Ue
13 Aprile Apr 2017 1208 13 aprile 2017

Lorenzo Marsili: «Solo un New Deal europeo può salvarci»

Il movimento Diem25 si propone come alternativo a establishment e populisti. È pro-euro ma anti-liberista. Il suo rappresentante a L43: «Restyling dei Cda e disobbedienza costruttiva, ecco il nostro manifesto».

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Sono passati due anni dalla crisi in Grecia che si è conclusa con la resa del governo al diktat della Troika, e l'Europa accusa una crescente emorragia di fiducia da parte dei suoi stessi cittadini. A netto del fenomeno Brexit, l'euroscetticismo trova paladini non solo in partiti e movimenti populisti di destra, ma anche in esponenti della sinistra che invocano un ritorno al nazionalismo economico. Ma esiste un'alternativa al conformismo neoliberale e alla sua speculare controparte? Secondo Yanis Varoufakis, l'ex ministro delle Finanze nel primo governo Tsipras, sì. È stato lui, poco più di un anno fa, a lanciare Diem25 (Democracy in Europe Movement) attivandosi per la costruzione di una nuova Europa democratica non solo sulla carta e a parole, ma anche nei fatti.

OLTRE ESTABLISHMENT E POPULISMO. È da poco uscito per Laterza il libro “Il terzo spazio – Oltre establishment e populismo” scritto dallo stesso Varoufakis e da Lorenzo Marsili, rappresentante di Diem25 e co-fondatore di European Alternatives. Il sottotitolo riassume la tesi del saggio che vuole essere un manifesto per un New Deal europeo che vada oltre il dogma della classe politica dominante, ma anche opposto alle tendenze nazionaliste principalmente di stampo post-fascista. Secondo Marsili questo terzo spazio è l'unico possibile e non nasce solo da un'impostazione ideologica di sinistra (notare che questa parola non appare una sola volta nelle 132 pagine di testo), ma da un semplice «senso comune, per cui mettere fine alla crescente disparità economica tra le élite e i cittadini è l'unico modo per raddrizzare l'attuale sistema e salvarlo da se stesso».

Lorenzo Marsili.

DOMANDA. Il punto chiave del movimento Diem25 è che, pur essendo critico verso la Ue dell'austerity, non è a favore della sua disintegrazione.
RISPOSTA.
Fare della distruzione dell’Unione europea il nostro fine ci renderebbe gli utili idioti dei nazionalismi di estrema destra. L'exit è una falsa scorciatoia.

D. Qual è allora il vero problema?
R.
Il pensiero unico che domina in questo momento l'Europa: è un problema grande come una casa che attanaglia sia le élite europee che quelle nazionali. Bisogna cambiare l'assetto di potere sia a livello continentale che nazionale: il vero problema sono le politiche in campo economico-sociale.

D. Specificatamente vi riferite a tutte quelle politiche improntate su un'ideologia neoliberista e di austerity.
R.
Sì, ma bisogna ricordare che questo indirizzo nasce dalla cattura delle elite nazionali. Basti pensare alla Banca centrale europea: ha un mandato incentrato esclusivamente sul controllo dell’inflazione, senza alcun target occupazionale, come ha invece perfino la Federal Reserve americana. Ma chi lo ha scritto questo statuto? Sedici governi nazionali, nel 1996, fra cui tantissimi di centrosinistra. E il punto vale per moltissime altre politiche.

D. Quindi state dicendo che nulla è stato fatto per uscire da quest'impostazione di base.
R.
Si è visto quando nel luglio del 2015 il Consiglio Europeo ha schiacciato la Grecia di Tsipras senza che nessuno, tra cui la socialdemocrazia francese o quella italiana di Matteo Renzi, muovesse un dito per trasformare la lotta della Grecia in una vera lotta europea per un nuova politica economica.

D. È mancata solidarietà verso Atene?
R.
In realtà è mancata solidarietà verso se stessi.

D. In che senso?
R.
Prendiamo l'esempio di Renzi: quando nell'estate del 2015 c'era la possibilità di sfidare il dogma dell'austerity, ha scelto di mettersi a traino della cancelliera tedesca Angela Merkel per poi diventare lui stesso vittima di queste politiche. La richiesta di cambiamento non è una richiesta di un trattamento di favore per un singolo paese, ma una richiesta per un diverso modello economico e sociale per tutto il continente. Il modello attuale si sta torcendo proprio contro quelli hanno insistito nell'imporlo, non solo piccoli Paesi in uno stato semi-coloniale come la Grecia, ma tutto il resto dell'Europa.

D. In che modo?
R.
Basti pensare all'avvento dell’estrema destra. La situazione è molto simile a quella degli Anni 30, dove però ci fu l'esempio del New Deal roosveltiano che in qualche modo, almeno negli Usa, capovolse la situazione generata dal fallimento del liberismo con la conseguente crisi del '29. Mentre in Europa, lo sappiamo, le cose andarono diversamente.

D. Voi in realtà state parlando di un ritorno a un keynesianesimo di base, non di un'alternativa radicale al sistema?
R.
Credo che in questo momento storico non ci sia nessuna contraddizione tra riforma e rivoluzione. Ci sono cambiamenti necessari che potrebbero portare a una trasformazione virtuosa di questo sistema in crisi e quindi anche di un superamento di esso.

D. Qualche esempio concreto?
R.
Basandosi sull'esperienza dei beni comuni in Italia, e sull’esperienza tedesca della compartecipazione, nei consigli di amministrazione delle aziende sia pubbliche che private non dovrebbero sedere rappresentanti solo degli azionisti, ma anche dei lavoratori, per un terzo, e di cittadinanza allargata, per un altro terzo.

D. Cosa otterrebbe un simile assetto aziendale?
R.
Si potrebbe prevenire, per esempio, il fenomeno della delocalizzazione. E in generale si allargherebbe lo scopo dell'azienda stessa, non più concentrata solo sull'accumulazione di profitti da distribuire tra gli azionisti, ma anche attenta ai diritti dei lavoratori e all'ambiente.

D. Ma una delle caratteristiche principali del capitalismo odierno è che sta diventando sempre di più un capitalismo finanziario e speculativo. Come si fa a combatterlo?
R.
Intanto cominciamo a rafforzare le aziende rimettendo al centro una politica di pianificazione e d'investimento industriale.

D. E la politica nei confronti delle banche?
R.
Le banche che rischiano di fallire dovrebbero diventare pubbliche con un Cda al quale partecipano anche i cittadini, visto che proprio questi sono poi chiamati a pagare le perdite. Il modello del credito cooperativo che finanzia la piccola e media impresa potrebbe essere un buon modello e fare da volano per la ripresa dell'economia.

Invochiamo una disobbedienza ben diversa da quella di Renzi, che elemosinava a Bruxelles qualche miliardo da gettare in campagna elettorale

Lorenzo Marsili

D. C'è anche un problema di investimenti statali?
R.
Il problema è che spesso vanno in direzione sbagliata: invece d'investire su inutili tratte ad alta velocità per pochi, come la Torino-Lione, si potrebbe migliorare la rete ferroviaria e il trasporto locale per molti. I soldi ci sono, ma sono spesi male: gli esempi si sprecano, dagli F35 alle maglie della corruzione.

D. Cosa propone Diem25 a livello europeo nel campo degli investimenti?
R.
Chiediamo che il Quantitative easing della Bce vada diretto verso l'economia reale, attraverso la Banca europea degli investimenti, e non verso l'acquisto di bond, operazione che finisce per favorire la speculazione. Ma, in generale, non c'è bisogno, come negli Anni 30, di più ponti e più strade, ma di transizione ecologica e trasformazione del sistema produttivo.

D. Si parla quindi anche di un'economia verde?
R.
Sì, un'economia virtuosa che aumenterebbe l’efficienza e la competività del sistema produttivo, l’occupazione e al tempo stesso ridurrebbe lo spreco energetico. Basti pensare agli effetti di un vero piano di efficientamento del trasporto pubblico locale, riducendo drasticamente l’utilizzo dell’auto e quindi inquinamento e bolletta energetica: non andremmo, ad esempio, più a dare soldi alle petromonarchie che poi a loro volta finanziano in qualche maniera le guerre nel Medio Oriente.

D. Come si differenzia la vostra posizione da quella dei firmatari del Piano B per l'Europa, tra cui Stefano Fassina e Jean-Luc Mélenchon, che prevede, in caso di mancata riforma del sistema, un ritorno al sovranismo?
R.
Il gruppo che fa riferimento al Piano B non crede nella propria forza di cambiare il sistema Europa, investendo il proprio capitale politico e mediatico nella distruzione dell'euro e dando per scontato che sia irriformabile. Ma questa è una foglia di fico. Noi crediamo invece che sia possibile cambiare i rapporti di forza all'interno dei singoli paesi e della Ue.

D. Ma questo può implicare una qualche forma di “disobbedienza”?
R.
Certo, a cominciare dal famigerato Fiscal compact. Noi la chiamiamo “disobbedienza” istituzionale e costruttiva, accompagnata dalla proposta di alternative possibili e livello finanziario e monetario. Cosa ben diversa da quello che faceva Renzi quando andava a Bruxelles a elemosinare qualche miliardo da gettare in campagna elettorale.

D. Qual è il bilancio della vostra azione a poco più di un anno dalla nascita di Diem25?
R.
In questo anno abbiamo posto l'accento su due cose. A partire dalla creazione di un movimento politico transnazionale: abbiamo 60 mila iscritti, tra cui tantissimi intellettuali, politici e sindaci, inclusi Ada Colau di Barcellona e De Magistris a Napoli. Poi abbiamo definito un programma dettagliato, che chiamiamo New Deal, un documento di oltre 100 pagine su economia, finanza, politiche sociali e del lavoro. A cui a breve aggiungeremo capitoli su ambiente, immigrazione e trasparenza. La chiamiamo Agenda Progressista Europea.

D. E il prossimo step?
R.
Vogliamo passare dal “cosa” al “come” per fare la nostra parte nella creazione di una confluenza effettiva, al di là delle belle parole, in previsione delle prossime elezioni europee del 2019. Il messaggio sarà appunto questo: esiste un terzo spazio oltre a quello occupato dai vari Juncker e Merkel da un lato e i Salvini e Le Pen dall'altro.

D. In realtà il parlamento europeo non sembra aver molta voce in capitolo sulle grandi scelte.
R.
Sì, in certe cose vale poco, in altre, obiettivamente, si auto-limita. Per esempio il Ceta (il trattato di libero scambio con il Canada, ndr) potrebbe essere bocciato dal parlamento europeo. Ma soprattutto si tratta di affermare un movimento transnazionale che mostri solidarietà di fronte a imposizioni ingiuste come quelle applicate alla Grecia. Il parlamento europeo non è un fine, ma un mezzo, utile nella costruzione di una più ampia capacità di azione politica a livello europeo.

D. È disobbedienza anche quella del premier ungherese Viktor Orban nel campo dell'accoglienza ai rifugiati?
R.
Noi distinguiamo tra disobbedienza distruttiva à la Orban e disobbedienza costruttiva a vantaggio di tutti quanti. La disobbedienza deve essere universalizzabile. Un esempio di disobbedienza non universalizzabile è quella dell'Irlanda che taglia le tasse alle multinazionali contestando i rilievi europei. Se tutti i paesi europei facessero lo stesso ci sarebbe un calo drastico del gettito fiscale in Europa. Il “No” al Fiscal Compact accompagnato da politiche alternative possibili è invece generalizzabile.

D. Come vi muovete in Italia?
R.
In Italia pensiamo serva un programma di confluenza che porti insieme quelle forze politiche, sociali e di cittadinanza che trovano necessario costruire uno spazio accattivante e alternativo e a un’offerta politica francamente non all’altezza delle sfide che abbiamo dinanzi. Uno spazio che sia in grado di rappresentare un'alternativa concreta, in 10 punti, tale da influenzare le prossime elezioni politiche.

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