Cave
ambiente 19 Febbraio Feb 2017 0900 19 febbraio 2017

Cave, un business miliardario e senza regole

In Italia ce ne sono 14 mila abbandonate. Quelle attive sono 4.725, per un giro d'affari di circa 3 miliardi. Ma mancano piani regionali e controlli. Zanchini (Legambiente) a L43: «La politica ha paura di intervenire».

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In Italia ci sono almeno 14 mila cave abbandonate, che in alcune regioni non vengono nemmeno monitorate e che rischiano, in assenza di tempestivi interventi di recupero ambientale, di degradarsi al punto tale da rendere possibile un'unica "soluzione", estremamente deleteria per il territorio: la loro trasformazione in discariche.

DATI VECCHI E PARZIALI. Edoardo Zanchini, vice presidente nazionale di Legambiente e curatore del Rapporto Cave 2017, appena pubblicato dall'associazione ambientalista, spiega a Lettera43.it: «In Friuli Venezia Giulia le cave non vengono monitorate, mentre in Lazio e Calabria i dati disponibili sono vecchi e parziali».

OTTO REGIONI SENZA PIANI. Ancora: in Friuli Venezia Giulia, Veneto, Piemonte, Calabria, Abruzzo, Molise, Sardegna, Basilicata e nella provincia autonoma di Bolzano non esistono piani specifici di programmazione dell'attività estrattiva, e quasi ovunque «l'obbligo di recupero ambientale, alla fine del ciclo di sfruttamento, non viene rispettato».

Edoardo Zanchini, vice presidente nazionale di Legambiente.

DOMANDA. Com'è stato possibile arrivare a questa situazione?
RISPOSTA. Scarso rispetto della legge, innanzitutto, perché chi apre una cava e poi l'abbandona spesso lo fa per sottrarsi all'obbligo di dismetterla, quindi di recuperarla dal punto di vista ambientale.

D. E poi?
R.
E poi la mancanza di controlli da parte delle Regioni sul ciclo di vita delle cave stesse. Abbandonate di fatto, ma che formalmente non risultano dismesse perché in teoria l'attività estrattiva potrebbe andare avanti. Ma solo sulla carta.

D. Tutta la responsabilità è in capo alle Regioni?
R. La normativa nazionale è rappresentata da un regio decreto di Vittorio Emanuele III, datato 1927. Poi, nel 1977, i poteri in materia sono stati trasferiti alle Regioni.

D. Con quali conseguenze?
R.
Molte Regioni prevedono che il cavatore paghi una fideiussione, per garantire che alla fine del ciclo produttivo si realizzino gli interventi di recupero ambientale. Ma si tratta di un errore.

D. Perché?
R.
Perché questi interventi dovrebbero essere eseguiti parallelamente all'attività estrattiva. Altrimenti, in una situazione di scarso rispetto per le regole e carenza di controlli, le cave vengono semplicemente abbandonate, con la scusa che lo sfruttamento non è stato ancora completato.

D. Recuperare una cava abbandonata è possibile?
R.
Se non si sa più chi sia il proprietario di una cava, occorre innanzitutto fare un monitoraggio per capire quali progetti di recupero potrebbero funzionare. Ovviamente dipende dalla localizzazione, dalla morfologia, da una serie di fattori da valutare caso per caso. Ma se si interviene in tempo possono diventare, per esempio, dei bellissimi parchi o teatri all'aperto. Oppure...

D. Oppure?
R.
Oppure il rischio è che il livello di degrado di alcune aree finisca per renderle irrecuperabili e si trasformino in discariche. Ecco perché noi chiediamo che in tutte le cave attive, che sono 4.725 e hanno un giro d'affari di 3 miliardi di euro l'anno, il recupero ambientale proceda parallelo all'escavazione. Ciò consentirebbe di evitare l'abbandono. E se anche il cavatore dovesse fallire, l'attività di recupero non partirebbe da zero.

D. Quanto costerebbe ai cavatori?
R.
Intanto c'è da dire che i cavatori guadagnano moltissimo, perché in molte Regioni il canone pagato non arriva nemmeno a un ventesimo del volume d'affari generato dalle attività estrattive. In media, per le cave di materiali inerti, è pari al 2,3%. Alcuni poi non li definirei nemmeno degli imprenditori, ma degli sfruttatori del territorio.

D. Per esempio?
R.
A Carrara i cavatori sostengono di essere i proprietari della montagna. E considerano ogni forma di regolamentazione, tentata dalla Regione anche in tempi recenti, alla stregua di un esproprio.

D. E non è così?
R.
Essere proprietari di un'area, magari sulla base di una concessione del Granducato di Toscana che risale al XVIII secolo [si tratta in realtà di un editto emanato nel 1751 da Maria Teresa Cybo-Malaspina, sovrana del Ducato di Carrara, ndr], non significa essere immuni alle regole. La Regione deve insistere, perché la legge le dà il potere - indipendentemente da chi siano i proprietari dell'area - di decidere quanto, come e dove cavare. Questo tipo di regolamentazione spetta allo Stato, lo prevede la Costituzione.

Il business dei cavatori di materiali di pregio è in pieno boom: 2 miliardi di euro nel 2015 grazie alle esportazioni

Edoardo Zanchini, vice presidente di Legambiente

D. Perché allora lo Stato non interviene?
R.
Il problema vero è che questa attività è considerata pericolosa, anche per la politica. Nessuno se ne occupa e l'intervento delle istituzioni viene vissuto come un'intrusione. In Toscana, addirittura, i parchi stessi vengono costruiti attorno al perimetro delle cave. Nel rapporto ne citiamo due: il parco delle Apuane e quello di San Vincenzo, in provincia di Livorno. Il principio è che le cave non si toccano. Se lo Stato vuole fare un parco, deve limitarsi ai dintorni. Un'assurdità.

D. Ma i cavatori sono tutti uguali, secondo lei?
R.
Ormai si dividono in due famiglie. Quelli che lavorano per l'edilizia, che cavano materiali "poveri" come sabbia, ghiaia e gesso, sono la maggioranza. Ma sono in crisi, perché legati al settore delle costruzioni che ancora non si è ripreso. Poi c'è la seconda famiglia: i cavatori di materiali di pregio che operano a Carrara, a Trani, a Botticino...

D. Non sono stati colpiti dalla crisi?
R.
Il loro business è in pieno boom: 2 miliardi di euro nel 2015 grazie alle esportazioni. E siccome l'attività è ricca, tende a essere rilevata da aziende straniere, soprattutto americane e cinesi, che però esportano anche le lavorazioni. E al territorio cosa rimane? L'inquinamento delle falde acquifere e un paesaggio devastato.

D. Che fare per invertire la tendenza?
R.
Per quanto riguarda i cavatori della prima famiglia, quelli che lavorano per le imprese di costruzione, la proposta di Legambiente è che diventino protagonisti dell'attività di riciclo.

D. In che modo?
R. Dedicandosi sia all'attività di estrazione tradizionale, nel rispetto dell'ambiente, sia al recupero degli inerti provenienti dall'edilizia stessa. Che possono essere trasformati in materiali aggregati in grado di assicurare le stesse prestazioni della sabbia, della ghiaia e del pietrisco.

D. E per chi cava materiali di pregio?
R.
Un modello secondo noi virtuoso è quello della provincia autonoma di Trento, che ha appena approvato una legge che stabilisce che le attività di cava sono consentite se almeno l'80% di quanto estratto viene lavorato in loco. Legambiente chiede una legge quadro a livello nazionale, che stabilisca canoni congrui e regole da rispettare.

D. In questo momento sembra una richiesta piuttosto utopica, sono ferme anche le bonifiche nella Terra dei fuochi...
R.
Non si può fare ora, perché siamo a fine legislatura. Ma chiederemo che la prossima si apra con un disegno di legge che vada in questa direzione.

D. Nulla quindi può essere fatto subito?
R.
Nell'immediato quello che il governo può fare è spingere sull'approvazione dei Cam, i Criteri ambientali minimi, che potrebbero stabilire un obbligo di usare materiali provenienti da riciclo nelle costruzioni.

D. Di cosa si tratta?
R.
La misura è già prevista dal Codice degli appalti, in attuazione delle direttive europee secondo cui entro il 2020 il 70% dei materiali provenienti dai rifiuti edilizi deve essere riciclato. Definendo i Cam, questa disposizione verrebbe resa obbligatoria nei capitolati d'appalto. È una cosa che si può fare subito, perché è già prevista dalla legge. Occorre "soltanto" che venga applicata.

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