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Emergenza migranti

Atai Walimohammad afghanistan
17 Maggio Mag 2017 1200 17 maggio 2017

Afghanistan, la voce di un perseguitato dai talebani

Il padre ucciso. Un fratello torturato. La scuola per il lavaggio del cervello. Atai Walimohammad è fuggito dal Paese dei mullah. E dal 2013 è in Italia: studia e lavora coi richiedenti asilo. La sua storia.

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Quando è arrivato in Italia dalla Grecia, Atai Walimohammad non aveva ancora 18 anni. La sua «fame», racconta, erano i «libri, le penne e i quaderni per scrivere», più dei dolci e anche del pane che certo gli erano mancati in quasi un anno di viaggio dall'Afghanistan. A piedi, attraverso l'Asia e sotto i cassoni dei tir come tanti minorenni in fuga da un «Paese dove le potenze straniere fanno da sempre il bello e il cattivo tempo», in 8 mesi Wali è finito in carcere in «Iran e Turchia» e anche in Grecia è stato recluso in un «centro con altri minori».

UNA NUOVA VITA DAL 2013. Fino all'accoglienza a Bari in una comunità nel 2013. Da allora Wali ha imparato benissimo l'italiano, una delle sette lingue che parla, ed è stato riconosciuto come profugo. Vive da solo e lavora come interprete in un centro per richiedenti asilo di Pavia e per l'avviamento di altri centri in Lombardia. Si è anche iscritto all'università in Scienze di mediazione linguistica. «All'inizio non è stato facile, la cultura era così diversa», confessa a Lettera43.it, «ma ora sto bene. L'Italia mi ha dato l'istruzione che i talebani mi negano e che mio padre medico, ucciso da un imam con l'aiuto della gente del posto, avrebbe voluto per me».

Con il fratello minore.

Con gli stranieri che segue per l'associazione Lia anche nel centro di Capriate San Gervasio di Bergamo, Wali prepara una scultura da donare al Comune in segno di riconoscenza. Le sculture sono un'altra sua passione, come il russo e il tedesco che il ragazzo studia anche per aiutare il fratello più piccolo Atai Dostomohammad che la Germania vuole rispedire in Afghanistan. Vengono da un villaggio di talebani al confine con il Pakistan, a Sud della provincia dell'Isis di Nangahar dove Donald Trump ha sganciato la madre di tutte le bombe, e «per i tedeschi è una zona sicura».

DOMANDA. Cosa significa crescere sotto i talebani?
RISPOSTA.
Non poter andare in scuole normali a studiare materie come matematica e biologia, ma nelle madrasse, le cosiddette scuole coraniche dove ti indottrinano che se ti fai saltare in aria vai in “paradiso”. Tutti i giovani ormai vanno lì. Nelle zone rurali i talebani hanno aperto anche luoghi d'addestramento per kamikaze che in realtà non sanno neanche per chi o cosa davvero combattono.

D. Suo padre diceva alla gente di non andarci.
R.
Ed è stato ucciso. Non ho neanche potuto conoscerlo, ero troppo piccolo. Ma mia madre analfabeta mi faceva vedere le sue foto e i suoi libri. E con l'aiuto del governo e del materiale degli americani, anni dopo avevo aperto un centro nel mio villaggio dove far imparare l'inglese e l'informatica, per far capire alla gente che la vera arma è l'istruzione, non il fucile.

D. Perciò è dovuto scappare?
R.
Io e il mio fratello minore avevamo anche portato a scuola una nostra scultura somigliante a Buddha. L'insegnante di teologia è venuto a rompercela, incitando i ragazzi a picchiarci. Siamo tornati a casa insanguinati e nel villaggio si è iniziato a credere che eravamo buddhisti. Sempre nel 2012 gli americani hanno attaccato e ucciso lì quattro talebani, così si è iniziato anche ad accusarci di essere spie convertite al cristianesimo.

D. La sua famiglia è musulmana?
R.
Io non sono religioso, alcune cose dell'islam non mi hanno mai convinto, ma non è questo il punto. Mio fratello è credente, ma è stato costretto ad andare in quelle madrasse e in quelle moschee di estremisti per paura, non voleva. Abbiamo spinto nostra sorella in Afghanistan a studiare da infermiera e non teologia, con la mamma invece è più difficile: è molto religiosa, quando le ho detto di non aver fatto il ramadan si è arrabbiata. Ormai si è fatta le sue idee, ma è stata proprio lei a farci fuggire da lì.

Nel mio villaggio comandano i talebani, se non fai il ramadan ti uccidono, mia sorella deve uscire sempre col burqa

Atai Walimohammad

D. Tanta gente comune in Afghanistan crede a quello che dicono di fare i talebani e lo fa, incluso picchiare, lapidare e bruciare donne come la giovane Farkunda e gli oppositori.
R.
Non è solo ignoranza, sono cresciuti sempre e solo in quelle comunità dove da decenni Paesi come l'Arabia saudita e il Pakistan hanno mandato e mandano fondi per far loro il lavaggio del cervello. I nonni kamikaze, i padri kamikaze, i figli kamikaze: questa è la normalità. Noi della nostra famiglia siamo i diversi: anche all'estero, nei centri d'accoglienza, degli afgani mi hanno aggredito e bruciato la branda.

D. L'intervento americano non ha cambiato per niente la realtà?
R.
Un po' la situazione è migliorata: sono state riaperte delle scuole, ma è troppo poco. Nel mio villaggio comandano i talebani, se non fai il ramadan ti uccidono, mia sorella deve uscire sempre col burqa.

D. Nonostante il presidio dei contingenti internazionali.
R. Se non mi sbaglio ci sono ancora forze di 43 Paesi stranieri in Afghanistan, eppure in più di 15 anni di occupazione non c'è una parte di territorio sicuro: com'è possibile? È davvero strano che i talebani non vengano sconfitti, chi li arma? Al solito non ha fatto notizia, ma altri 150 soldati afgani sono stati uccisi in questi giorni da un commando talebano.

D. Lei che spiegazione si dà?
R.
Che non lo si vuole. La situazione in Afghanistan per me si potrebbe risolvere in pochi mesi, la guerra non è tra noi afgani. Evidentemente alle potenze straniere fa comodo, per i loro interessi, avere un Paese dove testare liberamente super bombe come ha fatto Trump, senza che un presidente che ha studiato negli Usa dicesse nulla.

D. A parte i terroristi dell'Isis che si afferma di aver colpito, non si sono avute notizie di morti civili per un ordigno di quasi 10 mila tonnellate.
R.
Lì non ci sono televisioni e le comunicazioni sono scarse. Nella mia zona d'origine, non lontana, gira voce che l'Isis abbia abbandonato i suoi covi prima che la bomba venisse sganciata, magari perché avvertito. Di sicuro invece saranno morti diversi civili.

D. Quando racconta la sua storia di denuncia scrive e dice che tutto oggi «parte dal Pakistan, alleato degli Usa e quindi non direttamente attaccabile».
R. È lì che è stato trovato Bin Laden, lì si rifugiano altri fondamentalisti. Da lì arrivano i finanziamenti e gli aiuti ai talebani. Nelle aree della frontiera tra Pakistan e Afghanistan c'è un corridoio di jihadisti, con diversi campi d'addestramento.

L'Italia dà protezione agli afgani, la Germania non più. Mio fratello minore è stato respinto

Atai Walimohammad

Mediatore e scultore.

D. La sua famiglia vive ancora nel villaggio vicino al confine?
R.
No. Dopo che i talebani per ritorsione ci hanno bruciato la casa sarebbe impossibile. Grazie ai guadagni del mio lavoro mando delle rimesse a mia madre e a mia sorella, che hanno permesso loro il trasferimento in città. Ho poi un fratellastro maggiore a Crotone, che presto mi raggiungerà a Pavia.

D. Anche a lui è stato accettato il diritto all'asilo?
R.
Sì. Atai Liaqat Ali era medico come mio padre, in un ospedale privato. Se non ci avessero perseguitato non avremmo avuto problemi economici. I talebani gli hanno chiesto di lavorare per lui e al suo rifiuto hanno bruciato anche la sua clinica e lo hanno rapito, torturato con l'elettroshock e scaricato sul ciglio della strada. In Pakistan ha fatto delle cure antipsicotiche ma non è più tornato autonomo.

D. In Italia sta ricevendo sostegno?
R.
Viene seguito al Sud nel centro per richiedenti asilo, per i gravi danni al cervello ha ancora disturbi mentali come del resto mia madre, che per i traumi subiti deve prendere psicofarmaci. Ma una volta che si ha lo status di rifugiato si è liberi dalle strutture: verrà al Nord, lo aiuterò io.

D. I legali hanno esaminato e accolto le vostre storie documentate.
R.
L'Italia dà protezione agli afgani, la Germania non più. La domanda di mio fratello più piccolo è stata respinta, nonostante le sue prove di video, foto e lettere. Ora aspetta l'esito del suo ricorso a Monaco: anche lui è stato accusato di essere una spia, picchiato e torturato dai talebani. Ma l'assurdo è che la Germania nega che ci sia guerra in Afghanistan, un Paese dove vengono uccise più di 300 persone al giorno! Siamo grati all'Italia.

D. Com'è la sua giornata tipo nel nostro Paese?
R.
Contribuisco a insegnare l'italiano agli stranieri. Con loro facciamo anche laboratori artistici. Qui ho trovato una nuova famiglia composta dai miei colleghi e dai ragazzi, la maggioranza africani, che ospitiamo. Ma ho ancora un sogno da realizzare, anzi due.

D. Ha una vita davanti.
R.
Un giorno vorrei diventare medico psicologo come mio papà. E mi batterò anche perché in Afghanistan torni riconosciuto il diritto all'istruzione: nessuno se lo ricorda, ma la mia era una terra di studiosi e letterati. E ancora negli Anni 70 le donne, in un Paese musulmano, studiavano e non portavano il velo.

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