MNB S Request Manager

Europa sotto attacco

Raqqa
28 Marzo Mar 2017 0800 28 marzo 2017

Isis, psicopatologia del lupo solitario

I jihadisti 3.0? Vulnerabili e compulsivi del web. A L43 l'esperto di terrorismo Antinori, che li profila per Nato e Onu: «È la prima cultura globale della violenza. Di stampo anglosassone e agli antipodi dell'Islam».

  • ...

Il lupo solitario dell'Isis si profila, soprattutto in Europa, sempre più come un malato del web che si autoisola e si autoaddestra, costruendosi una nuova e impalpabile identità grazie a contenuti e contatti trovati su Internet. Fino agli Anni 90 il fenomeno sociale era emerso in Giappone, con i cosiddetti hikikomori. Poi casi analoghi hanno iniziato a manifestarsi anche negli Usa e nel resto dell'Occidente, dove pure la forte rete di propaganda dell'Isis ha avuto l'intuizione di sfruttarne le potenzialità. Tant'è che gli analisti dell'antiterrorismo si stanno concentrando sui quadri psicologici di chi, tra le migliaia di monitorati, potrebbe passare all'azione soprattutto grazie agli input del web.

SOGGETTI VULNERABILI. C'è una grande disputa tra task force se considerare o meno malati di mente i terroristi islamici che, in diversi attacchi come l'ultimo a Londra, hanno agito maldestramente da cani sciolti. Un'analisi dell'Europol del 2015 propendeva per la tesi dei «disturbi psichiatrici», ma diversi strizzacervelli frenano. Per l'esperto europeo di terrorismo Arije Antinori, coordinatore del Cri.me Lab dell'Università Sapienza di Roma e direttore del nuovo Corso di Alta formazione in intelligence e analisi per la prevenzione e il contrasto del terrorismo (Sforge), che collabora con Onu e Nato, «il tema centrale non deve essere limitato agli aspetti di salute mentale. Occorre porre l'attenzione in termini di analisi sulle vulnerabilità individuali, introducendo nuovi modelli e categorie interpretative che tengano conto della complessità della minaccia e della sua essenza cyber-sociale».

Arije Antinori.

DOMANDA. Non possiamo definirle neanche persone borderline o alienate sociali?
RISPOSTA.
Non è soltanto questo il punto, anche perché non tutti gli attentatori si caratterizzano per fragilità relazionale o per marginalizzazione. E poi persone borderline, emarginate o alienate rispetto a chi o a che cosa? Già grazie alla sola disponibilità di una connessione mobile, oggi risulta decisamente complesso individuare il confine, il margine relazionale e sociale.

D. Davvero Internet per loro è un mondo nel mondo?
R.
Dentro il loro mondo, questi soggetti hanno trovato un loro status, una rete di relazioni e anche di obiettivi. Il problema è che l'Isis in particolare, attraverso le sue narrazioni online fornisce a questi soggetti un contenitore semantico entro cui riconoscersi, identificarsi, essere riconosciuti, cyber-socializzati e celebrati, in prospettiva dà loro uno strumento di visibilità.

D. Ci profili questi jihadisti 3.0.
R.
Si tratta, prima di tutto, di attori di un terrorismo globale che attinge al primo immaginario concretamente e globalizzato del XXI secolo, grazie allo sfruttamento ormai quasi ventennale di Internet da parte del terrorismo islamista prima e jihadista oggi. Rappresenta una cultura, che ci piaccia o meno, diventata globale ed in grado di diffondersi a macchia d'olio in quanto cyber-socializzata. Non si tratta più “solo” di grandi reti da sradicare, ma della "contaminazione" della Rete delle reti. Occorre però fare un'altra distinzione.

D. Tra terroristi stranieri di ritorno o in fuga, i cosiddetti foreign fighter, e gli autoradicalizzati sul web?
R.
Non soltanto. Tra gli autoradicalizzati attraverso Internet ci sono i cyber-social, cioè quelli che postano loro contenuti interagendo sul web, che cercano la comunità, il gruppo. E i radicalizzati da mobile in totale solitudine, navigando attraverso la jihadisfera, che passano la loro giornata nella fruizione compulsiva, nella visione ossessiva di contenuti jihadisti e nell'ascolto ipnotico di nasheed , canti di guerra.

D. Si trovano facilmente in Rete?
R.
Sono liberamente disponibili online, specie su piattaforme social come Twitter, Telegram, YuoTube. Ma anche attraverso le molte biblioteche open e collettori di contenuti multimediali iperviolenti, di natura non esclusivamente terroristica. Altrimenti non si spiegherebbero radicalizzazioni così veloci in fasce d'età anche diverse: tra adolescenti, giovani tra i 23 e i 35 anni e 50enni.

D. Ci spieghi meglio.
R.
L'autoradicalizzazione che definisco mobile per autoisolamento può per certi versi essere accostata ad alcune particolari forme di dipendenza da videogioco. Ma tablet e smartphone accrescono la capacità di pervasività, persuasione e seduzione di questa "cultura del terrorismo", espandendo il ventaglio di sollecitazioni compulsive per soggetti particolarmente vulnerabili. Questo risulta centrale, soprattutto nel caso di terroristi che si attivano spontaneamente.

D. Cioè i lupi solitari creati dall'Isis?
R.
Tra loro rientra la categoria di un attore del tutto nuovo nel terrorismo, ossia del cosiddetto follower caratterizzato da dinamiche inedite. Si può essere sempre a Raqqa e Mosul, anche senza esserci mai stati fisicamente. Con un cellulare sul palmo di una mano si annullano le distanze spazio-temporali e in particolare si possono vivere situazioni ed emozioni cyber-esperienziali e sociali.

D. Grazie ai video del media center dell'Isis al Hayat, piuttosto che con le istruzioni di sue riviste online come Dabiq?
R.
Di più. I terroristi del Califfato modificano i videogiochi e usano applicazioni e banner pubblicitari per incitare a colpire con qualsiasi mezzo. Inventano anche nuovi generi narrativi come il mujatweeting, attraverso la realizzazione di video-promozionali di un paio di minuti che documentano la vita nel Califfato.

D. Spot pubblicitari di violenza pura.
R.
Dove il protagonista qui è l'individuo che diviene testimonial, non è più l'icona del qaedismo. Ciò favorisce l'orizzontalità, la reticolarità, una partecipazione più ampia della massa critica jihadista. L'impatto emozionale di selfie e live streaming poi è talmente forte da creare una co-presenza visuale intima in grado così di attivare i circuiti emozionali di chi vive immerso nella jihadisfera, anche solo "virtuale". Ma, con il cellulare, sempre più realmente onnipresente.

D. Ma come possono avere tanta presa i contenuti così violenti dell'Isis?
R.
Chi avrebbe immaginato, meno di 10 anni fa, il successo del potere pervasivo dei selfie? Il selfismo come forma di cyber-narcisismo? L'Isis si è sviluppato negli anni del salto tecnologico dell'infrastruttura digitale-mediale verso la cultura dei mobile, dell'individualizzazione e del protagonismo digitale. L'immaginario del lupo solitario fa leva sia sul narcisismo e sul voyeurismo umano, sia su vettori ancestrali come violenza ed aggressività.

D. Non è in fondo la vecchia ricetta di sesso, sangue e soldi dei maestri del giornalismo?
R.
Chiaramente con l'Isis siamo un passo oltre: come la mafia coltiva i propri killer con metodi tradizionali basati sull'educazione alla violenza, alla ferocia, i terroristi del Califfato usano azione sul campo e rappresentazione sul web per puntare ad individuare nell'audience i soggetti più vulnerabili da coltivare e attivare.

D. Parecchi convertiti all'Isis avevano precedenti penali.
R.
Grazie a ciò è possibile radicalizzare nel bacino della microcriminalità, così da fornire al criminale comune un finale "da martire". E funziona: i jihadisti dell'Isis catturano una fascia ristretta di popolazione, ma a livello globale, anche creando interesse tra la rete degli “anti-”.

Con l'Isis siamo passati dall'analogico al digitale: un meccanismo orizzontale che, anche nella propaganda mediatica, si rigenera attraverso cellule sparse, in continua evoluzione e proliferazione

Arije Antinori

D. Un salto di qualità che è conseguenza di una lunga catena: dai mujaheddin afgani ad al Qaeda, dal proliferare delle riviste di al Qaeda alla propaganda multimediale dell'Isis...
R.
Sì, ma al Qaeda si muoveva ancora con uno schema tradizionale, una rigida catena di comando e controllo, una militarizzazione e affiliazione selettiva, reclutando soprattutto tramite rapporti faccia a faccia, spesso attraverso gli "imam dell'odio", e soprattutto nelle carceri o in altri luoghi di socializzazione limitata. Gli attentati della rete di Bin Laden avevano inoltre una lunga preparazione con missioni di addestramento preliminari.

D. L'Isis invece?
R.
Il brand del sedicente Stato islamico (Islamic State) ha allargato il suo bacino d'utenza, cambiando logica, usando modelli relazionali fortemente caratterizzati o esclusivamente derivati dalla cyber-socialità nei quali i linguaggi, le dinamiche, i legami, le interazioni sono altre rispetto al passato.

D. In prospettiva allora prevarranno gli attacchi terroristici improvvisati dei lupi solitari?
R.
Ogni giorno le narrazioni jihadiste della "cultura del terrorismo" saturano il web: nei Paesi occidentali si può ritenere di sì, anche perché l'estremismo islamista, in chiave politica, non trova per lo più spazio. Quindi la conversione violenta o l'autodeterminazione aggressiva eterodiretta risulta la principale forma di espressione criminale connessa al fenomeno.

D. Molti di questi attentatori spontanei però hanno agito maldestramente.
R.
Tecnicamente gli attacchi dei lupi solitari sono meno spettacolari e provocano singolarmente meno morti di quelli di al Qaeda. Ma creano una paura diffusa, globalizzata, liquida. Nell'audience si espande l'insicurezza percepita, perché possono colpire ovunque e chiunque. E praticamente a costo zero per l'Isis che può sempre rivendicarli ex post, attraverso i social media grazie a quello che definisco post-branding.

D. Liberate Mosul e Raqqa ed estinto il Califfato non si sgonfierà in linea di massima anche la sua rete di propaganda?
R.
Se parliamo di dipartimenti centrali e periferici siamo ancora dentro la vecchia logica di al Qaeda. Con l'lsis siamo definitivamente passati dall'analogico al digitale: un meccanismo orizzontale che si riproduce attraverso cellule sparse, individui che generano e rigenerano identità jihadista. Non più soltanto un'ideologia, dunque, ma cultura digitale globalizzata in continua evoluzione, moltiplicazione ed espansione.

D. Come esperti riuscite a immaginarne qualche ulteriore sviluppo tecnologico del terrore in Rete?
R.
Io mi figuro il primo attacco terroristico in 3D sui cellulari o trasmesso in live streaming: la brutalità e la barbarie in diretta, passeggiando o sul divano di casa. Però della minaccia jihadista non va sottolineata soltanto la sua evoluzione di tecnologia sofisticata, ma soprattutto il suo utilizzo sofisticatamente organizzato di tecnologia low cost alla portata di tutti.

D. Un meccanismo a dir poco sfuggito di mano.
R.
Oltre ai lupi solitari, sono stimati circa 15 mila combattenti di ritorno, in fuga o riposizionamento ad esempio nel Balcani: a breve si avrà una "jihaspora", la diaspora di jihadisti con un addestramento e anche con esperienza di battaglie sul campo. Senza dimenticare gli esperti di media, di logistica, di economia criminale, di tecnologia, i chimici e altre figure, che potranno fondare altre sigle terroristiche, anche attraverso l'ibridazione con gruppi criminali. Coltivando alla violenza e all'odio i loro figli e nipoti non più nativi digitali, ma ormai nativi mobile.

D. Anche in diversi Paesi asiatici e africani.
R.
Lì il meccanismo di reclutamento e di propagazione resta ancora strutturato in modo più lineare rispetto all'Occidente: risponde anche a rivendicazioni e logiche politiche e territorializzate, spesso si ha prima la partecipazione attiva all'estremismo violento e poi eventualmente il passaggio all'attacco terroristico. Per questo il terrorismo della galassia dell'Isis è un fenomeno complesso, da analizzare e da contrastare contemporaneamente su più livelli, e non come una semplice polarizzazione dicotomica violenta.

D. Ma quanto c'entra l'Islam con l'estremismo dell'Isis?
R.
L'Isis distorce il concetto spirituale di jihad, così come interpreta in modo funzionalmente aggressivo i precetti coranici per legittimare la violenza della quale rende protagonista. La propaganda dell'Isis ha portato poi alla personificazione e all'individualizzazione del terrorismo, quando la centralizzazione dell'io è agli antipodi dell'Islam: una religione iconoclasta che rifiuta le rappresentazioni, nessun soggetto può essere glorificato, solo Dio è posto al centro.

D: Perché l'Isis esalta i terroristi?
R:
L'Isis mette al centro l'individuo, ma sempre interconnesso alla jihadisfera, al cyber-Califfato, sfruttandone anche le frustrazioni e lo spirito reazionario-identitario in particolare per gli europei, caratterizzati da dinamiche di seconda e terza generazione.

D. È un paradosso.
R.
Paradossalmente l'Isis sta diffondendo una cultura globale fortemente individualizzata, ma virtualmente comunitaria. La sua è una campagna visiva sui media orrorifica e seduttiva di forte radice anglosassone, come ritenuto ormai da molti analisti. Diversi dei radicalizzati sul web hanno poi scarsa o nulla conoscenza del Corano, basta leggere molte delle chat social delle comunità di giovani followers. All'Isis evidentemente questo non importa, l'Isis si preoccupa di "pescare" in audience differenziate.

D. Possiamo parlare allora di terrorismo orizzontale, non più verticale, e anche post-ideologico?
R.
Se pensiamo alla nostra esperienza di terrorismo selettivo di matrice marxista-leninista violenta, l'Isis lo ha destrutturato, proponendo ed incitando - soltanto nelle aree lontane dallo scenario bellico - al passaggio all'azione, all'attacco indiscriminato ai danni del soft-target della popolazione civile. È sbagliato anche parlare in termini di linearità strategica, di causa ed effetto: siamo lontani anni luce dal terrorismo degli Anni '70.

D. Per quale ragione?
R.
La complessità multidimensionale e con molteplici attori dell'Isis ne fa al contempo un'entità simmetrica ed asimmetrica, che non può essere osservata e compresa secondo una linearità. Non è più il jihadismo passato-presente-futuro di al Qaeda, l'Isis è maturato nell'evoluzione e nell'emancipazione digitale individualizzata del soggetto.

D. Come si può, se è possibile, combatterlo?
R.
Occorrono approcci transdisciplinari fondati sulla complessità per poterlo osservare, comprendere, contrastare nel suo costante evolversi. Ciò risulta centrale soprattutto per poter immaginare e comprendere che, dopo l'Isis, dovremo affrontare un nemico ancor più forte e liquido: l'Islamic State of Mind, uno "Stato islamico della mente".

D. Concretamente come si potrà agire?
R.
Visto che siamo di fronte a una cultura globalizzata – la prima che sia ahinoi mai esistita in epoca digitale –, e non soltanto a un'ideologia, non bastano il contrasto e la deradicalizzazione, è fondamentale l'educazione in termini di prevenzione e l'analisi dell'evoluzione del fenomeno per cercare di anticiparlo. Occorre non solo contronarrare, ma principalmente narrare, raccontare, proporre una nuova visione del mondo e non il silenzio, il vuoto, che in un mondo globalizzato ed interconnesso viene immediatamente riempito da un contenuto altro. In questo caso violento da chi sa governare la comunicazione mobile.

D. Serve una nuova cultura alternativa in grado di diventare dominante.
R.
Sì, ma bisogna abbandonare la mera logica di contro-propaganda, siamo sul piano dell'esperienza cyber-sociale ormai. Si deve creare e promuovere cultura, esperienza, socializzazione digitale, incentivando ricerca ed analisi transdisciplinare di profondità, secondo modelli interpretativi nuovi e attraverso nuove professionalità.

D. Quanti potenziali jihadisti si stimano, se ne ha almeno un'idea in Europa?
R.
Le stime ufficiali sono imponenti: circa 5 mila ritornati, dei quali circa 1800 in Europa. Ma c'è da considerare che, per esempio nella sola Francia, sarebbero circa 9 mila i soggetti ritenuti a rischio radicalizzazione violenta. Ovviamente dato il fenomeno vi è da considerare anche l'incidenza del numero oscuro.

D. Cioè dei lupi solitari che si auto-radicalizzano sul web?
R.
Tra loro alcuni sono individuabili. Per esempio tra gli adolescenti che si isolano su Internet, su segnalazione di famigliari, amici e vicini. O tra soggetti vulnerabili che hanno già dato segni di burn-out, depressioni, disturbo antisociale di personalità. Ma altri no, restano un'incognita. Inoltre, mentre parliamo di strategie d'intervento per la prevenzione e il contrasto della radicalizzazione, come in carcere, occorre lavorare sin da ora sugli scenari immediatamente prossimi.

D. Si parla di programmi di de-radicalizzazione, sono state create anche delle commissioni ad hoc.
R.
A breve ci troveremo per esempio a dover, già soltanto sul piano del trattamento, gestire giovani contemporaneamente radicalizzati e cyber-dipendenti. E per loro dovranno essere messe in atto strategie, metodologie e tecniche di intervento nuove. Lo stesso vale per l'evoluzione cyber-sociale del terrorismo dei lupi solitari.

D. Si stanno studiando e prendendo misure in questo senso?
R.
Mi auguro che al più presto si vorrà porre in modo sostanziale l'attenzione sugli impatti della tecnologia nella complessità criminale contemporanea e futura. Non solo come risorsa funzionale, ma principalmente come fattore di nuova strutturazione identitaria criminale, tanto a livello soggettivo quanto in termini di fenomeni criminali complessi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati