l'Europol coordina le più importanti operazioni che toccano i Paesi Ue, fornisce supporto, finanziamenti aggiuntivi e strumentazioni di cui le polizie nazionali non dispongono. Nel 2016 ha ricevuto dall'Unione oltre 100 milioni di euro. Nell'edificio lavorano 850 agenti, non solo europei: i soli Stati Uniti hanno rappresentanti che provengono da 17 diverse agenzie di sicurezza.

2.500 FOREIGN FIGHTER ATTIVI. Gli sforzi principali attualmente convergono sulla minaccia terroristica, e in particolare sui foreign fighter europei, che sono almeno 5 mila. Di questi, almeno la metà sono ancora attivi, in Siria e Iraq ma anche in Libia. Gli altri 2.500 in parte sono morti (232 solo francesi, afferma l’unità di coordinamento anti-terrorismo della polizia transalpina), in parte sono tornati in Europa. Di altri, infine, si sono perse le tracce. «Se anche solo un quarto di loro è tornato, si tratta di un sacco di gente che deve essere reintegrata in Europa e che ha passato anche cinque anni in un ambiente radicale», dice a Lettera43.it il direttore di Europol Rob Wainwright. «Sono persone pericolose o che potrebbero diventarlo».

L'EVOLUZIONE DEL CYBERCRIME. La seconda priorità per l'Europa si chiama emergenza profughi. Sono 15 mila, stima Europol, i criminali che contribuiscono al traffico di uomini lungo il continente. Un traffico di cui sono vittima nove migranti su 10. Da bassa manovalanza criminale il business sta diventando un mercato sempre più florido: il giro d'affari è stimato tra i 3 e i 6 miliardi. La terza priorità, infine, è il cybercrimine. Chi produce e vende passaporti falsi nel darkweb ha come clienti abituali sia trafficanti di uomini sia, in qualche caso, persone in contatto con organizzazioni terroristiche.

ARMI SPUNTATE CONTRO LA PROPAGANDA. Dal 2015 Europol ha anche un'unità dedicata a combattere la propaganda in Rete. Nel 2016, ha chiesto per 19.862 volte di rimuovere contenuti: nell'87,6% dei casi l'azienda è intervenuta, nel resto no. Un problema che Europol sta cercando di aggirare aumentando gli accordi con i privati come Tim, Tele2, Kaspersky, Cisco, Facebook e Twitter. Tutte queste emergenze si inseriscono in un contesto politico difficile, con lo scossone della Brexit e lo sbarco alla Casa Bianca di Donald Trump.

Il direttore di Europol Rob Wainwright.

DOMANDA. Teme ripercussioni per Europol dall'uscita del Regno Unito dall'Unione?
RISPOSTA.
Mi auguro che le negoziazioni portino a un meccanismo che possa permettere di mantenere la Gran Bretagna integrata nel sistema di sicurezza europeo. Credo sia possibile perché già esistono 12 accordi con Paesi non Ue. Di certo, non è lo stesso che avere una piena membership dentro Europol, ma il lavoro con gli americani mostra che può funzionare anche questo tipo di collaborazione.

D. Recentemente la Danimarca è uscita dall'Europol. Ora sarà solo un partner con cui potrete condividere informazioni sensibili. Può essere una soluzione anche per Londra?
R.
Non penso che quello con la Danimarca possa essere un accordo modello, ogni Paese va trattato come un caso unico.

D. E, da britannico, ha qualche preoccupazione dal punto di vista personale e professionale?
R.
Il mio mandato a Europol sarebbe comunque scaduto alla fine di quest'anno. La Brexit non c'entra nulla.

D. Dopo un attacco terroristico si dice spesso che in Europa non si condividono informazioni. È un'accusa che vi tocca direttamente.
R.
È vero che due anni fa non c'era molta condivisione dei dati, ma oggi la mole di scambio è decuplicata. È un incremento importante. Spesso per noi è più facile smantellare grandi reti criminali piuttosto che un terrorista solitario.

D. E nel caso dell'attentatore di Berlino?
R.
Penso che il terrorista sarebbe stato preso comunque, le informazioni su di lui circolavano. Il coraggio e la prontezza di due poliziotti italiani ha permesso che fosse fermato prima.

Con Trump non mi aspetto cambiamenti nella cooperazione Europa-Stati Uniti nella lotta al crimine organizzato

D. I numeri ufficiali parlano di 2.500 foreign fighter ancora attivi all'estero. L'Europa è pronta ad affrontare il loro ritorno?
R.
Abbiamo rafforzato i confini esterni dell'Europa e, per la prima volta, abbiamo mandato degli agenti di intelligence in prima linea negli hotspot della Grecia. A breve li manderemo anche in Italia con lo scopo di aiutare l'identificazione di ogni movimento sospetto di questi terroristi che cercano di entrare. Stiamo contribuendo anche con dei controlli biometrici ai confini.

D. L'insediamento di Trump può avere effetti negativi per voi?
R.
Non mi aspetto cambiamenti nella cooperazione Europa-Stati Uniti nella lotta al crimine organizzato. Di solito, peraltro, le amministrazioni americane sono focalizzate sui temi della sicurezza. La collaborazione che esiste ora con gli Usa non si è mai vista prima, è fantastica, non perché fa sventolare bandiere o perché conviene sul piano politico, ma per i risultati molto concreti che sta ottenendo.

D. Alla base dell'addio della Danimarca c'è il nuovo regolamento Europol, in vigore dal primo maggio. Quali sono i cambiamenti principali?
R.
Ci permetterà di modernizzare il modo in cui raccogliamo le informazioni, sul piano tecnico. Ci darà la possibilità di richiedere più aiuto e collaborazione alle industrie private, in particolare per combattere il cybercrime. Darà un maggiore mandato ispettivo e di controllo al parlamento europeo, cosa che giudico molto importante perché ciò su cui stiamo lavorando maggiormente tocca la privacy e la sicurezza dei cittadini europei.

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