Maroni: 'Umanità valga anche per Riina'
INTERVISTA 5 Giugno Giu 2017 1901 05 giugno 2017

L'ex legale di Provenzano: «Neanche Riina è pericoloso per sempre»

L'avvocato che difese Binnu u' Tratturi, morto al 41-bis, commenta a L43 la sentenza che apre alla scarcerazione del boss di Cosa Nostra: «Finalmente la Cassazione si ricorda di applicare le norme». 

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«Il problema non è solo di Riina e Provenzano, è un problema generale. I loro nomi fanno più impressione, perché sono come dire... noti a tutti. Ma ci sono detenuti meno noti che stanno altrettanto male e che muoiono in carcere. La Cassazione, secondo me, non ha fatto altro che ribadire le norme dell'ordinamento italiano e il dettato della Costituzione». L'avvocato Rosalba Di Gregorio, per trent'anni legale di molti boss mafiosi (e di quattro tra i sette innocenti condannati ingiustamente al processo Borsellino-bis per la strage di via d’Amelio), ha assistito fino alla fine anche Bernardo Provenzano.

SORVEGLIANZA, GIUSTIZIA E POLITICA. A Binnu u' Tratturi la revoca del carcere duro e la sospensione dell'esecuzione della pena non sono mai state concesse. Oggi, per lei, la pronuncia dei giudici di piazza Cavour, che hanno ordinato al Tribunale di sorveglianza di Bologna di riesaminare la richiesta di scarcerazione di Totò Riina, detenuto a Parma, rappresenta «un momento di luce dopo anni di buio». E la induce persino a pensare che finora «i Tribunali di sorveglianza possano aver capito male la loro funzione, facendone un discorso più politico che giudiziario».

L'avvocato Rosalba Di Gregorio.

DOMANDA. Quando dice che Riina e Provenzano sono nomi più noti di altri, intende che nei loro confronti ci sia una sorta di accanimento?
RISPOSTA. No, intendo dire che c'è un'attenzione mediatica maggiore. Ed è logico che sia così, perché il loro nome la giustifica.

D. Cosa pensa della sentenza della Cassazione sulla detenzione di Riina?
R.
Da quello che leggo sui quotidiani online, perché non ho la sentenza, mi pare che la Cassazione abbia ribadito il diritto di un soggetto, anche se condannato, a morire dignitosamente. Ma soprattutto il diritto a non avere sofferenze aggiuntive.

D. La Corte ha chiesto di verificare «se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza e un'afflizione» tali da andare oltre «la legittima esecuzione della pena».
R.
Appunto. Non solo questo, però. La Cassazione ha detto anche che il livello di pericolosità sociale di cui era portatore Totò Riina non va valutato in maniera astratta, ma concretamente e attualmente.

D. Il capo dei capi non è pericoloso per sempre?
R. Anche se una persona è stata condannata a 16 ergastoli, anche se in passato ha ordinato delle stragi, la sua pericolosità va valutata in funzione delle condizioni attuali, età e patologie comprese. Nel caso di Provenzano, si trattava di un uomo che non ragionava più. E adesso, per Riina, la Cassazione dice: caro Tribunale di sorveglianza, devi spiegarmi perché scarcerarlo sarebbe pericoloso.

D. Eppure risale a poco più di tre anni fa l'episodio delle minacce rivolte in carcere da Riina al pm Nino Di Matteo...
R.
Le condizioni attuali di Riina io non le conosco. Mi esprimo sulla base dei principi enunciati dalla Cassazione.

D. Cosa significa, secondo lei, negare a Riina gli arresti domiciliari?
R. Non secondo me, ma secondo la Cassazione. Tenere in carcere al 41-bis un soggetto di 86 anni con tutte quelle patologie («duplice neoplasia renale», «situazione neurologica altamente compromessa», «esposto in ragione di una grave cardiopatia ad eventi cardiovascolari infausti e non prevedibili», ndr) significa dargli una sofferenza aggiuntiva tale da rendere illegittima la prosecuzione della detenzione.

D. Il Tribunale di sorveglianza, nel 2016, non ha ritenuto le condizioni di Riina incompatibili con il carcere...
R.
Sì, affermando che le sue patologie venivano monitorate e che quando c'era bisogno veniva ricoverato a Parma, all'Ospedale Maggiore. Lo stesso di Provenzano. Ma questo, secondo la Corte, non basta più. L'attualità della pericolosità, l'età avanzata, le comorbilità, la necessità di garantire una morte dignitosa, sono tutti principi che la Cassazione sta ribadendo. Sono contenuti nel nostro ordinamento, ma da tempo non vengono applicati. Non solo per Riina e Provenzano.

D. Perché allora la Cassazione, nel caso di Provenzano, ha sempre confermato le sentenze che ne hanno impedito la scarcerazione, anche a pochi giorni dalla morte?
R.
L'ultima richiesta non l'ho nemmeno fatta io, è stato lo stesso magistrato di sorveglianza di Milano, allertato dal primario del reparto ospedaliero, ad aprire d'ufficio il procedimento di differimento della pena. Il Tribunale decise quindi di incaricare dei periti. Oltre ai medici venne reclutato anche un criminologo, cui venne chiesto un giudizio di pericolosità non solo diretta, espressa dal detenuto, ma anche indiretta.

D. Indiretta in che senso?
R. La percezione che dall'esterno, diciamo da parte di Cosa Nostra, per capirci, si poteva avere di una figura ridotta in quelle condizioni. Il risultato della perizia fu che Provenzano non esprimeva più né pericolosità diretta, né pericolosità indiretta. A questo punto il Tribunale di sorveglianza sentenziò: comunque non deve uscire, perché lo curiamo meglio noi. La Cassazione ha confermato questa motivazione, trovandola congrua, legittima e ben argomentata. Il perché non deve chiederlo a me, ma alla Cassazione.

D. Ma lei oggi è contenta della sentenza della Cassazione?
R.
Io sono contenta del fatto che, finalmente, la Cassazione si sia ricordata di applicare le norme vigenti. Ma sui casi precedenti cosa facciamo? Chiediamo scusa? Non voglio però polemizzare. Per me oggi è comunque una data importante. Brava la Cassazione e complimenti ai colleghi che hanno fatto il ricorso. Lo considero finalmente un momento di luce dopo anni di buio.

D. Si aspetta quindi che il Tribunale di sorveglianza, dovendo riesaminare la richiesta, accolga l'orientamento della Corte?
R. Certamente. Altrimenti mi aspetto un nuovo ricorso per Cassazione, questa volta senza rinvio. Esiste anche la possibilità teorica che il Tribunale di sorveglianza decida diversamente, che si motivi in modo "suicida". Ma i principi che ha espresso la Cassazione oggi mi sembrano chiari. Ci vuole un po' di coraggio a far finta di non vederli.

D. I parenti delle vittime della strage di via dei Georgofili sostengono che uno Stato possa garantire il diritto a morire dignitosamente anche in carcere e anche al 41-bis...
R.
Allora perché non istituiamo anche una sezione di morti al 41-bis, mettendo le guardie in pensione a controllare i cadaveri imbalsamati? La pretesa punitiva dello Stato, che è legittima, si deve esplicare finché il soggetto esiste. Finché è in condizione di recepire il momento della punizione, che è anche momento di potenziale recupero. Altrimenti diventa accanimento. Il detenuto non sta più scontando una pena, viene torturato, che è diverso.

D. Questo vale anche per Riina e Provenzano?
R. Vale per tutti. Questo dice la Costituzione, non lo dico io. Senza dimenticare che esistono anche i familiari dei detenuti. Nel caso di Provenzano, che negli ultimi quattro anni di vita non era più capace di intendere e di volere, chi ha scontato il 41-bis? La moglie e i figli. Le norme dello Stato democratico sono quelle che oggi ha applicato la Cassazione.

D. Non pensa però che la caratura criminale di certi personaggi possa pesare anche a livello politico nelle scelte dei giudici? Se il Tribunale di sorveglianza di Bologna decidesse di non scarcerare Riina, lo farebbe per motivi politici, secondo lei?
R.
Sarebbe una cosa totalmente illegittima. I giudici devono fare i giudici, cioè applicare la legge. La distinzione delle funzioni è alla base del nostro ordinamento. C'è chi fa politica e c'è chi applica le leggi, fatte dal parlamento. Il giudice deve applicare la norma, non può distrorcerla o creare canali differenziali rispetto a un problema politico. Oppure per non urtare le associazioni, che hanno la loro funzione e la loro importanza, ma non sono legittimate a intervenire deviando un percorso giurisdizionale.

D. Nel caso di Provenzano si sarebbe verificata una cosa del genere?
R.
È possibile. Ma la cosa paradossale, nel caso di Provenzano, è stata un'altra. Nonostante le perizie e la dichiarazione di nomina di un amministratore di sostegno fatta dal giudice tutelare di Milano, il Tribunale di sorveglianza di Roma, unico competente sui casi di 41-bis a livello nazionale, decise infatti di confermare il carcere duro per una persona ormai ridotta allo stato di un vegetale, affermando che comunque avrebbe potuto esprimere dei messaggi. Il ministro della Giustizia disse che aveva informazioni in merito. Evidentemente lì ci fu un allineamento al pensiero politico del momento, anche da parte del Tribunale di sorveglianza.

D. Sta dicendo che fu una scelta politica?
R. Tre giorni prima della morte di Provenzano il Tribunale di sorveglianza, sempre su richiesta dei medici, disse che non era il caso di sospendere l'esecuzione della pena. Perché? Vista la presa di posizione del governo all'epoca dei fatti, potrei persino pensare che i Tribunali di sorveglianza abbiano capito male la loro funzione, e ne abbiano fatto un discorso più politico che giudiziario.

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