Savi
6 Aprile Apr 2017 0800 06 aprile 2017

Uno bianca, l'avvocato di Alberto Savi: «Il dolore non l'ha mai abbandonato»

La vita in carcere, i rimorsi, la rottura coi fratelli, il riavvicinamento al figlio. E quei conti col passato che non si possono chiudere. Dopo le polemiche sul permesso premio, intervista esclusiva al legale di Alberto Savi.

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Erano in sei, tutti poliziotti, con l’eccezione di Fabio Savi, di professione artigiano e autotrasportatore. Utilizzavano (spesso) un’utilitaria di colore bianco come firma per le azioni delittuose compiute, tra il 1987 e il 1994, lungo la direttrice Bologna, Forlì, Ravenna, Pesaro e Ancona e che hanno causato 24 morti e oltre 100 feriti.

LUNGA SCIA DI SANGUE. La “banda della Uno bianca” (composta da Roberto Savi, Alberto Savi, Fabio Savi, Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli) per sette anni ha sfregiato le coscienze di un’intera comunità grazie a una lunga scia di sangue abbattutasi, senza pietà, su benzinai, pensionati, guardie giurate, piccoli commercianti, nomadi, extracomunitari e carabinieri quelli sì, a differenza loro, al servizio dello Stato.

PERMESSO DOPO 23 ANNI. A riaccendere la fiamma della polemica è stato a febbraio 2017 il permesso premio di 12 ore, dopo una detenzione lunga 23 anni, di cui ha beneficiato Alberto, il minore dei fratelli Savi, condannato all'ergastolo. A commento della vicenda sono arrivate, lapidarie, le parole di Rosanna Zecchi, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della Uno bianca: «I nostri morti non hanno permessi premio».

DA SAVI NESSUNA PAROLA. L’avvocato di Alberto Savi, Annamaria Marin, presidente della Camera penale veneziana, spiega in un’intervista a Lettera43.it il suo punto di vista, chiarendo con fermezza che Savi «non può rilasciare dichiarazioni, nemmeno per interposta persona, fintanto che sarò il suo avvocato. Risulterebbe dannoso anche un semplice “ciao”».

«SEMPRE UN PASSO INDIETRO». Caparbia, risoluta ma anche molto disponibile, Marin racconta dettagliatamente il percorso del suo assistito negli ultimi anni, pur comprendendo la ferma e rabbiosa reazione dei parenti delle vittime cui fa sapere che «saremo sempre un passo indietro rispetto a chi è stato colpito da questa orribile vicenda».

L'avvocato Annamaria Marin e Alberto Savi.

DOMANDA. Avvocato, Alberto Savi condivide la scelta del silenzio nei confronti della stampa?
RISPOSTA. Assolutamente sì. Non è una mia forzatura né una mia imposizione.

D. Come ha elaborato Savi in questi 23 anni, se l’ha fatto, il suo passato da criminale?
R. Ho assunto la difesa di Savi dal 2010, quindi posso analizzare il percorso solo da quando ho preso in carico la sua procura.

D. Che giudizio dà della persona?
R. Al di là del mito, giustamente negativo, che il mio assistito porta con sé, posso dirle che è una persona mite. Ho avuto immediatamente un impatto positivo...

D. Non le sembra inopportuno l’aggettivo “mite”, anche se riferito al carattere, per chi ha contribuito alla morte di 24 persone?
R. Appunto. Non ho definito mite la sua storia. È una persona dai modi educati e rispettosi.

D. Tornando alla domanda: Savi ha elaborato in questi 23 anni il suo passato da criminale?
R. In ogni nostra conversazione emerge il gravoso peso della sua storia giudiziaria. Dal mio punto di vista è un atteggiamento che fotografa la piena consapevolezza della gravità delle azioni commesse.

D. Lei ha percepito un reale cambiamento? Che uomo è oggi Alberto Savi?
R. È una persona che con il passare degli anni ha acquisito maggiore “serenità” nel raccontarsi, mettendo a nudo le proprie responsabilità in tutte le vicende in cui è rimasto coinvolto.

D. Si tratta, dunque, di una completa assunzione di colpevolezza?
R. Certo. Viene richiesta a ogni detenuto e, nel suo caso, è stata dettagliata e approfondita nel tempo, accompagnata dal dolore che non l’ha mai abbandonato.

D. Nell’ordinanza del tribunale di sorveglianza di Venezia emerge che il suo assistito ha maturato un nuovo rapporto con la famiglia. Di cosa si tratta?
R. Entrambi i genitori sono morti (il padre, Giuliano, si è suicidato nel 1998 a bordo di una “Uno” di colore bianco, ndr). I rapporti con il figlio, ormai maggiorenne, e l’ex moglie possono definirsi completamente recuperati.

D. Con quale frequenza si vedono?
R. Con l’ex moglie non si vedono. Può immaginare però che, in una circostanza come questa, non è stato facile per una madre agevolare il riavvicinamento. Ora col figlio si incontrano e questo è importante. Non conosco la frequenza delle visite.

D. Quanto sarebbe importante per Savi ricevere il perdono da parte dei familiari delle vittime?
R. Sarebbe importante. Per lui, prima di ogni altra cosa, sarebbe fondamentale che la sua sofferenza e il suo pentimento fossero considerati sinceri.

D. Quale sarebbe la strada giusta da seguire per farsi ascoltare? Dev'essere molto complicato trovare le parole nei confronti di chi ha perduto un proprio caro, non crede?
R. Lui ha deciso di impegnarsi nel percorso di mediazione penale anche per avere dei suggerimenti in tal senso.

D. Ma il problema sono i parenti colpiti dalla tragedia.
R. Nel suo caso l’Associazione familiari vittime della “Uno bianca” rende al momento invalicabile la possibilità di un contatto diretto.

D. Ha mai incontrato qualche rappresentante dell’Associazione?
R. No. Anche perché credo di essere vista da loro come “fumo negli occhi”.

Savi mi parla dei suoi rimorsi. Verso le vittime e i loro familiari, ma anche per non aver fermato la violenza dei fratelli e dagli altri membri della banda

L'avvocato Annamaria Marin

D. C’è stato un momento in cui ha preso in considerazione l’ipotesi di una richiesta di grazia?
R. No, non ci ho mai pensato.

D. Perché?
R. Mi frena l’eccezionalità della vicenda di cui Alberto Savi è responsabile.

D. Tra qualche anno potrebbe prenderla in considerazione? (Alberto Savi sconta la pena dell’ergastolo e ha iniziato l’espiazione della pena il 26 novembre 1994, ndr).
R. In questo momento non glielo proporrò, anche perché la vicenda della “Uno bianca” non è pacificante. Le faccio un esempio.

D. Prego.
R. La figlia di Aldo Moro si è pacificata nei confronti dei carnefici del padre.

D. Ogni caso fa storia a sé.
R.
Assolutamente sì. Fossi stata l’avvocato difensore dei terroristi avrei potuto dire: «L’episodio è stato enorme per il nostro Paese, però le persone direttamente coinvolte hanno fatto una scelta personale di riavvicinamento». Ecco, in una circostanza simile sarebbe possibile chiedere la grazia. Stiamo parlando di reati altrettanto gravi.

D. Nel disegno del terrorismo, sia di destra sia di sinistra, la scelta della lotta armata era finalizzata al sovvertimento dello Stato democratico. Una violenza ingiustificabile eppure “comprensibile” nella lettura del disegno complessivo. Nel caso della Uno bianca appare tutto gratuito, quindi ancor più inaccettabile. È d’accordo?
R. Savi, ogni volta che ci confrontiamo, mi parla dei suoi rimorsi. Che non sono solo in senso generale verso le vittime e i loro familiari, ma anche, nello specifico, per non essere stato in grado di fermare l’onda di violenza generata dai fratelli e dagli altri membri della banda, dopo la sua decisione di uscire dal gruppo.

Il 30 gennaio 1988 la banda della Uno bianca colpì nel quartiere Celle di Rimini.

D. Quando ha deciso di interrompere la spirale di morte?
R. Sostanzialmente il giorno della strage del Pilastro a Bologna, anche se l’ultima azione con la banda risale al febbraio del 1992 (una rapina, ndr). Dopo non si è fatto più coinvolgere.

D. Sul Pilastro però aveva negato ogni addebito, ammettendo solo la partecipazione alle rapine. È corretto?
R. Nella ricostruzione del suo percorso criminale ha ammesso la partecipazione alla strage. Atto di sangue gravissimo che ha sancito, però, la fine della sua attività delinquenziale. Ci tengo a ripetere che il rimorso più grande di Alberto Savi è di essere riuscito a bloccare solo se stesso ma non gli altri elementi della banda.

D. Una mattanza così orribile può essere ricondotta solo alla bramosia di soldi? Sono stati colpiti, per esempio, anche nomadi, guardie giurate e pensionati, non proprio dei miliardari eccentrici.
R. Banalmente il fine di tanta violenza era proprio il denaro. Non nascondo che in una certa fase Alberto Savi si sia fatto trascinare dagli eventi e dai fratelli. Non si tratta di un alibi. Nel complesso parliamo di accadimenti totalmente sfuggiti di mano dettati, in alcuni casi, della paura di essere scoperti. Per trovare una sorta di spiegazione comprensibile dovrei citare La banalità del male di Hannah Arendt.

D. Tornando alla detenzione di Savi, c’è qualcuno che lo va a trovare oltre al figlio?
R. Il figlio e la compagna.

D. Alberto Savi ha una compagna?
R. Sì. Nel carcere sono ammessi anche i cosiddetti civili, cioè tutto il personale non militare vi che accede. Per esempio i dipendenti delle cooperative con cui i detenuti lavorano, i volontari, gli insegnati. Esistono molte occasioni per i civili di entrare in una prigione.

D. Quindi si sono conosciuti sul posto di “lavoro”?
R. Sì. È stata l’occasione in cui si sono incontrati.

D. Oggi si frequentano solo attraverso i normali colloqui?
R. Sì, perché la signora (una veneta, ndr) non lavora più nel carcere di Padova.

Alberto Savi non è più in contatto con nessuno dei fratelli. Nemmeno per via epistolare

L'avvocato Annamaria Marin

D. È in contatto con i fratelli?
R. Assolutamente no. Nemmeno per via epistolare.

D. Savi le ha mai raccontato un particolare legato alla sua detenzione per cui si è sentito migliore come persona?
R. Non ho memoria di aneddoti particolari. Però le posso dire una cosa.

D. Dica.
R. Savi si trova in una sezione per detenuti comuni. Nonostante la sua storia e le “regole” non scritte ma rispettate tra carcerati è ben accettato e benvoluto da tutti. Non dimentichi che il mio assistito era un poliziotto. Spesso sono i reclusi per primi a esercitare pratiche di ostracismo nei confronti dei condannati per reati particolarmente efferati.

D. Con quante persone condivide la cella?
R. Una persona, non italiana. Il carcere di Padova, dopo la sentenza Torreggiani, proibisce che siano più di due gli occupanti di una cella.

D. All’interno del carcere è impegnato? Lavora?
R. Certo. Si occupa di digitalizzazione di testi per la cooperativa “Altra città”.

D. È retribuito per questa mansione?
R. I detenuti che lavorano nelle carceri sono pagati.

Alberto Savi in una foto d'archivio.

D. Indicativamente a quanto ammonta la cifra?
R. Non lo so esattamente.

D. Non lo sa oppure non lo vuole dire?
R. Le posso dire che quando lavorava per la cooperativa “Giotto” aveva una retribuzione pari quasi a uno stipendio “esterno”, al quale, ovviamente, venivano applicate le trattenute di legge.

D. Per quante ore di lavoro è impegnato?
R. Si tratta di detenuti che hanno orari di lavoro ridotti (4/6 ore al giorno, ndr), sostanzialmente dei part-time.

D. Le è mai capitato di vedere Savi schiacciato, provato dall’esperienza detentiva? L’ha mai trovato sopraffatto dopo 23 anni di carcere?
R. Non l’ho mai visto “perduto” se non per i momenti di sconforto che normalmente accusa chi ha una condanna all’ergastolo da scontare.

D. Parliamo del permesso premio che ha suscitato parecchie polemiche?
R. Parliamone.

D. Può spiegare come sono andati i fatti?
R. È tutto scritto nell’ordinanza. Aggiungo, come evidenziato nel documento, che si tratta del primo permesso premio dopo svariati provvedimenti di rigetto.

D. In cosa è consistita questa mezza giornata in convento?
R. Molto semplicemente ha trascorso tutte le 12 ore con i religiosi di quella comunità.

Savi non fa progetti sul futuro perché si rende conto che la strada da percorrere è ancora molto lunga a causa della gravità
della sua storia

L'avvocato Annamaria Marin

D. Potrà richiedere un nuovo permesso premio? Se sì, tra quanto tempo?
R. Non esiste una frequenza standardizzata rispetto a richieste di questo tipo. Potrebbero, molto più avanti, seguire dei permessi in detenzione domiciliare in famiglia. Processo al momento prematuro.

D. Che attese nasconde un detenuto "fine pena mai"? Vi siete mai confrontati su questo tema?
R. Savi non fa progetti rispetto al suo futuro perché si rende conto che la strada da percorrere è ancora molto lunga a causa dell’eccezionalità e della gravità della sua storia. Il suo passo, rispetto a quello di altri detenuti, sarà molto più lento.

D. Quindi la strategia è quella del “poco alla volta”?
R. Com’è giusto che sia. Dobbiamo porci degli obiettivi ragionevoli. Per esempio, avere altri permessi, necessari per consolidare la posizione del mio assistito.

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