Sergio Baranzini
19 Settembre Set 2017 1100 19 settembre 2017

Sergio Baranzini, scienziato figlio di immigrati che combatte la Sclerosi multipla

La sua famiglia è di origini italiane ed è uno dei ricercatori di punta dell'Università di San Francisco. Il suo consiglio ai ragazzi che vorrebbero lavorare negli Stati Uniti: «Lavorate duro, aspettatevi tanto. Il cielo è l'unico limite». 

  • MARCELLO ASTORRI
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Sergio è uno scienziato argentino che lavora in America, nelle sue vene scorre il sangue del bisnonno lombardo, emigrato in Argentina nel 1908 da Angera, un piccolo centro abitato del varesotto che sorge sulla riva Sud-orientale del Lago Maggiore. Nasce e cresce a Buenos Aires e in questa città, 86 anni dopo l'arrivo del suo avo in Sud America, si laurea con lode in Biochimica per poi ottenere un dottorato di ricerca in genetica molecolare.

Sergio Baranzini oggi è un neurologo dell’Università della California di San Francisco e insieme al suo team di ricercatori ha fatto una scoperta di notevole portata: esistono dei batteri nocivi all’interno dell’intestino dei malati di Sclerosi Multipla che favoriscono la malattia, quindi in futuro, attraverso l’alimentazione e la somministrazione di farmaci mirati, potrebbe essere possibile rallentarla in modo significativo.

Sergio Baranzini.

DOMANDA. Baranzini, il suo studio ha dimostrato che alcune famiglie di batteri dell’intestino giocano un ruolo nello sviluppo della Sclerosi multipla. Ci può spiegare perché?
RISPOSTA.
«Abbiamo trovato differenti popolazioni di batteri nelle feci dei pazienti affetti da sclerosi multipla (Sm) rispetto a quelle che riscontriamo nei soggetti sani. In più, quando iniettiamo i batteri dei pazienti affetti da sclerosi in un topo senza germi al quale induciamo una malattia simile alla Sm, questo sta molto male. Per contrasto, quando facciamo lo stesso esperimento usando i batteri di un donatore sano, il topo non sta così male».

D. Questa scoperta come potrebbe rivoluzionare la lotta contro questa malattia?
R. «È importante perché fornisce una visione complementare riguardo al rischio di sviluppare la Sclerosi multipla che apprendiamo dalla genetica. Se da un lato i nostri geni non sono soggetti a cambiamenti, infatti, dall’altra possiamo facilmente regolare il nostro microbiota intestinale».

D. Quali sono i prossimi passi, quando si arriverà a una cura?
R. «Ora dobbiamo replicare i nostri risultati su uno studio più grande. Abbiamo istituito un consorzio internazionale di ricercatori per fare questo. E’ difficile prevedere quando una cura sarà disponibile, ma questo studio dà speranza ai pazienti e permette loro di apportare dei cambiamenti al proprio stile di vita per avere un maggiore controllo della propria malattia».

D. Il suo nome è italiano, la sua famiglia è di origini italiane. Può raccontarci la sua storia?
R.
«Sono nato e cresciuto in Argentina. La mia famiglia ha origini italiane, come del resto è per molti argentini. In particolare, io sono di origini italiane dalla parte di mio padre e spagnole da parte di mia madre».

Gli scienziati italiani godono di una reputazione molto alta qui, specialmente nel campo delle neuroscienze e dell’immunologia

Sergio Baranzini

D. Di quale parte d’Italia è originario?
R.
«Il mio bisnonno emigrò da Angera nel 1908 e stabilì la famiglia dalle parti di Buenos Aires. Abbiamo mantenuto i contatti con i nostri parenti in Lombardia».

D. È mai tornato al Paese dei suoi avi?
R. «Visito l’Italia frequentemente per lavoro. Quando mi capita mi fermo sempre ad Angera».

D. E in America lavora con altri italiani?
R. «La mia università è un posto veramente internazionale. Lavoro tutti i giorni fianco a fianco con almeno cinque altri italiani».

D. Come sono considerati gli scienziati italiani negli Stati Uniti?
R.
«Gli scienziati italiani godono di una reputazione molto alta qui, specialmente nel campo delle neuroscienze e dell’immunologia».

D. Che consigli ha da dare per i giovani italiani che vorrebbero lavorare negli Stati Uniti?
R.
«Lavorare duro, aspettarsi tanto. Il cielo è l’unico limite che hanno».

D. Il suo gruppo che obiettivi ha? State lavorando ad altro?
R.
«Oltre a studiare i batteri intestinali, il mio gruppo lavora sulla genetica e sulla bioinformatica. Siamo una squadra multidisciplinare con un insieme di interessi molto diversi, che applichiamo per comprendere e curare le malattie».

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