Trump Vittoria

L'America di Trump

Trump Thompson
10 Aprile Apr 2017 1122 10 aprile 2017

Thompson, ad del New York Times: «Vi spiego perché non condanno Trump»

Sulla Siria «non ha fatto male, anzi è stato più chiaro e rapido di Obama. Cambiare idea al mutare dei fatti, che male c'è?». Internet, Facebook, fake news, la democrazia diretta del M5s e... Bossi: l'intervista a L43.

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Scrive di Platone, menziona Bossi, va a pranzo con Zuckerberg. Conosce Trump, la guerra civile etiope, i modi garbati. Condanna internet, salva la Silicon Valley, detesta la censura. Mark Thompson, 60enne londinese già direttore generale della Bbc dopo aver occupato qualsiasi ruolo a partire dallo stagista, è uno che riserva sorprese. Da cinque anni siede su una delle poltrone più scomode d’America, all’ultimo piano dell’edificio del New York Times disegnato da Renzo Piano e meta di pellegrinaggio almeno quanto la Trump Tower: quella dell’amministratore delegato. Se il compito è sempre ingrato, lo è anche di più per colui cui tocca unire il fiuto e la deontologia del giornalista con l’arte improba dell’impresa profittevole negli anni di snap, post e like.

UN PROFILO TWITTER? NO GRAZIE. «La vista non è affatto male», minimizza, e per strano che possa sembrare gli è rimasto persino il tempo per scrivere La fine del dibattito pubblico (Feltrinelli, 432 pagine), libro assai dotto sulle conseguenze pratiche dell’impoverimento del linguaggio, dalla politica all’informazione, con un excursus che dalla Grecia Antica arriva fino ai tweet di Donald Trump. Scovare una presenza di Thompson sui social network è però quasi impossibile. Per essere una delle massime autorità preposte a capire i media e i cambiamenti, l’amministratore delegato della Signora in grigio ha un profilo Facebook sostanzialmente in disuso e disdegna un account Twitter. «Sono un po’ sospettoso delle frasi molto corte», ammette. «Ovviamente leggo gli altri: per esempio passo parecchio tempo sul profilo di @realdonaldTrump per capire cosa sta tirando fuori il presidente. Ma personalmente non penso di voler essere così piatto in quello che voglio dire, né credo che ridurre i pensieri ad appena un po’ di parole sia un buon modo per esprimersi».

Mark Thompson, amministratore delegato del New York Times.

DOMANDA. È quello dominante.
RISPOSTA. Mi sono chiesto spesso se ci sono cose di me che vale la pena che gli altri leggano e perché mai dovrebbero farlo oltretutto. Non sono uno di quelli che desiderano che tutto il mondo sappia come sto minuto dopo minuto...

D. È una critica a chi lo fa?
R. Niente affatto. Prendiamo il presidente Trump: spesso su Twitter è molto sincero su cosa sta pensando. Dà informazioni precise su cosa gli passa per la mente, a volte sembra addirittura che stia riflettendo tra se e sé. Il giorno prima del bombardamento ha scritto: «È molto possibile che cambi la mia idea sulla Siria», e poi ha aggiunto: «Infatti l’ho già cambiata». Come se scoprisse passo a passo la sua visione del mondo.

D. Un po’ infantile?
R. Di sicuro sincero: in effetti aveva cambiato idea sul serio, come abbiamo scoperto dopo. Il presidente ha agito d'impulso sulla base del nuovo pensiero che aveva maturato.

D. Come si gestisce l’impulsività di Trump? Lui chiama i giornali - incluso il New York Times - fake news (notizie false), e i giornali gli fanno da cassa di risonanza?
R. Il fatto che i politici abbiano scoperto quello che sa qualsiasi teenager - puoi aprire un account e raccontare quello che vuoi al mondo interno - non è un problema. Noi giornalisti dobbiamo fare il nostro lavoro: cercare di aiutare la gente a capire ciò che succede. È normale che un tweet del presidente possa avere valore come notizia. Il punto è presentarlo nel modo corretto: al New York Times, se pensiamo che il contenuto non sia suffragato dai fatti, lo specifichiamo nel titolo. Non ci limitiamo insomma a ritwittarlo, ad amplificarlo: diamo un contesto.

L'ex leader della Lega Nord Umberto Bossi.

Il linguaggio politico italiano è sempre stato parecchio colorito: ricordo Bossi che menzionava i fucili. Più che spaventarmi queste uscite militaresche mi sembrano sceme, assurde

Mark Thompson, ad del NyTimes

D. Il dibattito sui media come cassa di risonanza si pone anche per temi molto seri come l’Isis e affini. C’è chi pensa che il solo modo per battere il terrorismo sia non dargli copertura mediatica.
R.
Sono contrario all’ipotesi. Penso, anzi, che la politica occidentale venga impoverita e “rottamata” dagli argomenti che decidiamo di non seguire, o dai dibattiti pubblici che non facciamo. Quando ero alla Bbc ci fu una grande battaglia sull’opportunità di portare in prima serata il leader del British National Party che era un vero estremista. Si diceva che dargli voce avrebbe aumentato le sue chance politiche e quelle del partito: invece il pubblico in studio gli fece passare due ore difficili, con domande durissime, e alle elezioni il loro risultato fu peggiore dei precedenti.

D. A volte non si tratta di parlare delle cose, ma di non riprendere appelli o immagini truci.
R. Certo, le chiamate alla violenza e la sua esaltazione sono diverse: a un certo punto bisogna usare il buon senso. Ma, anche così, provare a spiegare è sempre la soluzione migliore.

D. C’è però il rischio di assuefarsi alla barbarie, anche linguistica. In Italia c’è chi afferma davanti alle telecamere che i «ladri dovrebbero bruciare nei forni». E lo stesso ex premier Renzi disse che avrebbe volentieri usato «il lanciafiamme» contro il suo partito.
R. Il linguaggio politico italiano è sempre stato parecchio colorito: non sono particolarmente esperto, ma ricordo Bossi che menzionava i fucili e la possibilità di usarli più volte. Onestamente, più che spaventarmi questo tipo di uscite militaresche mi sembrano sceme, assurde.

D. Sceme ma inadeguate.
R. L’imbruttimento e l’aggressività senza precedenti nel linguaggio politico sono innegabili: che senso ha menzionare i lanciafiamme o i kalashnikov quando si parla di dispute politiche all’interno di un partito? È un’isteria senza senso.

D. Se i politici usano espressioni isteriche e senza senso si può incolpare la gente di non essere in grado di capire?
R. Siamo di fronte a un impoverimento complessivo anche perché non restano parole adeguate per le cose reali. Quando è morta Margaret Thatcher i media hanno scritto: «Ha distrutto la Gran Bretagna». Io ero in Etiopia durante la guerra civile: ho visto donne bruciate dalle bombe al fosforo, l’assenza di disinfettanti, le persone morire. Le stesse cose che succedono ora in Siria. Un Paese distrutto significa bambini che muoiono di fame e un sacco di altre cose terribili. Se tu usi un’espressione del genere per parlare di un avversario politico che non sopporti, cosa potrai dire delle cose realmente importanti?

D. Non riuscire a usare le parole giuste comporta anche il non riuscire a focalizzarsi sulle azioni necessarie?
R.
Penso che il problema, un po’ per tutti - media, pubblico e politici - sia essere costanti. Quando rimaniamo sconvolti da qualcosa il primo impulso è: «Bisogna fare qualcosa». Ma alla seconda o alla terza volta non siamo più sconvolti: ci annoiamo, non reagiamo più. Credo che anche con la Siria, in questi anni, sia andata così.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Non mi sento di dire che Trump abbia fatto male. A volte c’è bisogno di decisioni difficili, tocca fare cose che non sono molto digeribili

Mark Thompson, ad del NyTimes

D. Il presidente Trump ha reagito la prima volta, senza aspettare di essere annoiato.
R. Non mi sento di dire che Trump abbia fatto male. A volte c’è bisogno di decisioni difficili, tocca fare cose che non sono molto digeribili. Il politico si trova di fronte a una domanda complicatissima del tipo: un crimine orribile quale l’utilizzo di armi chimiche giustifica l’uso di altre bombe? Il pubblico raramente è consapevole di questa domanda e della difficoltà nel rispondere. Chi fornisce la risposta, oltretutto, dovrà vivere per sempre con le conseguenze delle proprie azioni.

D. E costringere i cittadini a conviverci.
R.
Già. Non solo: il politico che decide di andare in guerra spesso non può sapere se sta facendo la cosa giusta o meno, e sa di non saperlo. Prendiamo la storia delle armi di distruzione di massa e la guerra in Iraq: io credo che i nostri politici davvero credessero che Saddam avesse quelle armi.

D. Sul serio?
R. Forse lo stesso Saddam pensava di averle. Invece è venuto fuori che non le aveva: siamo andati in guerra per una cosa che non esisteva. Ma la politica è un’arte imperfetta e i politici sono diventati così nervosi all’idea di spiegare i rischi, le ipotesi e le complessità delle situazioni che alla fine scelgono solo i messaggi facili.

D. A proposito di complessità, Trump sarà in grado di gestire la situazione nuova che ha creato in Siria?
R. È troppo presto per dirlo. È venuto da noi a pranzo al NyTimes, abbiamo parlato 75 minuti e penso che sia corretto dire che il presidente non ha ancora una visione politica ben strutturata del mondo. Ci si chiede è un isolazionista o interventista, se vuole smantellare la Nato o meno, cosa intende fare con l'Unione europea...

D. Non lo trova un po’ spaventoso per noi cittadini?
R. Non è che non si conoscano le risposte: forse stanno prendendo corpo solo ora nella mente di Trump. Non ha esperienza politica, sta capendo in questo momento.

D. Avrà abbastanza tempo per capire? C’è chi pensa che tra il Russiagate e altro non arriverà a fine mandato.
R. Anche in questo caso, è troppo presto per dirlo. Ci sono enormi incertezze sulla direzione che prenderà l’amministrazione e sulla capacità del presidente Trump di decidere. Ma devo dire onestamente che la risposta di Trump all’attacco chimico in Siria è stata molto più rapida e più chiara di quella di Obama.

D. Quando Obama volava intervenire in Siria, Trump lo contestava duramente. E fino a due giorni prima aveva deciso di non toccare Assad.
R. Una delle cose più rilevanti infatti per me è stata che il presidente abbia ammesso espressamente: «Ho cambiato idea sulla Siria». L’idea che i politici cambino idea quando cambiano i fatti è interessante.

Beppe Grillo.

Penso che la democrazia diretta sia in molti casi meno democratica di quella rappresentativa, specie quando ruota intorno alle parole di un solo soggetto

Mark Thompson, ad del NyTimes

D. A proposito di cambiare idea e delle difficoltà della politica, cosa pensa della democrazia diretta? In Italia se ne parla spesso.
R. Da cittadino io credo molto di più alla democrazia rappresentativa. Penso che la democrazia diretta sia in molti casi meno democratica di quella rappresentativa, specie quando ruota intorno alle parole di un solo soggetto.

D. Pensa all’Italia e a Grillo?
R. Dico che ci sono complessità enormi in ogni decisione politica ed è molto meglio fidarsi di un gruppo di persone che possono essere ritenute responsabili di quello che fanno e che possono essere rimpiazzate, piuttosto che della cittadinanza in astratto. Pensateci: non si possono mica rimpiazzare i cittadini se sbagliano.

D. Osservazione convincente.
R. David van Reybrouck è un giornalista e scienziato della politica belga che parla di democrazia del sorteggio, ipotizzando che le decisioni siano prese da un organismo simile a giuria sorteggiata. Mi sembra un’idea più interessante della democrazia diretta.

D. Giuria o meno, molto dipende da come si informano i cittadini. E i social network stanno dominando il resto.
R. Le nuove piattaforme sono molto potenti e hanno gli stessi vantaggi che una volta aveva la carta stampata. Dominano la distribuzione e di conseguenza anche i flussi economici, nel senso della pubblicità digitale. Ma devo dire che le conversazioni che ho avuto con Facebook, con i livelli più alti di Facebook, sono confortanti.

D. Va a trovare Zuckerberg?
R. Non solo Mark, ma anche il resto della leadership. Credo che loro, così come Google o altri della Silicon Valley, vogliano genuinamente aiutare gli editori.

D. Questa è una notizia: normalmente li si descrive come quelli che stanno ammazzando i giornali.
R. Personalmente non credo che le piattaforme dovrebbero essere considerate editori, ma è chiaro che non sono nemmeno soltanto strumenti tecnologici: hanno troppe informazioni e troppa intelligenza. Noi abbiamo chiesto a Facebook più dati sui nostri lettori, perché non sappiamo abbastanza su come consumino le informazioni. E abbiamo anche detto che vogliamo più trasparenza: dobbiamo capire come funziona l'algoritmo. Serve a noi, ma anche a tutti gli utenti. Qual è il criterio con cui vengono proposte le storie?

D. Come definirebbe il vostro rapporto con la Silicon Valley?
R. A me pare che loro siano generalmente disposti a darci una mano nello spingere il nostro business model, che al New York Times è basato sugli abbonamenti. Parliamo spesso con Facebook e con loro stiamo esplorando ogni possibilità per aiutarci a far funzionare il modello e a far tornare i conti.

D. Pensa che Mark Zuckerberg e i suoi abbiano la piena consapevolezza dell’impatto che stanno avendo sul mondo, a ogni livello?
R. Quando la gente parla di Facebook, parla di internet. Facebook è internet. Ed è l’essenza stessa di internet che sta cambiando tutto. Prendiamo la pubblicità: oggi su web vale molto poco. Un po’ per via della questione distributiva, un po’ perché i consumatori hanno molta più offerta di cose da leggere o da guardare, un po’ perché l’attenzione si riduce. In sintesi, non si può dare colpa alle piattaforme del cambiamento che avviene ed è avvenuto.

Il NyTimes ha 2 milioni di persone abbonate online e un milione al giornale cartaceo.

Per salvare il giornalismo serve creare un circolo virtuoso. Invece oggi la maggior parte delle redazioni è dentro un circolo vizioso all’esatto opposto

Mark Thompson, ad del NyTimes

D. Quindi il problema è internet?
R. Internet è il problema, sì. Ma a me piace pensare non come uno che si è fatto rottamare, bensì come uno che rottamerà. L’unico modo per uscire indenni dal cambiamento è far bene le cose e farsele pagare.

D. Significa che non crede alla gratuità dell’informazione in Rete?
R. Credo che sia possibile produrre su internet dei contenuti di qualità così alta che la gente spenda per leggerli. Il New York Times ha iniziato con gli abbonamenti digitali nel 2011 e oggi abbiamo 2 milioni di persone abbonate online e un milione al giornale cartaceo: 3 milioni in tutto. Abbiamo anche però 147 milioni di lettori non abbonati, che hanno un rapporto molto stretto con la nostra testata: considerando tutto, credo che un obiettivo concreto sia 10 milioni di abbonati nel futuro.

D. In Italia i lettori di giornali sono 11 milioni in tutto!
R. So che questi numeri possono sembrare enormi, ma voi avete un vantaggio: mentre quello in lingua inglese è un mercato molto affollato e competitivo, il vostro è più protetto dalla concorrenza.

D. In cui gli investimenti sono in calo e la crisi è strutturale da decenni.
R. Vi dico cosa succede da noi. Quest’anno gli abbonamenti digitali ci hanno consentito di investire in nuovi giornalisti per seguire le elezioni: abbiamo prodotto buone cose, gli abbonamenti sono aumentati e con loro i ricavi, per prendere altre persone o fare nuove storie. Il punto, insomma, è creare un circolo virtuoso. Penso che invece oggi la maggior parte delle redazioni sia dentro un circolo vizioso all’esatto opposto. Bisogna pensare come gli artigiani: le belle cose fatte a mano si pagano care perché ne vale la pena.

D. Significa maneggiare la complessità. Lei pensa che il linguaggio oggi sia abbastanza strutturato per gestire la complessità del mondo?
R. Oh, no, assolutamente no. Nei giorni scorsi in America si è discusso molto dell’ipotesi di abolire l’Obamacare. Interrogati dai sondaggisti, molti cittadini hanno risposto che loro avrebbero voluto abrogare l’Obamacare ma preservare l’Affordable care act, perché garantiva accesso alla sanità. Non hanno pensato che si trattasse della stessa cosa, non lo sapevano, non lo hanno capito!

D. Non ci restano che i campi di rieducazione linguistica?
R. Be', penso che i media debbano fare di più: o chiediamo ai politici di spiegare meglio le loro idee o le spieghiamo meglio noi. A volte i giornalisti non si fidano dell’interesse dei loro stessi lettori e questo è un difetto enorme. Bisogna sempre avere fede nel pubblico.

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