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L'America di Trump

Reyna Famiglia
30 Aprile Apr 2017 1500 30 aprile 2017

Reyna Grande, migrante bambina divenuta scrittrice di successo

Nata in Messico, a soli nove anni è partita alla volta degli Stati Uniti. Per ricongiungersi ai genitori emigrati. Il viaggio oltreconfine, la clandestinità, le critiche a Obama e Trump: l'intervista a Lettera43.it.

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Anno dopo anno, lo stato messicano di Guerrero vede la popolazione decimarsi. Le città sono prevalentemente nelle mani delle donne, ma non perché si sia abbattuto il patriarcato: la maggior parte degli uomini tra i 20 e i 40 anni cerca fortuna altrove, le coppie si parlano via Skype ed educano i bambini per telefono. Stando ai dati dell'Istituto Nazionale di Statistica e Geografia (Inegi), sono 12 mila i cittadini di Guerrero residenti negli Stati Uniti. La mano invisibile che muove l’economia di queste terre è quella dei migranti, che attraversando il confine ogni anno inviano a casa 2,5 miliardi di dollari, una mole di denario superiore anche agli introiti dell’esportazione del petrolio.

IN VIAGGIO PER RIVEDERE I GENITORI. Il costo emotivo di questo fenomeno, però, è molto alto. «Nel 1980 non sapevo dove fossero gli Stati Uniti o perché la gente della mia città, Iguala, nello stato di Guerrero, parlasse de "l’altro lato". Quello che sapevo allora era che l'altro lato si era portato via mio padre. Sapevo anche che le preghiere erano inutili, perché se fossero servite l'altro lato non si sarebbe preso anche mia madre», racconta a Lettera43.it Reyna Grande, scrittrice messicana pluripremiata, vincitrice di American Book Award, premio Aztlan e Latino Book Award.

Reyna, in basso al centro, con la madre.

Reyna aveva due anni quando entrambi i suoi genitori partirono a causa della crisi economica in Messico. Dopo aver vissuto coi suoi fratelli da una zia, a soli nove anni intraprese il viaggio per raggiungere il padre prima e la madre poi. Riusci a oltrepassare il confine, ma la vita da bambina clandestina e la difficile situazione dei genitori non erano esattamente le condizioni del tanto agognato American dream.

FAMIGLIE SPEZZATE. Oggi Reyna ha 41 anni, vive negli Usa e insegna scrittura creativa nella prestigiosa Ucla, in California. E recentemente ha raccolto la sua testimonianza di una infanzia da migrante nella autobiografia La distancia entre nosostros (Atria Books, Simon & Schuster). Una storia commovente, eppure tutt'altro che unica, se si pensa - come ricorda lei stessa - che «fino all'80% dei bambini dell'America Latina nelle scuole degli Stati Uniti è stato separato dai genitori durante il processo di migrazione».

Reyna Grande, 41 anni.

DOMANDA. Cosa significano gli Stati Uniti nella creazione della sua identità?
RISPOSTA.
Ci vivo da 32 anni e credo di essere forse più americana che messicana, non lo so più... Negli Usa sono riuscita a realizzare i miei obiettivi. Ma la durezza delle condizioni di vita nel mio Paese mi ha aiutata ad apprezzare le cose e le persone intorno a me. Ho imparato a combattere. A non cedere davanti a nulla.

D. C'è una parola per descrivere i messicani immigrati negli Usa: chicanos.
R. Siamo il prodotto di due culture, due mondi, due lingue. A volte ci si sente a metà, con un piede di qua e uno di là. Altre volte né qua né là. Allo stesso tempo, noi chicanos possiamo essere un ponte tra due Paesi. Possiamo essere "coyote" culturali che aiutano americani e messicani a parlarsi.

D. Come fu attraversare il confine a soli nove anni?
R.
Un’esperienza traumatica. Rischiai letteralmente la vita, ma non mi importava. Quello che rischiavo di perdere era mio padre. Di non rivederlo mai più, visto che lui era già là. Venni fermata dalla polizia al confine ben due volte, la paura di fallire mi sopraffaceva. Questo viaggio mi ha segnato per la vita.

D. Con chi lo intraprese?
R.
Ero con i miei fratelli e un coyote (le “guide” dei migranti clandestini, ndr). Al terzo tentativo, di notte, la polizia non ci vide, l’elicottero che ci passava sopra la testa nemmeno. Così iniziammo a correre tra i cespugli, guadammo fossati e finalmente riuscimmo ad attraversare l’autostrada.

D. Appena passò il confine, provò più felicità o paura?
R.
Entrambe. Ero felice perché stavo per tornare ad avere una famiglia. Ma allo stesso tempo avevo paura: non avevo idea di cosa mi aspettava. Ricordo ancora la prima cosa che feci una volta raggiunto mio padre: andammo in un centro commerciale e mi comprò dei vestiti nuovi. Io avevo solo le poche cose che ero riuscita a mettere nello zainetto.

D. Come furono i primi tempi?
R.
Ero illegale, come anche mio padre. Mia madre la rividi tempo dopo. La mia famiglia era troppo povera per richiedere una Visa. Per cinque anni non ho avuto i documenti. Migrare è un atto di sopravvivenza. Io sentivo di aver lottato e sofferto, e già da bambina trovavo ingiusto che ci fosse anche questa barriera legale. Mi sentivo una criminale e, probabilmente, tale mi considerava il governo americano.

D. Quali erano le restrizioni che questa condizione le imponeva nella vita quotidiana?
R.
In quanto bambina erano sicuramente minori rispetto a quelle che doveva sopportare un adulto. Lavorare, guidare un’auto, affittare una casa, l’assicurazione sanitaria, la scuola: praticamente tutto era impossibile. Io fui fortunata ad avere il permesso a 15 anni, un momento perfetto per poter iniziare ad avere una vita vera.

D. Come fece a ottenerlo?
R.
Sotto la presidenza Reagan mio padre e mia madre avevano fatto domanda per ottenere l’Irca, un permesso che consentì di regolarizzare 3 milioni di migranti. La mia matrigna era cittadina statunitense, fu lei a ottenere la green card per me e i miei fratelli.

La casa d'infanzia.

D. Oggi che tipo di rapporto mantiene con il Messico?
R.
Ci vado una o due volte l’anno. Porto i miei figli a Iguala, sono molto legati ai figli dei miei cugini che sono rimasti là. I miei genitori decisero di venire negli Stati Uniti, i loro di restare. Scelte che hanno avuto conseguenze positive e negative sulle nostre vite. Ho avuto la fortuna di andare al college, avere una carriera di successo come scrittrice.

D. In patria non sarebbe stato possibile?
R.
In Messico la situazione lavorativa è difficile, le retribuzioni bassissime. A Iguala l'anno scorso a un mio ​​cugino hanno offerto uno stipendio di 80 pesos al mese (l'equivalente di circa quattro euro, ndr) per lavorare in uno studio di moda. Consideri, per esempio, che una pizza costa tra i 150 e i 200 pesos. Chi può vivere così? Questa è la vita che il governo dà alla gente. Se i messicani avessero uno stipendio dignitoso, ci sarebbero molte meno famiglie separate.

D. E del governo americano, che giudizio dà?
R.
Barack Obama non ha mantenuto le promesse. Naturalmente è stato limitato dal Congresso a maggioranza repubblicana, che ha bloccato più volte alcune modifiche per implementare la legislazione sul tema della immigrazione. Ma allo stesso tempo penso che avrebbe potuto fare qualcosa per aiutare gli immigrati e non l'ha fatto. Al contrario, ha espulso molte persone e ha rovinato la vita di famiglie intere.

D. Però ha attuato i programmi Daca e Dapa per permettere a 3,5 milioni di immigrati senza permesso, genitori di cittadini statunitensi o di residenti permanenti, di evitare il rimpatrio e fare richiesta per un permesso di lavoro...
R. Il problema vero qui è che si tratta di programmi temporanei e con Donald Trump chissà che fine faranno.

D. Che idea si è fatta del nuovo presidente?
R.
Credo sia un pazzo impulsivo, un grande pericolo per il Paese. Una persona senza controllo, guidata solo dall'istinto e non dall’intelligenza e il buon senso, non dovrebbe essere presidente. Gli Usa hanno bisogno di leader che includano, che abbiano molto chiaro che siamo una società globale. Perché sono le politiche dei Paesi “forti” a creare il fenomeno dell'immigrazione: è colpa loro se nel mondo ci sono oltre 65 milioni di rifugiati.

D. La vita è cambiata con Trump alla Casa Bianca?
R.
L’instabilità regna sovrana. Ogni settimana succede qualcosa, false verità, affermazioni scandalose… Però si cerca di non farlo entrare troppo nella vita privata, nella famiglia, nelle nostre comunità. Voglio vedere che cosa tireranno fuori dal cappello i democratici: davanti a un personaggio così, c’è bisogno di una risposta forte.

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