Trump Vittoria

L'America di Trump

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29 Giugno Giu 2017 1200 29 giugno 2017

Stati Uniti, il Tea Party di sinistra che vuole una rivoluzione dem

Negli Usa prende forma un'alleanza di forze democratiche radicali. Che punta a influenzare le politiche dell'Asinello. Come l'omologo repubblicano col Gop. Intervista a uno dei suoi membri, Kay Newkirk.

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Le nubi che fanno presagire un possibile impeachment di Donald Trump non si sono ancora diradate, anche se anche i repubblicani più anti-tycoon (e non sono pochi) cercano di evitare questo redde rationem che danneggerebbe notevolmente il Gop in prospettiva delle elezioni per il Congresso del 2018. Diverso clima si respira fuori dei “palazzi” di Washington, dove una vasta e variegata galassia di attivisti continua a scendere in piazza - anche se non con la stessa intensità dei primi mesi - invocando una uscita di Trump dalla Casa Bianca. Una galassia in cui rientrano anche i tanti giovani delusi dalla sconfitta di Bernie Sanders alle primarie democratiche.

MOVIMENTI A SINISTRA. Della campagna di Sanders ha fatto parte anche Kay Newkirk, attivista, membro di Democracy Spring e ora parte di quello che viene definito il Tea Party of the Left, un’alleanza di forze volta a portare il Partito Democratico verso posizioni radicalmente progressiste, come il Tea Party repubblicano ha cercato di spostare a destra il Gop. «L'idea», spiega Newkirk a Lettera43.it, «non si ferma a fare in modo che i democratici si riprendano il Congresso, ma anche che siano democratici su posizioni più radicali».

Bernie Sanders.

DOMANDA. Cosa pensa della situazione venutasi a creare?
RISPOSTA.
Trump è una minaccia al nostro Paese e alla nostra democrazia. Dovrebbe esserci un impeachment. Ed esiste una crescente possibilità che ciò possa avvenire e, grazie alle nostre pressioni e a quelle di altri movimenti, vediamo un numero crescente di mozioni da parte democratica in Congresso in questa direzione.

D. Ma fino a che punto i repubblicani cercheranno di fare quadrato in difesa di Trump?
R.
La popolarità di Trump sta scendendo molto, anche tra i repubblicani – si parla di poco più del 30% - e quindi esiste la possibilità che, con l’avvicinarsi delle elezioni del 2018, decidano, per il loro stesso interesse, di scaricarlo.

D. D’altra parte, diversamente dal caso Nixon con il Watergate, the Donald non sembra essere disposto a dare le dimissioni.
R.
Anche lì è tutto da vedere: Trump potrebbe giungere a un accordo sotto banco, e levarsi di torno onde evitare un’azione penale.

D. Qual è la vostra posizione di fronte a questo eventuale sviluppo?
R.
Noi crediamo che, se ci sono delle prove serie, ci debba essere un’azione penale, soprattutto per non creare un pericoloso precedente per il nostro Paese e la sua costituzione.

D. Secondo certi osservatori, questa “ossessione” dei democratici per il Russiagate è mal posta: non ci si dovrebbe concentrare piuttosto sulle azioni controverse di questa presidenza, come la questione della sanità o la non-difesa dell’ambiente?
R.
Credo che sia giusto combattere su tutti i fronti importanti. Certamente non possiamo trascurare le questioni menzionate, a cui aggiungerei quella dell’oleodotto in Dakota, l’immigrazione e il Muslim Ban, e tante altre, ma rimane il fatto che sembra quasi certa la grave interferenza russa nelle nostre elezioni a favore di Trump.

D. Proprio alla luce del Russiagate Trump sembra voglia allontanarsi dalla sua presunta “amicizia” con Putin e avvicinarsi alle posizioni anti-russe.
R.
La situazione è molto complessa, ma dobbiamo comunque andare a fondo di questa faccenda e al tempo stesso evitare che l’establishment democratico la utilizzi come una scusa per il loro insuccesso elettorale.

D. In che senso?
R.
È necessaria una drastica trasformazione del Partito Democratico, serve che si allontani da certi chiari interessi economici e finanziari e diventi un partito che lotta per la giustizia economica e razziale.

Per il dopo Sanders si parla di Elizabeth Warren, pezzo grosso dell’ala democratica progressista, ma anche di Tulsi Gabbard, rappresentante dalle Hawaii, donna molto carismatica

D. Quindi, operativamente parlando, voi del Tea Party of the Left cercherete di far arrivare in Congresso rappresentanti democratici di sinistra nel 2018?
R.
Assolutamente: l’idea non si ferma a fare in modo che i democratici si riprendano il Congresso, ma anche che siano democratici su posizioni più radicali.

D. Ma in questo momento i democratici, a parte lo scandalo Russiagate, non si fanno tanto sentire nella lotta al trumpismo.
R.
Il più schietto e diretto rimane senz’altro Sanders, anche più di Nancy Pelosi (leader della minoranza democratica al Senato, ndr), e credo che, ora come ora, sia il politico più popolare negli Usa.

D. Nessun altro?
R.
C’è anche Keith Ellison, afro-americano, rappresentante al Congresso per il Minnesota, musulmano convertito, che per un soffio non ha conquistato la leadership del Dnc (Democratic National Committee) e che ora ne è il vice-presidente, dopo la vittoria del moderato Tom Perez.

D. Esiste la possibilità che Sanders si riproponga come candidato democratico alle elezioni del 2020 nonostante la sua avanzata età?
R.
Chiaramente l’età non è a suo favore.

D. Quindi potrebbe esserci un suo delfino?
R.
Sì, e si parla già di Elizabeth Warren, pezzo grosso dell’ala democratica progressista, ma anche di Tulsi Gabbard, rappresentante dalle Hawaii, una donna molto intelligente, carismatica e attiva nel campo sanderista.

D. Com’è organizzato specificatamente il movimento Democracy Spring?
R.
Andiamo avanti grazie a piccole e grandi donazioni più o meno regolari, abbiamo uno staff fisso di cui io faccio parte, con un salario basato sul bisogno e viviamo in quelle che vengono chiamate “movement houses” (case del movimento).

D. Dove si trovano queste “case”?
R.
A Washington D.C., a New York e nel New Jersey. Io sono basato a Washington.

D. È ancora attivo il movimento Blm (Black Lives Matter)?
R.
Sì, anche se, dopo la vittoria di Trump, sta attraversando in fase di riflessione sulle prossime mosse: da un po’ di tempo non ha ancora organizzato alcun grosso evento.

D. La street action, un’azione diretta sulle strade, potrebbe a un certo punto convincere lo stesso establishment a liberarsi di Trump?
R.
Credo che la street action sia essenziale, basta che non sia violenta: è evidente che questo tipo di azione abbia più successo quando non crea danni alle persone e alla proprietà. Basti pensare alla Women’s March a Washington, alle dimostrazioni agli aeroporti contro il Muslim Ban e ad altre contro il Trumpcare.

D. In che modo pensa abbiano funzionato positivamente?
R.
Innanzitutto influenzando l’opinione pubblica e anche, nel caso specifico del Muslim Ban, spingendo certi giudici federali a respingere il decreto trumpiano. Possono anche influenzare impiegati statali ad alto livello.

Elizabeth Warren.

D. Ultimamente, però, si è assistito a un calo di questo tipo di azione.
R.
È un processo con i suoi alti e bassi. Noi di Democracy Spring stiamo lavorando verso una nuova ondata di protesta sulle strade, volta soprattutto a trasformare il Congresso in un’istituzione veramente democratica.

D. Cosa progettate concretamente?
R.
Delle proteste improntate alla disobbedienza civile in modo da ottenere l’impeachment di Trump e appunto la rinascita di una vera democrazia.

D. Ma, per esempio, il movimento Occupy Wall Street è morto: come mai?
R.
Bisogna ammettere che non è facile sostenere nel tempo certi movimenti. Una delle cose che facciamo è proprio studiare questi fenomeni per capire come si possa mantenere una certa sostenibilità. Stiamo parlando di movimenti decentralizzati, diversi dai partiti e dai sindacati. È vero: Occupy Wall Street è morto, ma da esso sono nate molti processi che continuano a vivere.

D. Come vede il tentativo trumpiano di smantellare l’Obamacare?
R.
Stiamo aspettando un voto della nuova versione del Trumpcare al Senato. I repubblicani si sono comportati in maniera molto poco democratica, nascondendo al pubblico il più possibile gli aspetti più nefasti del nuovo progetto di legge.

D. Quali aspetti nefasti?
R.
Molto semplice: se questa legge dovesse passare, 23 milioni di persone rischierebbero di perdere i loro diritti alla sanità. Non sono noccioline e i repubblicani temono di perdere il supporto di molti di quelli che li hanno votati. In realtà meno del 25% del popolo Usa è favorevole al Trumpcare.

D. Quindi questo potrebbe togliere il supporto di quell’elettorato povero che ha votato Trump?
R.
Esattamente.

D. Voi come vi muovete in questo frangente?
R.
Di fronte alla possibilità reale che passi, cerchiamo di pubblicizzare il più possibile questa indecenza, in modo da creare un’opposizione popolare che poi si rifletterebbe in Congresso.

D. Che impatto hanno i cosiddetti stati e città “santuari” come la California con Jerry Brown e New York con Bill De Blasio nell’opposizione a Trump?
R.
Sono fenomeni assai importanti, soprattutto per ostacolare la politica di Trump nel campo dell’immigrazione, del clima, e anche per contrastare gli abusi della polizia. Il messaggio a Trump è questo: tu fai delle cose sbagliate, ma noi continuiamo a farle giuste.

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