Catalogna

Indipendenza della Catalogna

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23 Settembre Set 2017 1000 23 settembre 2017

Catalogna, l'opposizione al secessionismo della classe lavoratrice

Secondo il sociologo Miley, questa fascia della popolazione è contraria al divorzio da Madrid. E al referendum si asterrà in massa. «Rajoy? Soffiando sul fuoco complica la situazione».

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Mentre la situazione in Catalogna sta degenerando in una spirale di “violenza giuridica”, laddove l'esecutivo centrale cerca a tutti i costi di impedire il referendum programmato dagli indipendentisti, si accende il dibattito sull’opportunità di una secessione da un lato, e, dall’altro, sull’atteggiamento repressivo del governo Rajoy. Sulla questione, le forze politiche in Spagna sono divise, con il Ppe e Ciudadanos favorevoli al pugno duro contro il separatismo, la sinistra di Podemos e Izquierda Unida che sostengono il referendum (ma non la secessione) e in ogni caso a una mediazione più soft e, in mezzo, il Psoe con un atteggiamento non unanime sulla questione, anche se in generale più accomodante verso gli indipendentisti. E in Catalogna è indicativa la posizione di Ada Colau, la sindaca di Barcellona, favorevole al referendum, critica di Rajoy, ma anche contraria alla secessione. E mentre l'Ue sembra avere un atteggiamento pilatesco, i separatisti catalani si stanno conquistando l’appoggio della Lega Nord.

LE RIPERCUSSIONI SULLA SPAGNA. Secondo Thomas Jeffrey Miley, docente americano di Sociologia Politica all’Università di Cambridge ed esperto della penisola iberica, la crisi economica e la lotta di classe in Spagna possono aiutarci a capire cosa c’è veramente dietro la spinta secessionista in Catalogna, e da qui potrebbero partire delle soluzioni alternative. «Se, giustamente, s’invoca il concetto di democrazia, questo dev’essere accompagnato da una più equa distribuzione delle risorse attraverso tutta la Spagna», dice Miley, secondo il quale «un’eventuale secessione non solo lascerebbe la problematica economico-politica della Spagna intatta, ma l’aggraverebbe».

Thomas Jeffrey Miley, docente americano di Sociologia Politica all’Università di Cambridge.

DOMANDA. Dove nasce questa tenacia da parte del governo catalano nel raggiungere una secessione, nonostante tutta una serie di autonomie regionali concesse dopo la caduta del franchismo?
RISPOSTA.
Vorrei enfatizzare due fattori: uno è la generale crisi di legittimità delle istituzioni politiche spagnole, intimamente legata alla politica di austerità e ai vari scandali per corruzione, l’altro è un fattore generazionale.

D. Generazionale in che senso?
R.
Nel senso che le autonomie ottenute a livello regionale prima sembravano positive e accettabili, mentre ora non appaiono più sufficienti a una parte delle nuove generazioni.

D. Non c’è anche un fattore “egoistico”, considerando che la Catalogna è la regione più ricca della Spagna?
R.
Sì, possiamo dire che c’è un’attitudine di superiorità quasi protestante dietro il nazionalismo catalano, come per dire: non vogliamo avere a che fare con il resto degli spagnoli per noi pigri e corrotti.

D. Però parte della popolazione in Catalogna ha origini spagnole.
R.
E questo, soprattutto tra le classi lavoratrici, acuisce le divisioni all’interno della regione stessa. Non per tutti quelli che abitano nella regione il catalano è la prima lingua, per esempio. Quelli che parlano solo spagnolo sono molto meno favorevoli a una secessione.

D. C’è qualche similitudine tra le posizioni dei secessionisti catalani e quelle della Lega Nord in Italia?
R.
Sì, le accuse di “Roma ladrona” sono simili alle accuse mosse nei confronti di Madrid, ma dobbiamo anche aggiungere un elemento di natura storica: l’associazione tra il centralismo franchista e Madrid, per cui, storicamente, e fin dai tempi della Guerra Civile, la Catalogna si è vista come il bastione della democrazia e del progresso.

D. Al di là di questo, si può parlare di un nazionalismo etnico alla base dell’impeto verso la secessione?
R.
Certo: sociologicamente parlando i supporter della secessione sono soprattutto persone di etnia catalana che appartengono alla classe media.

D. Qualora il referendum del primo ottobre dovesse svolgersi quale potrebbero essere i risultati?
R.
È prevedibile un’asimmetria partecipativa nel senso che i secessionisti più determinati parteciperebbero in massa, mentre ci sarebbe un astensionismo diffuso, soprattutto tra le classi lavoratrici di origine spagnola.

D. In altre parole non si potrebbe arrivare a un quorum?
R.
Esatto, ma il governo catalano insiste sulla non necessità di un quorum partecipativo per convalidare un eventuale esito a favore della secessione da parte di quelli che andranno a votare.

D. Al tempo stesso l’atteggiamento fondamentalmente repressivo del governo centrale non favorisce un ammorbidimento della crisi.
R.
In realtà Rajoy e i suoi alleati stanno soffiando sul fuoco. E questo porta molte persone, anche nella sinistra, a vedere la questione in termini di diritto democratico, il che, a sua volta, complica le cose.

D. Nel frattempo c’è stata un appello di intellettuali e militanti della sinistra diffusa e senza affiliazione partitica a non votare nel referendum.
R.
Tra i promotori di questo manifesto che invita al non-voto ci sono vecchi sindacalisti spagnoli. Ma nel complesso si può dire che la sinistra è piuttosto divisa sulla questione.

D. Podemos e Izquierda Unida, pur concedendo la possibilità di avere il referendum, sono contrari alla secessione.
R.
Quello che unisce la sinistra rimane una strenua opposizione, a priori, nei confronti di Rajoy. La divisione più acuta si ha in Catalogna, dove non c’è solo Ada Colau, ma anche tutta una classe di intellettuali che sono più vicini al fondamentalismo etnico alla base dell’idea di secessione.

D. E comunque, in qualche maniera, il governo di Rajoy viene negativamente associato con la repressione di marca franchista.
R.
Sì, e nonostante una forma di egemonismo etnico presente tra i separatisti, alla fin fine il governo catalano viene da molti visto, anche nella sinistra, come il male minore.

D. Questo fenomeno secessionista non può esser visto anche come parte di un trend a livello europeo verso il neo-nazionalismo?
R.
Solo in parte: per esempio, ironicamente, i secessionisti catalani sono più che favorevoli a rimanere nella Ue. Ma dimenticano il fatto che per far parte dell’Europa bisogna anche obbedire la legge e seguire le regole del gioco. L’élite al potere in Catalogna è riuscita a far credere ai suoi seguaci che una dichiarazione unilaterale d’indipendenza verrebbe automaticamente accettata dalla Ue: è un modo di pensare un po’ utopico. Esiste un'affinità tra i movimenti neo-nazionalisti e il secessionismo catalano ed è legata ad un’attitudine di lotta di un popolo contro un altro, in contrapposizione a un’analisi più profonda del malessere generato appunto dall’austerità che ha causato disoccupazione e dalla corruzione del governo spagnolo. In altre parole, questi movimenti sorvolano l’esistenza della lotta di classe che sottende gli equilibri di potere in tutta Europa e non solo in Spagna.

D. Un eventuale successo del referendum potrebbe stimolare fenomeni simili in altre parti d’Europa come in Scozia?
R.
La situazione in Scozia è molto differente, soprattutto dal punto di vista legale, nella misura in cui David Cameron concesse il referendum agli scozzesi.

D. E nei Paesi Baschi?
R.
Nei Paesi Baschi la situazione è ben diversa da quella in Catalogna: c’è un passato di eccessiva violenza dietro il tentativo di separazione, e ora come ora la maggior parte dei baschi, dopo che si è raggiunto un accordo sull’autonomia, è chiaramente opposta ad una secessione. Inoltre, esistono molte personalità al potere nei Paesi Baschi che sono contrarie al separatismo. In Catalogna avviene l’opposto e, come dicevo, l’opposizione al secessionismo è presente soprattutto tra le classi lavoratrici.

D. Come descriverebbe la posizione della Ue?
R.
Direi che la Ue ha una posizione principalmente legalistica, nel senso che non vuole e, in realtà non può, immischiarsi nelle decisioni della Corte Costituzionale spagnola contro il referendum. I separatisti catalani hanno finora ottenuto l’appoggio solo da qualche nazionalista scozzese e fiammingo, e dalla Lega Nord.

D. Quale sarebbe la soluzione ideale di questa spinosa situazione?
R.
Fermo restando che questo in realtà è un conflitto tra due autorità, quella centrale e quella locale che ha dopo tutto garantito stabilità alla regione per molti anni, direi che si dovrebbe concedere il referendum, ma al tempo stesso ci si dovrebbe muovere verso un patto che conceda maggiore autonomia, ma anche maggiori garanzie di solidarietà fiscale da parte della Catalogna verso il resto della Spagna chiaramente più impoverita a causa dell’austerità.

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