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Ong nel mirino

Giulio Lolli Libia
28 Agosto Ago 2017 0800 28 agosto 2017

Libia, il capitano italiano Giulio Karim racconta le sue battaglie

Latitante nel nostro Paese, ora guida le navi delle forze speciali libiche. In missionie tra migranti e sfollati. Dopo la prigione sotto Gheddafi, i mesi da rivoluzionario, la guerra all'Isis. L'intervista a Lettera43.it.

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Un Bertram come quelli un tempo ormeggiati nella vecchia Rimini Yacht, ridipinto in verde mimetico però, fa la spola da nave ambulanza verso Misurata, Sirte e Bengasi. Altre navi con l'insegna bianco-blu delle Forze speciali della Marina libica controllano il porto di Tripoli. Gli inquirenti sono convinti che, nel 2011, anche uno yacht acquistato dal faccendiere Flavio Carboni con uno dei leasing-truffa milionari della società romagnola poi fallita (tra le prime tre in Italia nel commercio di yacht) sia approdato lì, con al timone il titolare Giulio Lolli in fuga dai suoi processi verso la Tunisia e infine la Libia. La nave che oggi comanda l'ex signore della nautica di lusso, latitante per l'Italia, è invece la «vedetta 07, una delle due delle nostre forze», spiega a Lettera43.it, «in tutto 153 uomini, dei quali io sono uno dei capitani».

HA COMBATTUTO L'ISIS. Nella sua incredibile seconda vita libica, il 51enne Lolli - che smentisce lo yacht fosse di Carboni, uno dei suoi «circa 500 clienti, ma dopo l'acconto sospetto nemmeno io riuscii a fargli avere un leasing: un contratto non risolto, la barca era rimasta intestata alla mia società» - fa anche quello che ha sempre fatto in Italia. Guidare bene le navi, rivenderle e ripararle: un know-how prezioso a Tripoli di questi tempi. È poi sopravvissuto per mesi ai ceppi di una galera politica del rais, ha assaltato tra i rivoluzionari il famigerato bunker di Bab al Aziziya di Gheddafi, si è convertito all'islam e ha combattuto contro l'Isis a Sirte.

«AMANTE DEL RISCHIO». Capitano Karim, il nuovo nome arabo di Lolli, si definisce «un uomo d'azione rapida, amante del rischio». Il suo blog dalla Libia si chiama L'ultimo avventuriero. E «da libico» fa capire diverse cose sull'entità assai composita della generica etichetta di Guardia costiera libica («la luce in fondo al tunnel» per il ministro dell'Interno Marco Minniti) - in parte anche collusa con i clan di trafficanti di droga e migranti - e su quel che era l'Isis a Sirte.

Giulio Lolli.

GL

DOMANDA. Perché le vostre Forze speciali della Marina non sono la Guardia costiera di Tripoli, se siete entrambi alleati di Misurata e del premier del governo libico legittimo al Serraj?
RISPOSTA.
Fuori, anche in Italia, non si capisce che la Libia non è come tutti gli Stati normali. Il problema qui è la grande frammentazione. Noi dipendiamo dal ministero dell'Interno. La Guardia costiera dalla Difesa, e cioè dall'esercito. Almeno a Tripoli.

D. Perché? Ogni Comune libico è un caso a sé?
R.
Sì, o quasi. Intanto ci sono Guardie costiere anche dello stesso fronte di al Serraj, che come le brigate a terra non si parlano tra loro, questa è la situazione. E poi la Guardia costiera di Zawiya per esempio, tra Zuara e Tripoli da dove salpa la maggioranza dei barconi dei migranti, dipende come noi dall'Interno. Non dalla Difesa.

D. È vero, come hanno constatato alcuni reporter, che la Guardia costiera di Tripoli formata ed equipaggiata dagli italiani dispone a malapena di un paio di imbarcazioni?
R. Per ora è molto limitata e le navi che ha avuto in dotazione non sono buone, poco veloci e spesso da riparare. Alla domanda su che organico abbiano non rispondono.

D. L'Italia addestra anche la Guardia costiera di Sabratha, seconda località costiera dopo Zuara per il traffico e la partenza dei migranti?
R.
No, la loro Guardia costiera è ricompresa in quella di Zawiya ed è più violenta, meno rispettosa dei diritti umani: là i migranti non stanno bene. L'Italia è invece in contatto con la Guardia costiera di Tripoli, parte dell'esercito.

Il dipinto sul salvataggio in mare.

Giulio Lolli

D. Ma esiste un esercito in Libia?
R.
È composto dalla varie brigate di insorti al regime di Gheddafi. Dai Thuwar della brigata capofila di Misurata e dei loro alleati di Tripoli e di altri territori. Tutti insieme formano il blocco fedele al Serraj giustamente sostenuto dalla comunità internazionale e anche dall'Italia, che dovrebbe sostenerlo ancora di più.

D. Milizie insomma. Quali sono esattamente i vostri compiti nel porto di Tripoli?
R. Le nostre Forze speciali della Marina sono l'equivalente della polizia portuale, perciò dipendiamo dall'Interno. Gestiamo la grande dogana e, come ufficio di sicurezza marittima, anche le procedure e i reati in materia d'immigrazione e di traffici illeciti, normalmente non di competenza dell'esercito. Blocchiamo carichi di migranti e anche di droga. Entro le 5 miglia però: oltre, almeno a Tripoli, spetta alla Difesa.

D. Cioè le Forze speciali della Marina traghettano i migranti suoi gommoni dentro il porto di Tripoli e li consegnano all'ufficio immigrazione del ministero dell'Interno.
R.
Certo, dal 2012 ne abbiamo intercettati e riportati in Libia circa 10 mila, in collaborazione con la Mezzaluna Rossa, la Croce rossa dei Paesi musulmani: chi aveva bisogno è stato curato e assistito, è tutto rendicontato al governo di Tripoli e all'Onu.

D. A Tripoli ha fondato anche una società di servizi marittimi. Com'è la sua giornata tipo?
R.
Beh, a Ferragosto sono in vacanza. Altrimenti mi divido tra gli impegni da imprenditore e quelli da capitano di corvetta. Ho tantissimi e carissimi amici in Libia. Sono stato anche decorato per onori militari e ne vado fiero.

In effetti sono l'unico straniero occidentale a essere diventato un comandante degli ex ribelli rivoluzionari libici

Giulio Lolli

In battaglia con i ribelli.

GL

D. È il primo rivoluzionario italiano in Libia?
R.
In effetti sono l'unico straniero occidentale a essere diventato un comandante degli ex ribelli rivoluzionari libici. Sì, mi hanno dato un riconoscimento al merito per aver preso parte alla storica battaglia di Bab al Aziziya, nel 2011. E un altro per aver salvato di notte 62 feriti sfollati da Bengasi, nel Golfo della Sirte, pompando acqua dalla loro barca alla deriva.

D. Il 2011 è stato per lei l'anno delle concomitanze eccezionali.
R.
Mai davvero, pur trovandomi nelle peripezie, avrei immaginato quanto ho vissuto. Scappavo via mare dall'Italia, il mio avvocato cercava di allertarmi sulle rivolte in Tunisia, e poi in Egitto e in Libia. Ma non potevo coglierne la portata.

D. In Libia cos'è successo una volta sbarcato a Tripoli?
R.
Per ordine di Gheddafi, su mandato internazionale di cattura della procura di Rimini, a gennaio 2011 sono stato portato dall'hotel Rixos dove alloggiavo in un carcere comune e fin lì - al di là della giornata delle esecuzioni che udivamo settimanalmente nel cortile - una prigione come tante altre.

D. Poi il 17 febbraio esplosero le rivolte.
R.
Il caos totale, ma io ancora non potevo capirlo. Cercando la benevolenza collettiva, con un'amnistia Gheddafi liberò circa 50 mila detenuti comuni. Incluso un serial killer serbo mio vicino di cella, tutelato poi, nel caos totale, dalla sua ambasciata a Tripoli in qualità di cittadino serbo. Io invece no, venni spedito in una prigione di detenuti politici.

Le forniture verso Bengasi.

GL

D. Com'è potuto accadere?
R.
Ho cercato di ricostruirlo, anche con le nuove autorità di Tripoli. È emerso che il regime di Gheddafi mi classificava come «detenuto pericolosissimo», evidentemente su indicazione dei magistrati di Rimini.

D. Per l'Italia è ancora latitante: quanti conti ha in sospeso con la giustizia?
R.
Dipende con quali procure e con quali tribunali. La Corte di Tripoli, in primo grado e poi in appello, ha respinto le richieste di estradizione da Rimini per un'accusa per me infamante: estorsione. Non nego la grande truffa degli yacht in leasing, su quello ho patteggiato con i giudici di Bologna. Ma il resto è troppo.

D. Qual è la sua versione?
R.
Non ho mai costretto con la forza una mia dipendente, strapagata tra l'altro, a falsificare i documenti, come ha raccontato poi lei agli inquirenti per scaricarsi dalle accuse di complicità, difesa dal padre. Di questo stiamo parlando per l'inferno dei miei sette mesi di prigionia politica in Libia.

D. Riuscivate a ricevere qualche notizia delle rivolte fuori?
R.
Era un carcere politico, non penetrava quasi nulla. Ero in una cella di un metro e 80 per un metro e 60. Bagno alla turca, feritoia, sempre panino a pranzo e maccheroni a cena, alla fine mi avevano anche legato alle caviglie e ai polsi. C'è chi si è fatto 20 anni così, quando ad agosto ci liberammo sotto i bombardamenti della Nato uscivano fuori come spettri.

Mai avuto paura di morire, anzi ero esaltatissimo. Accettai subito di combattere come volontario tra gli insorti

Giulio Lolli

Con i ribelli libici.

GL

D. Poi si unì ai rivoluzionari Thuwar.
R.
Evaso, con gli altri ex prigionieri politici liberammo altre prigioni. Marciammo su Tripoli e combattemmo insieme al bunker di Gheddafi, sequestrammo e occupammo ville di governativi.

D. Ma non aveva paura di morire?
R.
Mai avuta, anzi ero esaltatissimo in azione. Volevo rivalermi sul regime. Arruolarsi non era mica obbligatorio, i Thuwar insorti mi di proposero di entrare da volontario e accettai subito.

D. E si è trovato a suo agio nella vita militare? Nessuno choc?
R.
Per diversi anni andavo a sparare al tiro a segno a Bologna, un po' ne sapevo. Guardi che le rivoluzioni non le fanno i militari, ma tanti combattenti improvvisati: con me c'erano l'ingegnere, il pescatore, il perseguitato politico... che avevano imbracciato il kalashnikov. Io chiesi la pistola. Eravamo senza addestramento, spesso scoperti, rischiavamo ogni minuto. Ricordi indimenticabili.

D. Nel 2016 è tornato in battaglia contro l'Isis.
R.
Le nostre Forze speciali della Marina hanno partecipato con Misurata alla riconquista di Sirte: 720 morti e quasi 3.300 feriti contro i terroristi, un caduto anche del nostro contingente. Misurata e Tripoli hanno sconfitto l'Isis, il generale Haftar che dice di combatterlo non l'ha toccato con un dito. Bombarda i civili di Derna, ora che lì l'Isis non c'è più.

I migranti assistiti dalla Mezzaluna rossa

GL

D. Ma da dove venivano i jihadisti dell'Isis e perché sono andati proprio a Sirte?
R.
È una storia lunga, per oltre il 95% erano stranieri e io mi sono fatto questa idea. Bisogna cioè ammettere che sono entrati in Libia, probabilmente dal Sud, grazie a degli abitanti di Derna.

D. Derna, si racconta, un tempo era la più bella città della Libia, dei dignitari del re Idris. Poi la culla del dissenso islamista a Gheddafi insieme a Bengasi. Infine dei reduci di al Qaeda dall'Afghanistan.
R.
Un gruppo di Derna partì anche nel 2011, per aiutare i ribelli siriani quando ancora l'Isis non esisteva e tutto l'Occidente tifava per gli insorti. Lì c'era al Nusra, la sigla dei qaedisti siriani, poi sono venuti fuori i jihadisti ancora più radicali dell'Isis. Alcuni combattenti di Derna rientrarono delusi da quanto accadeva in Siria, portandosi dietro degli stranieri del sedicente Califfato.

D. E come mai a Derna i mujaheddin libici hanno scacciato i nuovi arrivati dell'Isis?
R.
Loro erano per una sharia più che altro scenografica: quando i jihadisti del Califfato hanno iniziato a chiudere i centri commerciali e a proibire sul serio birra e sigarette, la città si è ribellata. Su una colonna di tank e fuoristrada il gruppo dell'Isis è arrivato a Sirte, passando da Bengasi.

D. Sirte è la città natale e la vecchia roccaforte del clan di Gheddafi, paradossalmente il baluardo dell'anti-islamismo in Libia.
R. Se a Derna l'Isis era stato accolto per fiducia in un'ideologia poi rigettata, a Sirte lo è stato per vendetta da chi odiava i ribelli. Così i nemici di Gheddafi di Misurata, dove stupidamente si diceva che l'Isis non esisteva, se lo sono ritrovato alle porte.

I kamikaze dell'Isis a Sirte erano quasi tutti tunisini e di Boko Haram. Abbiamo trovato anche tre uiguri cinesi e un inglese

Giulio Lolli

I documenti all'Onu e al governo.

GL

D. Dalla Libia sono filtrate pochissime immagini dei miliziani dell'Isis a Sirte. Chi erano costoro?
R.
Tra i circa 3 mila uccisi, i kamikaze erano quasi tutti tunisini e sub-sahariani di Boko Haram, di libici neanche l'ombra. Abbiamo trovato anche tre cinesi uiguri e un inglese, all'apparenza inglese-inglese non di origine straniera. Gli emiri erano tutti siriani e c'era anche qualche libico, ma non tra la manovalanza.

D. Le navi-ambulanza e le corvette delle vostre Forze speciali della Marina attraversano ancora il Golfo della Sirte?
R.
Trasportiamo i feriti degli scontri e gli sfollati, portiamo nell'Est sotto attacco da Haftar medicinali e beni di prima necessità, salpiamo per le emergenze. Abbiamo condotto diverse missioni verso Misurata, Sirte e Bengasi e non ci tiriamo certo indietro.

D. Tra Misurata e Tripoli c'è molta intelligence italiana come si dice, al di là del contingente italiano ufficiale di Misurata?
R.
Non saprei, il mio campo non è l'intelligence, ma spero di sì. Inglesi e americani ci hanno aiutato molto a Sirte contro l'Isis.

D. Il ministro Minniti, oltre al premier al Serraj, ha di recente incontrato anche i sindaci dei Comuni libici difesi da diverse milizie, pare avere buoni canali in Libia.
R.
Non mi occupo neanche di politica, però Minniti mi sembra bravo. Si muove abbastanza bene anche se gli mancano ancora parti fondamentali della Libia. Per esempio non è ancora stato nel porto di Tripoli.

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