Kuridistan referendum
18 Settembre Set 2017 1509 18 settembre 2017

Iraq, il referendum di tutti i curdi

Il 25 settembre è in agenda la consultazione per l'indipendenza del Krg. Osteggiato da Turchia e Iran. Lo scrittore Surme: «Si antepongono i loro interessi alle nostre rivendicazioni. Presto toccherà alla Rojava».

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La data rimandata per anni, infine fissata e da tutti i governi limitrofi osteggiata – il 25 settembre 2017 – è per i curdi auspicabilmente storica. Per tutti i curdi nel mondo, giacché per il referendum sull'indipendenza del Kurdistan iracheno si spendono anche politici e attivisti curdi in Turchia (i più repressi al momento), in Siria e in Iran: le altre parti dell'antico Kurdistan frammentato in quattro Stati con la spartizione occidentale dell'ex impero ottomano di inizio 1900. Al voto, per un'affluenza che si preannuncia altissima nonostante le minacce soprattutto della Turchia che ha avviato esercitazioni militari al confine con il Kurdistan iracheno, sono attesi circa 5 milioni di aventi diritto nella regione autonoma dell'Iraq e circa 3 milioni e mezzo della diaspora curdo irachena.

L'ALT DI TRUMP E DELLA CORTE SUPREMA. Sul quesito per rendere Stato indipendente la regione federale, che gode di ampia autonomia dalla caduta di Saddam Hussein (con parlamento, governo interno ed esercito dei peshmerga), si esprimeranno anche i curdi di quattro aree contese nel Nord dell'Iraq: la principale e più ambita dal governo di Baghdad è Kirkuk, ricchissima di petrolio. Non a caso, se ci esplodessero violenze, il premier iracheno Haider al Abadi ha minacciato un «intervento militare». Temendo la destabilizzazione dell'Iraq, anche gli Usa hanno chiesto di annullare la data e la Corte suprema irachena ha ordinato la sospensione del referendum. «Ma nonostante le enormi pressioni esterne, abbiamo un accordo tra tutti i partiti curdi-iracheni, a esclusione di due piccoli d'opposizione», spiega a Lettera43.it lo scrittore curdo-iracheno Shorsh Surme, «e daremo come minimo un segnale forte».

Shorsh Surme.

DOMANDA. Si crea un precedente: è possibile una reazione a catena?
RISPOSTA.
In Siria, sì. I cantoni autonomi della Rojava fondati durante la guerra civile nei territori curdi riconquistati sono amministrati egregiamente dai curdo-siriani, al comando anche dell'offensiva su Raqqa contro l'Isis. Loro sono a metà dell'opera.

D. I curdi di Turchia e dell'Iran invece?
R.
Loro hanno le mani legate. Volenti o nolenti sono cittadini dei due Stati che, con il più piccolo Iraq, più premono contro la costituzione di uno Stato curdo. Turchia e Iran sono due potenze: esercitano storicamente un potere economico e anche militare enorme nella regione.

D. Il premier iracheno sciita al Abadi ha bollato come «incostituzionale» il referendum unilaterale, rincarando la dose sulla «decisione sbagliata» della giunta di Kirkuk di partecipare al voto curdo.
R.
Non ci sorprende. Al Abadi è nelle mani degli ayatollah iraniani che osteggiano la consultazione. Dal 2014 il governo centrale ha anche smesso di pagare gli stipendi pubblici a Erbil che gli frutta 10 miliardi di dollari di fatturato annuo e assiste quasi 2 milioni di profughi dalla Siria e dall'Iraq, facendo sprofondare Erbil nella crisi.

D. Quale capo del governo in carica d'altra parte spaccherebbe il suo Stato in due?
R.
Ma l'Iraq è già lacerato dalla grave divisione tra sunniti e sciiti, alimentata dall'emarginazione dei sunniti dopo la guerra del 2003. I curdi anzi in quegli anni si spesero molto per ricucire le divisioni settarie tra arabi.

Non andiamo a occupare zone altrui come Mosul ma aree storicamente curde, arabizzate e multietniche ma a prevalenza curda

L'area storica del Kurdistan.

D. Come dal 2014 per la guerra al sedicente Stato islamico provocato proprio da questa divisione.
R.
I peshmerga hanno anche fatto di tutto per rimotivare l'esercito iracheno, capitolato a Mosul di fronte all'Isis proprio per la grande frustrazione in pancia. Senza contare che, come i curdi in Siria, hanno guidato loro la riconquista di Mosul.

D. Per uno Stato alla fine inventato con il trattato coloniale anglo-francese di Sykes-Picot del 1916?
R.
Infatti non abbiamo mire su Mosul, la seconda metropoli irachena, ma su Kirkuk e altri centri come Machmud e Kashkah della regione curda, poi arabizzati e abitati anche da altre etnie come armeni e turcomanni ma sempre a prevalenza curda. Non andiamo a occupare zone altrui.

D. Sul referendum, e in special modo su Kirkuk, il presidente turco Erdogan ha gridato all'«integrità territoriale minacciata».
R.
Proprio lui che dalle rivolte del 2011 ha fatto di tutto per riaccaparrarsi il Nord un tempo ottomano della Siria, Paese dove che lo si voglia o meno esiste ancora un sovranità nazionale. È per lui che i curdi al voto hanno più ansia.

D. Per i raid turchi che potrebbero scattare, come in passato con il pretesto di colpire le basi del Pkk curdo-turco di Öcalan sui monti lungo la frontiera?
R.
I suoi caccia hanno più volte violato lo spazio aereo del Kurdistan iracheno, dopo aver ridotto a un campo di battaglia il confinante Kurdistan turco: colpiscono centri abitati e abitazioni civili, distruggono siti patrimonio dell'umanità per l'Unesco. Erdogan è una minaccia costante.

D. Ha anche fatto arrestare centinaia di membri del partito filo-curdo Hdp, incluso il suo giovane curdo leader Selattin Demirtas che era riuscito a entrare in Parlamento.
R.
Ciò nonostante – correndo rischi enormi – l'Hdp sta facendo molta propaganda per il nostro referendum in Iraq.

D. Come si vota dall'estero?
R.
Online, anche in più lingue. I curdi-iracheni dovranno rispondere a una serie di domande che consentiranno loro di esprimersi sul referendum. Anche questa procedura è stata preparata con cura.

D. I curdi, divisi anche in partiti di orientamento politico molto distante tra loro, sono tutti uniti stavolta?
R.
Sì, anche all'estero tutti fanno un grande tifo per il referendum in Iraq. L'unanimità è chiara anche dalla quadra sulla consultazione trovata a Erbil, dopo mesi di negoziato, tra i conservatori del Kdp del presidente Barzani, la sinistra del Puk di Talabani e i centristi di Gorran.

D. Il Kpd è stato, prima della deriva autoritaria e liberticida di Erdogan, vicino agli islamisti e allo stesso presidente turco. Talabani lo è viceversa all'Iran.
R.
Abbiamo superato le continue pressioni esterne che mirano strumentalmente ad allontanarci tra di noi. Nonostante i forti rapporti economici tuttora in corso, per esempio, tra Kurdistan iracheno e Turchia.

D. Dopo il referendum puntate a indire elezioni nazionali: quali governi stranieri sono con voi?
R.
Con molta gioia abbiamo accolto l'appoggio di Egitto e Giordania, all'interno del complesso mondo arabo. C'è poi Israele, favorevole a uno Stato curdo. In Europa i Paesi scandinavi sono fondamentalmente dalla nostra parte.

In piazza in Germania.

ANSA

Il riconoscimento può arrivare anni dopo o anche non arrivare mai, l'importante è l'autodeterminazione

D. La Germania che ha in pancia circa 450 mila curdo-turchi, più di un terzo dei turchi nel Paese, e migliaia di richiedenti asilo curdi, non si esprime?
R.
Il governo ancora non lo ha fatto. Ma le manifestazioni per il referendum in diversi Land sono state appoggiate da varie associazioni e parlamentari regionali. L'ultima a Colonia è stata un successo: circa 26 mila manifestanti a fronte dei 3 mila, massimo 6 mila previsti.

D. Ad Antalia hanno fermato altri 2 tedeschi, in tutto sono 55 i cittadini tedeschi incarcerati in Turchia: il 24 settembre si vota per le Legislative e la cancelliera Merkel potrebbe prendere posizione.
R.
Lo spero. Ormai è ai ferri corti con Erdogan, ha anche fatto spostare una base tedesca della Nato dalla Turchia alla Giordania. Da mesi la Germania chiede indietro gli arrestati, perlopiù turco-tedeschi, alcuni di loro curdi. Ma spiace constatare come, in linea di massima, l'Occidente continui ad anteporre gli interessi di grossi attori regionali come Turchia e Iran alle legittime rivendicazioni dei curdi.

D. Allude al silenzio dell'Ue?
R.
A Erbil c'è un via vai mai visto di politici e membri di governi europei, vengono singolarmente però. Due ministri francesi, uno olandese... Di per sé non un buon segno. Anche gli Stati Uniti, come la Turchia caposaldo della Nato, difendono la fittizia integrità territoriale di al Abadi.

D. Perché allora gli americani armano i curdi-siriani per la liberazione di Raqqa e hanno armato i peshmerga curdi per Mosul?
R.
Facciamo comodo per controbilanciare le mire d'influenza di Russia e Iran, non vogliono lasciare il campo libero agli Hezbollah libanesi e agli sciiti filo-iraniani, tanto meno riconsegnare la Siria ad Assad, ma siamo ottimisti. Come per il Kosovo, il riconoscimento può arrivare anni dopo o anche non arrivare mai. L'importante è l'autodeterminazione.

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