Maurizio Landini
INTERVISTA 9 Marzo Mar 2017 1538 09 marzo 2017

Landini: «Non vorrei che nel 2019 l'Italia si ritrovasse senza Fiat»

Via la Panda da Pomigliano, addio a Marchionne. E magari un ad straniero al suo posto. Il leader Fiom stronca i piani di Fca: «Da tempo ha testa societaria e produttiva altrove. Investirà ancora da noi?».

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La profezia di Maurizio Landini è semplice e terrificante al tempo stesso. «Non vorrei», dice il segretario della Cgil Fiom a Lettera43.it, «che nel 2019 ci svegliassimo per ritrovarci senza la Panda a Pomigliano e senza il dottor Marchionne, ma con un manager non italiano che ha ancora meno interesse a continuare a investire nel nostro Paese». Fiat Chrysler ha confermato che tra il 2019 e i 2020 la Panda, l’auto più venduta del gruppo, ritornerà a essere prodotta in Polonia. Nello stabilimento campano dovrebbe essere realizzato un modello di alta gamma. Anche se non si sa ancora se con il marchio Alfa Romeo, Maserati o Jeep.

GOVERNO NON PERVENUTO. Per Landini Pomigliano è una frontiera. Qui è iniziata la battaglia contro il contratto aziendale e l’abbandono di quello nazionale voluti da Marchionne. Sempre qui sono stati licenziati delegati Fiom, poi reintegrati dalla magistratura. «Ci è voluta la Corte costituzionale per farci tornare in fabbrica, non il governo, che pure secondo la Consulta dovrebbe fare una legge sulla rappresentanza per evitare queste discriminazioni».

QUELLE STRANE COINCIDENZE. Eppure il capo delle tute blu vede nella vicenda dello stabilimento “Giambattista Vico” un campanello d’allarme per tutto il perimetro di Fca in Italia: «Finora non abbiamo avuto licenziamenti perché sono stati attivati gli ammortizzatori sociali. Ma nel 2018 finiscono. Così come nello stesso anno Pomigliano perde la Panda e Marchionne esce dal gruppo. Io non ho la sfera di cristallo, ma c’è qualcosa che non torna in queste coincidenze temporali».

Maurizio Landini e Sergio Marchionne.

DOMANDA. Landini, è l’unico a non rallegrarsi per l’arrivo a Pomigliano di un bolide.
RISPOSTA. Sì, perché questa notizia è preoccupante. In concreto Fiat annuncia soltanto di voler trasferire in Polonia la produzione della Panda, senza dire né quale modello la sostituirà né se la nuova auto darà lavoro a tutti.

D. Com'è la situazione attuale?
R. A Pomigliano già oggi, ma realizzando la vettura più venduta in Italia, non tutti lavorano: ci sono 1.300 in solidarietà e 500 sono stati trasferiti allo stabilimento di Cassino.

D. Ma torna l’Alfa Romeo!
R. Se anche fosse così, nel piano presentato dal dottor Marchionne c’è scritto che Alfa avrebbe lanciato altri modelli oltre ai due annunciati (Giulia e Stelvio, ndr) se questi avessero avuto successo. Di conseguenza le nuove produzioni saranno finanziate dalle vendite di altre auto. Siamo di fronte a una scommessa.

D. Una scommessa nella quale credono il governo e gli altri sindacati.
R. In questi anni la politica e i miei colleghi hanno espresso giubilo ogniqualvolta il dottor Marchionne esternava i suoi progetti. Senza però rendersi conto che la Fiat non c’è più nel nostro Paese: ha da tempo la testa societaria e produttiva altrove.

Nel 2010 Fiat prevedeva che si producesse un milione di auto in Italia e che nel 2018 tutti gli stabilimenti fossero saturi. Numeri diversi da oggi

MAURIZIO LANDINI

D. È il solito pessimista.
R. Non vorrei che nel 2019 ci svegliassimo e ci trovassimo senza la Panda a Pomigliano e senza il dottor Marchionne, che nel 2018 ha annunciato di voler abbondonare l’azienda, ma con un manager non italiano, che ha ancora meno interesse a continuare a investire nel nostro Paese.

D. Lei nel 2018, invece, lascerà la Fiom per guidare la Cgil?
R. Si sa dal 2010 che nel giugno del 2018 avrei lasciato la guida della Fiom. Per quanto riguarda il mio futuro ho dato la disponibilità, dopo la campagna che stiamo facendo per il referendum, a svolgere altri ruoli nell’organizzazione per rafforzare l’unità. Compreso un impegno nella segreteria nazionale. Ma non deciderò io: nella mia vita non mi sono mai candidato a nulla.

D. Tornando a Fca, cosa si rischia se va via l’impresa che più investe al Sud?
R. Che Fiat investa più di altri nel Mezzogiorno non è esatto. Ci sono altri grandi gruppi che stanno lavorando nell’area: penso a Stm che ha aumentato i suoi impegni a Catania, a Fincantieri che ha confermato la sua presenza, a Finmeccanica o a importanti multinazionali come Hitachi che qui sono entrati nel settore della costruzione dei treni.

D. D’accordo, ma il Lingotto ha un peso industriale decisivo.
R. Vorrei che fosse chiaro a tutti che nel 2010 Fiat presentò un piano nel quale prevedeva che si producesse un milione di auto in Italia e che nel 2018 tutti i suoi stabilimenti fossero saturi. Mi sembra che i numeri siano totalmente diversi oggi.

Berlusconi, Monti, Letta e Renzi sono sempre stati pronti a visitare gli stabilimenti Fiat Chrysler, facendo finta di non capire che cosa stesse succedendo

MAURIZIO LANDINI

D. Però con le auto di lusso si guadagna 10 volte rispetto alle Panda.
R. Fiat Chrysler vuole investire soltanto nell’alta gamma, ma le altre case automobilistiche coprono anche i segmenti delle piccole. Con l’operazione Psa Opel non si è aperta soltanto un importante consolidamento del settore - al riguardo Fca è soltanto il decimo gruppo al mondo -, ma è entrata nel vivo una rivoluzione nella concezione dell’auto.

D. E da noi?
R. Questo avviene nel mondo, mentre in Italia non si sta costruendo nulla di nuovo: né veicoli elettrici né macchine alimentate a idrogeno. Il tutto nel silenzio della politica.

D. Cosa c’entra la politica?
R. Da Berlusconi in poi, quindi anche Monti, Letta e Renzi, ho visto una serie di premier sempre pronti a visitare gli stabilimenti Fiat Chrysler, facendo finta di non capire che cosa stesse succedendo.

D. Cioè?
R. Che la testa e il cuore produttivi dell’azienda venivano trasferiti all’estero. Ma all’estero, come dimostra anche il recente accordo tra Peugeot e Opel, la Merkel, Hollande, ieri Obama e oggi Trump sono sempre intervenuti nelle vicende dell’auto con incentivi alla produzione, alla ricerca, alle vendite e alle assunzioni. Non fosse altro per tutti i posti di lavoro che il settore assorbe.

D. Che cosa dovrebbe fare il governo?
R. Intanto convocare l’azienda con i sindacati per conoscere i suoi progetti. Ma questo è il Paese dove negli ultimi anni il governo ha garantito sotto varie forme incentivi e sgravi pari a 19 miliardi, che per l’80% sono stati finanziati dalle nostre tasse, con l’Irpef. Contemporaneamente gli investimenti totalmente privati sono stati pari a 45 milioni di euro.

Marchionne ha preso un’azienda alla bancarotta ed è stato bravissimo a rilanciarla. Ma i suoi lavoratori sono i meno pagati del settore metalmeccanico

MAURIZIO LANDINI

D. Manca la politica industriale, si sa.
R. Da noi è assente anche una minima e basilare attenzione a quelli che sono i settori strategici fondamentali: non ci si preoccupa di Fiat Chrysler, ma neppure della componentistica che in Italia è molto forte e che non lavora soltanto per Fca.

D. Da mesi si vocifera di un vostro ritorno ai tavoli in Fca.
R. Intanto la Fiom resta il primo sindacato negli stabilimenti del gruppo. Nel 2018 scade il contratto aziendale e noi abbiamo tutto l’interesse a trattare, ma in un’ottica di contratto di categoria. Il problema, però, non è quello che vogliamo, quanto la volontà dell’azienda di fare un passo indietro da tutte le decisioni unilaterali prese. Di voler tornare a un sistema di relazione industriali corrette.

D. Marchionne però la stima e la chiama spesso.
R. È da un po’ che non ci sentiamo. Anch’io ho sempre riconosciuto i meriti manageriali del dottor Marchionne. Che ha preso un’azienda alla bancarotta e che è stato bravissimo a rilanciarla senza mai diminuire di un euro i dividenti agli azionisti.

D. Ma?
R. Parallelamente l’uscita dal contratto nazionale voluta da lui ha determinato che i suoi lavoratori siano quelli con la paga salariale più bassa nel settore metalmeccanico.

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