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31 Gennaio Gen 2017 1400 31 gennaio 2017

Emilio Gentile: «Siamo nell'era della democrazia recitativa»

I cittadini non sono più in grado di influenzare le scelte dei governanti. Mentre, con la crisi delle istituzioni, cresce il desiderio di uomini forti al comando. «Ma da noi sono solo gradassi».

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Da quando Donald Trump è stato eletto 45esimo presidente degli Stati Uniti, molti hanno iniziato a preoccuparsi dello stato di salute della democrazia. E il dibattito si è acceso anche in Italia con Beppe Grillo a sostenere la necessità di forti uomini di Stato e un sondaggio di Ipsos a evidenziale che a otto italiani su 10 piace l'idea. Ma per Emilio Gentile, decano degli storici italiani, studioso del fascismo - fu lui a sostenere la tesi che quello di Benito Mussolini fu totalitarismo a pieno titolo - e del rapporto tra leader ed elettori, non c'è nulla di cui sorprendersi visto che le istituzioni democratiche stanno vivendo una crisi prolungata da ormai 15 anni.

RAPPORTO (SVUOTATO) GOVERNANTI-GOVERNATI. I suoi ultimi saggi - Il capo e la folla e "In democrazia il popolo è sempre sovrano”. Falso!, entrambi pubblicati nel 2016 da Laterza - raccontano del rapporto controverso tra governanti e governati e di come oggi si sia svuotato, con i primi legati o influenzati da potentati esterni ai meccanismi democratici e distanti dal corpo elettorale. Giorgio Napolitano in una recente intervista aveva consigliato la lettura del suo libro a Matteo Renzi: «Non so se lo ha fatto per mettere in guardia il capo dalla folla, o la folla dal capo. Bisognerebbe chiederglielo», risponde il professore prima di provare a mettere ordine nella confusione.

LA «CINEMATOGRAFIA» DELL'UOMO FORTE. Non serve, spiega, la demonizzazione delle leadership, il problema piuttosto è che «oggi siamo avviati verso quella che chiamo democrazia recitativa: i cittadini non sono più in grado di influenzare davvero le scelte dei governanti». L'invocazione dell' "uomo forte", secondo Gentile, segnala «la carenza di una classe politica che affronta i problemi, ma se vengono a mancare le strutture in cui le persone sono educate alle scelte della politica, dove si sentono ascoltate e rappresentate, allora scatta il desiderio di trovare la scorciatoia». E i politici spesso cavalcano questo desiderio. Anche in Italia dove, dice il professore, sull'uomo forte da anni è stata messa in scena una vera e propria «cinematografia».

Lo storico Emilio Gentile.

DOMANDA. Nessuna sorpresa se otto italiani su 10 sono a favore dell'uomo forte?
RISPOSTA.
C'è da dire che un quesito così generico vuole dire tutto e niente: le riposte non possono spiegare cosa gli intervistati intendano. E la domanda sarebbe stata più precisa se avesse aggiunto all'uomo anche la donna forte. Ma non mi sono per nulla stupito perché il loro è un atteggiamento molto convenzionale in tempi di prolungata crisi della democrazia.

D. Cosa intende?
R.
È da 15 anni almeno che i ricercatori ne parlano. Tutti gli studi nei Paesi occidentali mostrano una sfiducia crescente nelle istituzioni democratiche. In Italia la fiducia nei partiti non supera il 6%. Uno degli ultimi sondaggi dice che molti cittadini europei rinuncerebbero alla democrazia in nome della sicurezza.

D. Insomma più che di voglia di uomo forte, siamo di fronte a una democrazia debole?
R.
Di questo si è cominciato a parlare dalla fine del secolo scorso, proprio da quando qualcuno ha dichiarato che la democrazia, crollati i regimi comunisti in Russia e in Europa orientale, aveva trionfato. Oggi siamo avviati verso quella che chiamo democrazia recitativa: i cittadini non sono più in grado di influenzare davvero le scelte dei governanti.

D. E i partiti?
R. Veicoli fondamentali della democrazia negli ultimi 100 anni, sono diventati friabili, al pari dei sindacati. Ma se vengono a mancare le strutture in cui le persone sono educate alle scelte della politica, dove si sentono ascoltate e rappresentate, allora scatta il desiderio di trovare la scorciatoia dell'uomo forte.

D. Una scorciatoia pericolosa.
R.
Credere che l'uomo forte sia la soluzione è come credere al principe che sveglia con un bacio la bella addormentata oppure salva la l’eroina dalle fauci del drago. Ma quando gli elettori si esprimono in questo modo, fanno emergere la carenza di una classe politica che affronta i problemi con soluzioni efficaci e risolutive, e l’esigenza di governanti che abbiano queste capacità.

D. Dire che la crisi economica acuisce il fenomeno, quindi, non è una banalità.
R.
Non lo è affatto. Una democrazia diventa tanto più fragile quanto più grave è la crisi economica che la investe. Pensi ai ragazzi del Mezzogiorno, dove la disoccupazione giovanile raggiunge il 40%. È ovvio che quei giovani pensino che c'è una sola cosa da fare: risolvere il nodo gordiano del lavoro. E allora invocano il capo a governare. Come se l'autorità fosse autorevolezza, e la forza fosse capacità.

D. Proprio i giovani sembrano essere i più favorevoli al concetto di uomo forte: cosa ne pensa?
R.
Mi chiedo quanti fra coloro che lo invocano sarebbero disposti a ripristinare il servizio militare obbligatorio, dove la presenza dell’uomo forte è istituzionale, e a sottomettersi agli ordini. Come si concilierebbe l’invocazione dell’uomo forte con l’altrettanto forte attaccamento dei giovani alla loro personale libertà e insofferenza d’autorità, che si manifesta in famiglia o nella scuola?

D. Quando Grillo dichiara che servono forti uomini di Stato lo fa perché sa di avere una presa sull'elettorato?
R.
Certo, ma non solo lui. Per limitarci agli ultimi decenni, abbiamo avuto l'esperienza di Silvio Berlusconi prima, di Matteo Renzi poi. Accomunati dalla pretesa di essere uomini forti al comando, al di sopra del parlamento.

D. In effetti, il concetto sembra fare breccia nell'elettorato di tutti i partiti..
R.
Beh, Grillo, Salvini, Berlusconi, Renzi: in Italia c'è una gran concorrenza di uomini aspiranti forti. Anzi, direi che c'è stata una vera e propria cinematografia, una comunicazione di massa su questo tema. Solo che spesso gli uomini forti si rivelano soltanto dei gradassi.

Nelle democrazie la libertà di votare c'è. Ma la capacità di scegliere è un'altra cosa. E per assicurarla ci sono solo due mezzi: la l'istruzione garantita a tutti e la libertà di informazione

Emilio Gentile, storico

D. Gli italiani hanno una inclinazione verso gli uomini della provvidenza?
R.
L'Italia presenta questo ondeggiamento continuo verso uomini forti o presunti tali. Però quando ci è stato presentato un referendum su una riforma costituzionale che intendeva avere al governo un uomo forte, la maggioranza dei votanti lo ha bocciato. Io credo che l'idea che solo gli italiani abbiano questa predisposizione derivi dall'ignoranza della storia di altri Paesi.

D. Ovvero?
R. Anche nelle altre nazioni democratiche si è spesso invocato l’uomo forte e talvolta lo hanno avuto: erano uomini forti Roosevelt, Churchill, De Gaulle, Adenauer. E ci sono state anche donne forti: la Gandhi, la Thatcher. E la Merkel, non è forse una donna forte?

D. Nel suo libro lei ricorda anche che la personalizzazione della politica è sempre esistita, come dimostrò un'ampia ricerca già nel 1962.
R.
Fu all’inizio degli Anni 60 del secolo scorso che fu denunciato e discusso il fenomeno della personalizzazione della politica, che dai regimi totalitari e autoritari sembrava trasferirsi a quelli democratici. Ma il fenomeno è tipico della politica di massa. Nell’Italia repubblicana è stata presente in tutti i partiti politici, dove i segretari generali rimanevano per anni alla guida: penso a Togliatti, Malagodi, Almirante.

D. E che dire di De Gasperi?
R. Per quasi un decennio fu a capo del governo, nel rispetto del parlamento e dell'equilibrio dei poteri, e guidò il Paese fuori dalla catastrofe della guerra verso il “miracolo economico”. Eppure nella Democrazia cristiana, l’uomo forte era considerato Fanfani, che forse aspirava a diventare una sorta di De Gaulle all’italiana. Inoltre, ci sono democrazie, come le repubbliche presidenziali, che garantiscono per costituzione un governante con ampi poteri alla guida dello Stato, ma ciò non basta per avere un uomo forte. Molto dipende dalla personalità individuale. Basta pensare alla differenza tra Carter e Reagan. Anche George W. Bush pretendeva di essere un uomo forte rispetto a Clinton...

D. Oggi invece abbiamo Trump negli Stati Uniti.
R.
Trump è il più recente e spettacolare esempio di quella democrazia recitativa. Dicono che sia imprevedibile e invece, secondo me, è molto prevedibile, perché è deciso a fare quel che ha promesso durante la campagna elettorale. E lo farà, se non incontrerà ostacoli che potranno frenarlo o costringerlo a cambiare rotta.

D. Sta recitando la parte di chi impone la sua volontà alle multinazionali.
R.
In realtà, lui appartiene a quel mondo e vedremo come potrà non abbracciarlo con tutti gli interessi che ha. Ma il suo obiettivo è di convincere le multinazionali statunitensi a reclutare lavoratori statunitensi, e penso che cercherà di convincerli usando il bastone e la carota.

D. Anche l'Europa vede crescere la retorica dell'uomo forte. E qui le istituzioni sono ancora più deboli.
R.
Ma l’uomo o la donna forte non serviranno senza forti istituzioni democratiche europee e senza una forte volontà degli europei di preservare e far progredire l’Ue. Bisognerebbe rafforzare le istituzioni come il parlamento europeo, non certo la Bce, che di forza ne ha già tanta da imporre le sue decisioni agli Stati, contribuendo a indebolire l’autorevolezza dei governi nazionali e la fiducia dei cittadini nella democrazia.

D. Come si esce da questa crisi?
R.
Nelle democrazie la libertà di votare c'è. Ma la capacità di scegliere è un'altra cosa. E per assicurarla ci sono solo due mezzi: la l'istruzione garantita a tutti e la libertà di informazione.

D. Entrambe non godono di ottima salute.
R. Io rifletto sui i fatti accaduti più che elaborare ricette per il presente. Ma, alla fine, dipenderà dai cittadini se vogliono essere protagonisti di una democrazia rappresentativa o comparse di una democrazia recitativa.

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