Rohani Festa vittoria presidenziali
22 Maggio Mag 2017 1722 22 maggio 2017

Iran, Abbasi: «A Rohani il voto di donne e giovani»

Un profilo mite, aperture internazionali e maggiore tolleranza sui costumi. L'analista Abbasi spiega i motivi della seconda vittoria del moderato. Ma restano la minaccia delle sanzioni e l'incognita Trump.

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La temuta non rielezione in Iran di Hassan Rohani è stata scongiurata dalla più netta delle sue vittorie. Il 19 maggio 2017 il presidente dell'accordo sul nucleare è stato riconfermato con il 57% dei voti: un'affluenza superiore al 73%, oltre 42 milioni di iraniani hanno costretto le autorità a prorogare la chiusura delle urne. Il fronte riformista di Rohani ha addirittura incassato più consensi del 2013 (quando pure con un 50,7% evitò il ricorso al ballottaggio), stoppando l'avversario ultraconservatore Ebrahim Raisi al 39% e ancorando l'Iran al percorso dell'apertura all'Occidente e delle riforme. Un trend suggellato dalla conquista dei progressisti di tutti i 21 seggi alle municipali di Teheran, confermata loro roccaforte.

VOTO E SANZIONI. Il grande vulnus di Rohani era il non essere ancora riuscito a garantire una forte ripresa economica dalla firma dell'intesa con gli Usa nel 2015: l'embargo, iniziato a cadere dal 2016, non può dirsi definitivamente archiviato, diverse transazioni finanziarie restano bloccate, gli Stati Uniti inaspriscono le sanzioni militari e Donald Trump minaccia di rimettere in discussione l'accordo sul nucleare. Nei comizi i conservatori promettevano posti di lavoro, «ma Rohani ha puntato la sua campagna sulle maggiori libertà da lui garantite, un fattore che alla fine è risultato decisivo», spiega a Lettera43.it Davood Abbasi, giornalista della radio-tivù di Stato iraniana Irib e corrispondente Agi da Teheran. «Per le ultime Presidenziali», aggiunge, «i riformisti si sono poi saputi organizzare meglio dei conservatori».

Davood Abbasi

DOMANDA. Rohani ha ribadito che «la gente chiede libertà»: davvero sotto la sua presidenza si è stati più liberi?
RISPOSTA.
Sotto l'Amministrazione conservatrice di Ahmadinejad capitava che i poliziotti fossero mandati sui tetti a staccare le parabole dei canali satellitari occidentali. Che le donne venissero fermate in strada dall'equivalente della vostra vecchia buon costume, per un velo poco ortodosso o se troppo truccate...

D. La censura e i precetti di costume della Repubblica islamica però non sono stati eliminati neanche da Rohani.
R.
No, ma si è chiuso un occhio sulle trasgressioni. Anche tenersi per mano o farsi effusioni in strada tra coppie resta illegale, eppure questi controlli fastidiosi non ci sono più: la gente lo ha notato e, soprattutto per continuare a essere meno disturbati, a mio avviso ha riconfermato Rohani.

D. Le restrizioni sulle transazioni bancarie e finanziarie internazionali con l'Iran sono ancora in vigore per ostacoli tecnici e burocratici o c'è di più?
R.
In realtà gli Stati Uniti esercitano forti pressioni sulle banche anche europee, nonostante il forte interscambio commerciale ripreso tra l'Ue e l'Iran. C'è diffidenza da parte degli americani: ostruiscono i nostri piani di sviluppo militari, in particolare quelli missilistici, imponendoci nuove sanzioni sugli armamenti.

D. Ma l'accordo sul nucleare è un capitolo separato: impone che cadano i vincoli per le operazioni finanziarie e l'import-export dei settori non bellici.
R.
Nonostante finora Teheran abbia rispettato tutti i punti del protocollo, gli Usa non stanno mantenendo fede agli impegni sottoscritti e non è la prima volta: siamo sospesi come in un limbo finanziario anche se ufficialmente le restrizioni bancarie verso l'Iran non ci sono più. Va da sé che il cambio di Amministrazione alla Casa Bianca non ci aiuta.

D. C'è paura di Trump in Iran?
R.
Anche alla vigilia delle Presidenziali iraniane, Trump ha varato sanzioni militari contro l'Iran, certo non per favorire Rohani ma i conservatori che vogliono rompere l'accordo sul nucleare come lui. A livello popolare la sua presidenza viene più temuta di quella di Obama, per le minacce anche di attacchi militari e di nuove sanzioni.

D. Dall'establishment invece?
R.
Tra i politici è il contrario: nei fatti, il presidente degli Usa che ha imposto le sanzioni più dure all'Iran, isolandolo dal sistema bancario mondiale durante il mandato di Ahmadinejad, è stato proprio Obama.

L'Italia è tornata il nostro primo partner economico con oltre 1,2 mld di euro di interscambio nel primo trimestre 2017

Davood Abbasi

D. Trump invece è un repubblicano come Bush, più imprevedibile e ancora più repentino e contraddittorio nelle azioni. Ma, si specula, vicino alla Russia di Vladimir Putin...
R.
Verso l'Iran resta ostile. Ma sia il Cremlino, sia la Cina come pure l'Ue orientata alla riapertura di diversi importanti canali commerciali con Teheran, lo frenano dal mandare a monte l'intesa. Figuriamoci se ci colpisse militarmente, rimarrebbe isolato sul piano internazionale. A Teheran si conta, per così dire, di tenerlo a bada.

D. Anche nel discorso ai leader musulmani in Arabia Saudita, Trump ha mitigato i toni verso l'Islam sunnita ma continuato ad aggredire l'Iran, arcinemico dei sauditi.
R.
Mutuando una metafora italiana, con Riad Teheran usa il bastone e la carota. Anche nell'ultimo messaggio ai sauditi, il nostro ministro degli Esteri Javad Zarif ha tenuto aperto il canale del dialogo. Ma nella regione, a scopo difensivo Teheran continua a perseguire una politica militare contrapposta a Riad: 2100 soldati iraniani sono morti combattendo contro l'Isis e il terrorismo.

D. Dal 2016 le aziende statunitensi hanno aperto sedi di rappresentanza e filiali in Iran?
R.
Macché, per adesso l'unico grosso business degli Usa sono i 16,6 miliardi di dollari alla Boeing per la fornitura di 80 aerei passeggeri alla Iran Air, nostra compagnia di bandiera.

D. Gli investitori europei invece?
R.
Tutta un'altra storia. L'Italia è tornata il primo nostro partner economico, oltre 1,2 miliardi di euro di interscambio nel primo trimestre 2017. Seguita dalla Germania e dalla Francia che si è aggiudicata l'accordo con Peugeot e la commessa di un centinaio di airbus.

D. Da dati Eurostat, si tratta di 400 milioni di euro di beni importati dall'Italia e di 800 milioni di esportazioni iraniane. Verosimilmente, tanto petrolio.
R.
È l'unico settore davvero rilanciato dopo l'accordo sul nucleare, solo al mercato Ue vanno oltre 1 milione di barili di greggio iraniano al giorno. Una sorta di “petrolio in cambio di cibo”, parafrasando il vecchio programma dell'Onu verso l'Iraq di Saddam Hussein.

Il voto dei riformisti.

GETTY

D. Anche il comparto del turismo sta crescendo molto in Iran. Ma è vero che, negli ultimi tempi, la Guida suprema Ali Khamenei è critica verso l'operato di Rohani?
R.
In realtà la massima carica iraniana non fa mai nomi. Ha spronato a «promuovere la produttività interna e non solo l'import-export», questo sì: messaggi che implicitamente possono fare da pungolo al governo. D'altra parte, proprio il mancato decollo economico per la sterilità di parte dell'accordo con l'Occidente è il tallone d'Achille di Rohani.

D. Perché, se era così vulnerabile sul lato economico, il presidente uscente ha preso 6 punti percentuali in più del 2013?
R.
L'Iran è un Paese dalla popolazione molto giovane e, rispetto a quattro anni fa, c'erano circa un milione e mezzo di nuovi elettori maggiorenni.

D. Anche il dato sull'affluenza va contestualizzato: molto alta, ma non eccezionale per l'Iran.
R.
Anche quattro anni fa fu appena inferiore, al 72,7%. E nel 2009, per la contestata rielezione di Ahmadinejad, fu all'85%: un record di partecipazione.

D. In che modo il blocco dei riformisti guidato dal presidente uscente, un moderato, è stato meglio organizzato in questa campagna elettorale dei conservatori?
R.
Intanto Rohani ha spostato il tema della sua campagna sulla questione interna delle maggiori libertà: promesse che nel primo mandato ha rispettato. E poi c'è stato da subito gioco di squadra con il suo vice presidente, e candidato, Eshaq Jahangiri.

D. Anche il sindaco di Teheran, il conservatore Baqer Qalibaf, si è ritirato alla viglia del voto, cedendo il proprio pacchetto di consensi al leader Raisi.
R.
Sì, ma per settimane ai comizi Qalibaf ha detto che non si sarebbe fatto da parte, che avrebbe corso da solo. Jahangiri al contrario ha dichiarato dall'inizio che avrebbe fatto da spalla a Rohani, e ai duelli in tivù era sempre lui, il vice, a ribattere con aggressività agli attacchi veementi dei conservatori.

In chador per Raisi.

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D. Davvero la campagna elettorale è stata così accesa?
R.
Come non accadeva da tempo. Ma appaltando questo ruolo a Jahangiri, Rohani ha mantenuto verso l'elettorato la sua immagine di uomo calmo e dai torni miti: al contrario dei loro avversari, i riformisti si sono dimostrati davvero compatti e politicamente lungimiranti.

D. L'entrata nell'arena politica di Raisi, per decenni ai vertici delle procure giudiziarie e infine alto religioso custode di luoghi sacri sciiti, può essere interpretata come il preludio a una sua possibile successione a Khamenei?
R.
Qalibaf era più conosciuto a livello popolare di Raisi, non un volto noto come politico, per quanto i 16 milioni di voti da lui ottenuti siano tutt'altro che pochi. Ma la mia sensazione è che la sua candidatura male arrangiata dai conservatori lo abbia bruciato per un'eventuale nomina a Guida suprema. In Iran ci sono 7 profili di religiosi illustri per questa carica.

D. Anche il trionfo dei riformisti alle municipali di Teheran, dove Qalibaf era sindaco dal 2005, sono un colpo per i conservatori.
R.
Ventuno seggi sui 21 della Capitale ai riformisti sono un plebiscito che conferma la loro vittoria netta.

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