Pollicardo Calcagno
5 Settembre Set 2017 0800 05 settembre 2017

Gino Pollicardo: «Noi rapiti in Libia scaricati dallo Stato italiano»

Neanche un medico dopo 8 mesi di violenze. Ostaggi dell'Isis, non di criminali comuni. Uno dei due superstiti autore di un libro-denuncia racconta a L43: «Su questa storia un silenzio vergognoso».

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Dopo 228 giorni di prigionia in Libia, malmenato e malnutrito da carcerieri dell'Isis - anche se non si vuole ammettere - in trattativa con il governo finché quella zona non fu target di un raid degli Usa (con l'ok di Roma a droni armati da Sigonella), in Italia Gino Pollicardo non fu fatto visitare neanche da un medico. Da allora la sua famiglia è stata scaricata dalle istituzioni.

DUE MORTI E DUE LIBERATI. Dalla casa di Monterosso, nelle Cinque Terre, il tecnico 57enne di lungo corso di Bonatti, azienda contractor in Libia anche per Eni, si sente «quasi quotidianamente» con Filippo Calcagno, collega superstite come lui, e con i famigliari di Salvatore Failla e di Fausto Piano, «i fratelli che non ce l'hanno fatta». Si visitano spesso tra Liguria, Sardegna e Sicilia. Ogni tanto dalla Libia lo chiama anche uno dei poliziotti di Sabratha che li raccolsero per strada il 4 marzo 2016, per sapere se sta meglio.

Gino Pollicardo (Mursia).

Dalla Farnesina nulla. «Due telefonate» alla moglie durante il rapimento («tre volte è scesa lei spontaneamente a Roma»), «un colloquio con un magistrato e un altro con due psicologi e stop: al funerale di Piano in Sardegna non c'era nessuno delle istituzioni». La testimonianza che Pollicardo, uomo mite e riflessivo lontano da esagerazioni, rese allo Stato l'ha tradotta - con suoi ragionamenti e il tarlo di troppi quesiti irrisolti - nel libro Il silenzio dei colpevoli (Mursia, 2017): «Un scrittura che», confessa l'ex capo cantiere a Lettera43.it, «mi è costata molto».

«SIAMO DIVENTATI SCOMODI». I traumi sono ancora vivi e, nel tempo che non ha sfocato i ricordi, Pollicardo ha maturato un'amara ed estrema convinzione: «Accontentando gli Usa sul raid a Sabratha, il governo firmò la nostra morte. Non pensava che due di noi sopravvivessero, diventando scomodi».

DOMANDA. Diversi aspetti del sequestro restano oscuri, dal cambio di trasferimento la sera dell'agguato il 19 luglio 2015, agli accadimenti che, sette mesi e mezzo dopo, portarono alla morte degli altri due ostaggi e alla vostra fuga. Eppure il fascicolo è parso da subito chiuso per l'Italia.
RISPOSTA.
Da parte delle autorità di Roma abbiamo percepito anche della vergogna, un'incapacità della non facile ammissione che, da un certo punto, il caso gli fosse sfuggito di mano. Ma c'è anche, e il titolo parla chiaro, della colpevole indifferenza: di chi sa e non parla. Un silenzio vergognoso, altrimenti incomprensibile. Da lì la mia forza per un libro-denuncia.

D. Perché era sospetto, come racconta, l'autista del mezzo (ora agli arresti a Tripoli) mandato da Bonatti per raggiungere dalla Tunisia lo stabilimento libico dell'Eni a Mellitah?
R.
Superata la frontiera con la Libia, iniziò a parlare freneticamente a un altro cellulare. Poi, ormai vicini a Mellitah a giudicare dai chilometri percorsi, a Ovest di Sabratha e Tripoli fummo bloccati da quattro uomini armati su due pick-up. L'autista fu strattonato fuori e legato, udimmo anche uno sparo. Ma era una messinscena.

D. Non era al di fuori da ogni protocollo di sicurezza un trasferimento a terra, in auto di sera e senza scorta armata, in quella zona costiera della Libia abitata da trafficanti di ogni genere e anche dall'Isis?
R.
E infatti avremmo dovuto pernottare come sempre in Tunisia, dopo il volo da Malta, e poi essere portati via mare da Djerba a Mellitah. Ma l'operation manager di Bonatti ci avvisò che per la prima volta, quella volta lì, avremmo viaggiato via terra. Già non stavamo tranquilli.

D. Il responsabile in questione, Dennis Morson, rinviato a giudizio dalla procura di Roma che indaga sulle responsabilità del rapimento, aveva una lunga esperienza sul campo.
R.
È in Libia da 35 anni ed era tra l'altro il mio diretto superiore. Ha commesso una leggerezza fatale della quale deve rispondere, ma le responsabilità per me sono state anche altre e più gravi. All'inizio certo di Bonatti, e in misura minore di Eni per non aver controllato il rispetto dei protocolli di sicurezza. Nei mesi successivi – e tuttora – dello Stato.

Furiosi, si accanivano su di noi con calci, pugni, digiuni fino a tre giorni di fila, canne di fucile puntate alla schiena, deprivazioni e umiliazioni continue

Gino Pollicardo

D. Quando avete capito che alcuni funzionari del governo italiano trattavano la vostra liberazione?
R.
Su richiesta dei rapitori, passammo loro il contatto dell'operation manager. Contavamo i giorni con lo scandire delle ore delle preghiere e il 14 agosto ci fu chiesto di rispondere in inglese a domande personalissime: fatti recenti noti solo alle nostre famiglie. Da allora iniziarono gli alti e i bassi del negoziato.

D. I carcerieri si confidavano con voi? O da cosa si tradivano?
R.
All'inizio ci davano da mangiare una volta al giorno, facendoci uscire, sempre bendati, per andare in bagno. In un francese sgrammaticato dicevano che volevano i soldi. «Abbiamo chiesto 20 milioni, ce ne danno 4», specificarono quando a dicembre la terza trattativa entrò nel vivo.

D. Cosa accadeva puntualmente dopo gli abboccamenti sul riscatto?
R.
Raccontavano frustrati che il contatto si era interrotto. Furiosi, si accanivano su di noi con calci, pugni, digiuni fino a tre giorni di fila, canne di fucile puntate alla schiena, deprivazioni e umiliazioni continue. Quante volte abbiamo pensato fosse finita...

La benda da rapito (Mursia).

D. All'ultima trattativa sfumata, uno dei carcerieri dell'Isis mostrò un barlume di umanità: «Non disperate. L'Italia paga, paga sempre. Ne sono certo», vi rassicurò.
R.
«Ne sono certo» fu il nostro appiglio: ci facevano intuire che, anche da precedenti rapimenti, l'Italia era una garanzia. Mi sono fatto l'idea che trascinare in là il negoziato per sei-sette mesi, come in diversi altri sequestri, servisse proprio a non alimentare la fama di interlocutori facili. E però con noi non si è tenuto conto del contesto.

D. Quanto eravate vicini al campo di addestramento dei miliziani del sedicente Califfato, bombardato il 19 febbraio 2016 a Sabratha dagli Usa?
R.
Attorno a noi si scatenò il finimondo. In quei giorni anche le milizie di Sabratha avevano intensificato la battaglia contro l'Isis nella zona. Boati, spari, urla. Entrava gente in casa. Capivamo che i nostri sequestratori non si sentivano più sicuri, non riuscivano neanche più a procurarci viveri.

D. Ma dal racconto i rapitori parlavano di soldi e mai di islam, al momento non sembravate consapevoli di stare con l'Isis.
R.
A lungo siamo stati convinti che si trattasse di una banda di criminali comuni, li supplicavamo di non venderci all'Isis. Avevamo in testa i video della decapitazione di ostaggi in tute arancioni: messaggi politici, quelli. A freddo però il luogo della prigionia e altri fatti emersi sono inequivocabili.

D. Il centro di Sabratha era lontano dal covo?
R.
A mezz'ora di auto dal commissariato, eravamo nella periferia. I nostri carcerieri erano tunisini come la maggioranza dei combattenti stranieri nel campo.

D. All'inizio a Sabratha girava voce di una «ritorsione sugli italiani da parte di famiglie di trafficanti dopo l'arresto di alcuni scafisti». Il 13 luglio 2015, a meno di una settimana dal rapimento, anche la security libica di Eni allertò su questo pericolo. Possibile un legame delle vostra colonna dell'Isis anche con reti di trafficanti di armi e migranti?
R.
Come no, probabile che prima ancora che jihadisti fossero banditi. Un gruppo grosso però: dai rumori nella casa ci stavamo rendendo conto che trafficavano mortai e altre armi pesanti. Un sequestro con quattro ostaggi poi è impegnativo: bande piccole avrebbero rischiato di essere fatte fuori da rivali attratti dal riscatto. Non siamo mai stati neanche rivenduti e abbiamo cambiato covo solo una volta.

D. Dalle immagini, alcuni dettagli della sparatoria durante il trasferimento in auto di Failla e Piano non tornano. Ma gli altri morti intravisti nel video sono tre uomini e due donne, come quelli uditi da voi (sempre bendati in loro presenza) nella casa. E dall'aspetto simile ai foreign fighter dell'Isis uccisi a Sirte.
R.
Dal campo di Sabratha proveniva la cellula degli attentati in Tunisia e anche i servizi segreti tunisini li hanno identificati come membri dell'Isis. A Sirte poi, durante la liberazione, i libici affermano di aver rinvenuto dei documenti sul nostro sequestro, in mano al capo Abu Nassim.

D. Si è speculato molto su una parte di riscatto, diversi milioni, già pagato: perché alla fine siete stati divisi da Piano e Failla?
R.
Io non credo affatto sia stato pagato: in quei giorni i nostri sequestratori erano troppo delusi. Di certo dovevano scappare dalla zona, ma portarci via tutti e quattro insieme equivaleva a dare ancora più nell'occhio. Così hanno chiuso a chiave noi due nella stanza, lasciando dentro un secchio d'acqua.

D. Magari contavano di tornare qualche giorno dopo.
R.
Ci siamo liberati da soli, sfondando la porta dopo ore di tentativi disperati. Il cancello era aperto, la zona attorno spettrale. Abbiamo indossato delle tuniche libiche comprate per il nostro rilascio, avevamo barbe lunghissime. Tentavamo stremati di fermare i pochi mezzi che passavano e i guidatori tiravano dritto impauriti.

Subito dopo la fuga dal covo.

D. Le autorità di Sabratha che alla fine vi hanno intercettato vi hanno aiutato?
R.
Al confronto delle italiane sì, e parliamo della “polizia” di Sabratha, neanche di Tripoli... L'agente che si è fermato al nostro cenno ci ha portato al commissariato. Lì siamo stati interrogati e un medico ci ha sommariamente visitato. E ci hanno anche dato dei telefoni per contattare chi volevamo.

D. Procedure canoniche, anche se svolte da milizie. Quelle italiane invece?
R.
Personalmente avevo un'altra idea di come venissero seguiti gli ex sequestrati. A Sabratha, dove siamo stati trattenuti dalle autorità comunali e dalla polizia per quasi due giorni, di italiani è arrivato solo il nostro operation manager. Nessun funzionario governativo o statale.

D. Neanche per il trasferimento?
R.
Macché. L'elicottero a Mellitah verso di Tripoli è atterrato solo la sera. Così abbiamo dovuto rischiosamente ancora spostarci via terra da Sabratha verso l'impianto con la sola polizia locale: loro stessi erano stupiti della procedura e dal non essere contattati dagli italiani. Per lo stesso motivo avevano anche dubitato della nostra nazionalità.

Ostaggi in Libia, le domande sul caso e sulla Bonatti

FOCUS Il trasporto a rischio dei tecnici, il divieto (aggirato?) di entrare in Libia, le tutele: l'azienda deve fare chiarezza. Ma i dubbi riguardano anche le autorità locali. Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha ammesso di fronte al parlamento che la vicenda dei quattro rapiti italiani in Libia presenta ancora "lati oscuri".


D. Forse allora l'Italia non voleva trattare pubblicamente con il Comune e le milizie di Sabratha, accusati di collusioni con i trafficanti e in passato anche con l'Isis. Ma solo con Tripoli (anche se ora il sindaco di Sabratha e le sue milizie sono tra quelli in trattativa sui migranti con il ministro dell'Interno Minniti).
R. Pare così, però del medico di Sabratha si sono fidati. Atterrati a Roma, ci hanno fatto dormire in un albergo, un luogo pubblico, senza neanche farci controllare da un dottore. Dopo mesi di vita in condizioni igieniche scarsissime, di percosse e di deperimento fisico.

D. Siete stati poi ricontattati e seguiti, con un protocollo di controlli fisici e psicologici, dalla Farnesina?
R.
Assolutamente no, mai più sentiti per quanto mi riguarda. Mi curo da solo, pagando tutti i ticket. "Ma come, non sei il rapito?" mi dicono anche i medici di Monterosso, segnalandomi le leggi per le quali dovrei avere un'esenzione.

D. Come sta fisicamente?
R.
Il corpo, scrissi già al rilascio, si è ripreso. Il problema è lo stato psicologico. Per quello noi famiglie colpite dal dramma siamo tutte in cura con un sostegno.

In altro a sinistra Failla, e in senso orario Pollicardo, Piano e Calcagno.

D. Come vittime di terrorismo vi spetterebbero anche ulteriori risarcimenti, ricorda Toni Capuozzo nella postfazione del libro. Ma ufficialmente ci si ostina a parlare di «banda di rapitori criminali». Un'omertà di Stato?
R.
Gli articoli dei giornali e i servizi dei tg parlano chiaro e spero prima o poi parleranno le indagini in corso. Da parte mia continuerò la battaglia, in memoria soprattutto di chi non c'è più. Con calma, perché intanto ho un rapporto da risolvere con l'azienda e ho bisogno di serenità, ma sto costruendo una documentazione. Failla e Piano chiedono giustizia come Regeni.

D. Dopo un'eccellente carriera di capotecnico all'estero e poi in Italia, a causa della crisi dal 2009 lavorava in Libia per Bonatti: com'erano le condizioni di sicurezza nelle trasferte precedenti?
R. Ai tempi di Gheddafi, guidavo da solo nel deserto con la patente libica: il massimo che poteva capitarci erano piccoli furti, meno che a Milano o a Roma. Dal 2011 al mercato si trovano le armi a 50/100 euro. Si capiva che era sempre più pericoloso, ma dovevamo mantenere le nostre famiglie e dentro ai campi ci sentivamo sicuri.

Bonatti ha mandato da subito altri quattro italiani al posto nostro a Mellitah, dopo e anche durante il sequestro

Gino Pollicardo

D. Il terminal di Mellitah, condiviso da Eni in joint venture (50% e 50%) con la Compagnia nazionale petrolifera libica (Noc), sarà piantonato dalle milizie islamiste di Tripoli e Sabratha.
R. Così è anche al giacimento di Wafa, più a Sud nel deserto, nell'area di controllo di Zintan dei rivali alleati con i laici del generale Haftar. Sì, i siti apparivano protetti per questo compromesso, ma la verità è un'altra: contavamo di venire tutelati dall'azienda e dallo Stato italiano.

D. Dal febbraio 2015, chiusa l'ambasciata in Libia, la Farnesina aveva esortato tutti gli italiani presenti, anche per lavoro, a lasciare il Paese. Ufficialmente il personale italiano di Eni lavora «tutto nei siti offshore».
R.
Non è esattamente così, anche se Renzi in un talk show disse di non sapere cosa ci facessero i quattro italiani in Libia. La Farnesina sapeva e non ci ha bloccato i visti d'ingresso e Bonatti ha mandato da subito altri quattro italiani al posto nostro a Mellitah, dopo e anche durante il sequestro. Ci sono ancora, ogni tanto li sento al telefono.

D. Quanto è vitale, strategicamente ed economicamente, l'impianto di Mellitah per l'Italia?
R.
È il quartier generale di Eni in Libia, da lì parte il gas che arriva nelle case italiane, attraverso il gasdotto più lungo del Mediterraneo. Ma certo, per ragioni di sicurezza, le forniture si potevano bloccare. Non lo si è fatto e a febbraio 2016 Renzi ha anche avallato un raid americano sopra le nostre teste.

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