Libia De Cecco
13 Ottobre Ott 2017 1600 13 ottobre 2017

Libia, il calvario degli imprenditori italiani fuggiti

Tra il disinteresse dello Stato 80 aziende italiane hanno perso tutto dal 2011. L'ingegnere friulano De Cecco costruiva una cittadina ecologica in Cirenaica: «Così sono stato abbandonato». La sua storia a L43.

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Tanti, troppi di loro, sono falliti. I quasi sette anni dalle Primavere arabe sono una vita per gli imprenditori italiani che hanno perso centinaia di milioni nei cantieri e nei progetti saltati in Libia, senza vedersi liquidare i crediti per salvare i capitali e le maestranze delle loro aziende. Gianni De Cecco, ingegnere civile, titolare della Friulana bitumi international e contitolare di In.Ar.Co., è riuscito a resistere pur avendo bruciato molto di quanto costruito in quasi 40 anni di attività. Da solo è tornato più volte in Libia, dove dopo la crisi del 2008 gli era stato affidato un appalto per progettare Sidi al Hamri: la prima città eco-sostenibile della Libia voluta da Saif Gheddafi, il figlio e delfino del rais che con la sua dichiarazione di Cirene aveva recepito i principi del protocollo di Kyoto.

UN APPALTO DA 260 MILIONI. Un appalto di più di 260 milioni di euro: De Cecco doveva anche edificare parte della città. Per mettere in regola le pratiche burocratiche e ritirare i documenti sui crediti maturati su Sidi al Hamri, l'imprenditore è tornato in Libia anche nel 2015, dopo che l’ambasciata italiana aveva lasciato Tripoli, «rischiando moltissimo» considerate le condizioni di sicurezza del Paese. Ha poi contattato i ministri dei governi che si sono succeduti dal 2011 e molti onorevoli, «ormai mi manca solo il papa», racconta a Lettera43.it. E non è una battuta. Friulano, a 65 anni l'imprenditore ha acceso con la pensione un mutuo per ripagare i debiti contratti per finire di progettare in Italia delle infrastrutture di Tobruk (un suo successivo incarico), e confida nel ministro degli Esteri Alfano e nel suo staff.

Gianni De Cecco e un anziano in Libia.

Qualcosa sembra muoversi: una luce dopo anni di buio. Il titolare della Farnesina lo ha ricevuto insieme con il presidente della Camera di commercio italo-libica Damiano impegnandosi a risolvere l'annoso problema. Da un censimento del 2011, ricostruisce De Cecco, «risultano coinvolte circa 80 aziende per circa 228 milioni di euro di crediti», poco più di 3 milioni della cifra accantonata annualmente dal 2009 dallo Stato per il Trattato di amicizia Italia-Libia. Per necessità parte di quei soldi è usata dai governi per piste ciclabili, cassa integrazione e ristrutturazioni in Italia. Mai per ripagare le piccole e medie imprese scappate dalla Libia dal 2011. Nel 2012 sono stati anche scongelati dei fondi libici, «ma niente», ricorda De Cecco, «è andato a noi».

DOMANDA. A quanto ammontavano questi fondi?
RISPOSTA. Si è scritto di circa 8-9 miliardi scongelati. Intanto, da una recente verifica, i crediti comprensivi dei danni delle aziende costrette a lasciare le Libia dal 2011 - non per colpa loro - hanno superato probabilmente i 500 milioni di euro. Anche se molte imprese sono fallite a causa dei mancati incassi.

D. Sulle Montagne verdi, nell'Est della Libia, aveva inaugurato il suo primo e imponente cantiere fuori dall'Italia.
R. Proprio così. Decisi di partire nel 2006, quando l’allora ministro Bersani tolse il minimo tariffario alle libere professioni senza promulgare un regolamento. Allora In.Ar.Co., la nostra società d’ingegneria, aveva più di 40 collaboratori continuativi ed era tra le maggiori del Friuli Venezia Giulia. Capii che per noi italiani era l'inizio della fine e ora ne vediamo i risultati devastanti.

D. Temeva un po' il salto nel buio?
R. Non parlo altre lingue e tutti descrivevano le società straniere come inavvicinabili, ma poi capii che le paure erano infondate per l'elevata professionalità di noi italiani. Per varie vicissitudini arrivai in Libia, dove costituimmo la Friulana bitumi international. Con soci io, un commerciale di Verona che purtroppo mi lasciò nel 2009, un impresario friulano che si ritirò dal Paese e un libico.

D. In cosa consistevano i vostri lavori?
R. Dopo qualche mese e molti contatti costituimmo una joint venture con una impresa libica di al Bayda, sulle Montagne verdi. Il contratto più importante era l'intera progettazione e la parziale costruzione - circa 3 mila alloggi e 86 mila metri quadrati di edifici pubblici - della nuova città di Sidi al Hamri per un importo di oltre 260 milioni di euro.

D. Al Bayda fu uno degli epicentri delle rivolte del 2011, partite dalla Cirenaica.
R.
Sidi al Hamri, progettata per circa 12 mila unità abitative e un totale di circa 70 mila abitanti, era a 15 chilometri a Sud di al Bayda, dove scoppiò la rivoluzione il giorno dopo che a Bengasi e dove la Friulana bitumi aveva la sede. La villa degli uffici distava 200 metri dal campo di calcio dove iniziarono i disordini, martedì 15 febbraio, dopo una partita.

D. Come ingegneri vi avevano dato fiducia: vi trovavate bene in Libia?
R.
Ci eravamo aggiudicati anche le progettazioni di 930 ettari di infrastrutture a Tobruk e di 180 ettari a Cirene. Abbiamo avuto grandi soddisfazioni professionali, potevamo mettere in pratica tutta la nostra esperienza con ottimi risultati. Avevo diversi collaboratori che parlavano inglese e dei traduttori con quali comunicavamo anche in arabo. Pensavamo solo a lavorare e ci guardavamo bene dal trattare temi politici.

La posa della prima pietra.

D. Chi controllava il vostro operato?
R.
Vari gruppi, anche stranieri: oltre alla Ecou libica, la Aecom americana e delle società cinesi, arabe e sud coreane. Ma la nostra preparazione era all’altezza, non trovammo alcuna difficoltà con i controllori stranieri, anzi a volte ci divertivamo perché a ogni loro richiesta eravamo in grado di dare risposta sia direttamente o contattando la nostra società In.Ar.Co. in Italia.

D. Multinazionali americane al servizio di Gheddafi, è possibile?
R.
Sì, l’Aecom, una società Usa con circa 250 mila dipendenti. Era preposta a collaborare con l'Hib, il braccio operativo del Ministero delle infrastrutture libico, nella gestione delle opere pubbliche e nella revisione degli standard di strutture e infrastrutture. La Ecou invece era la più importante società professionale libica e operava con consulenti inglesi, francesi e italiani per controllare il rispetto dei criteri di sostenibilità. Con loro in particolare ho avuto un rapporto professionale eccezionale: sono anche venuti a Udine per completare l’approvazione del piano della nuova città.

D. Tutto andato in fumo, a causa dei rivolgimenti.
R.
Con i raid francesi del 2011 vidi sfumare il progetto di Sidi al Hamri che mi avrebbe fatto superare la crisi italiana. Nel 2014 il governo di Zidan autorizzò poi con una delibera la Hib ad affidare il contratto di esecuzione della città ad una joint venture di un'impresa libica e una turca.

D. Lei intanto si era mosso per mantenerlo?
R.
Ho sempre cercato di mantenere forti i contatti in Libia e avevo anche costituito un consorzio d’imprese italiane che nel 2013 si era proposto alla Hib per riprendere l’esecuzione dell'appalto. Ma purtroppo è risaputo che le imprese turche e anche di altri Paesi, diversamente da quelle italiane, erano più assistite dalle istituzioni e dalle banche che riconoscevano anche i contratti stranieri.

R. A Roma Alfano è stato il primo ministro a prendere in mano, dalle sue impressioni seriamente, la questione dei crediti insoluti in Libia?
D.
Nel 2011 l'allora ministro degli Esteri Frattini aveva aperto un tavolo per risolvere il problema e anche il titolare dello Sviluppo economico Romani promise un emendamento per aiutarci. Subito dopo però il governo venne sostituito da quello di Monti. Che nel 2012 andò in Libia con il nuovo responsabile degli Esteri Terzi e contemporaneamente furono scongelati i fondi libici.

D. Legalmente era possibile dirottare parte di quei soldi per il recupero dei vostri crediti?
R.
Le nostre interrogazioni presentate a riguardo nel 2011, attraverso europarlamentari, alla Commissione Ue avevano avuto risposte positive. Tra l'altro i nostri 230 milioni sono piccola cosa rispetto alla cifra complessiva di circa 10 miliardi dei fondi e sarebbero anche stati un anticipo, non un'elargizione di denaro alle imprese. Lo Stato italiano lo avrebbe recuperato dai crediti che la Libia ha nei confronti dell’Italia, tra gli investimenti del Trattato d'amicizia con la Libia, il petrolio...

Noi imprenditori di piccole e medie imprese non ci auto-tuteliamo in Libia come colossi strategici come Salini e altri

Gianni De Cecco

D. Invece com'è andata?
R.
Fino all'attuale governo non ho più avuto notizie, pur continuando a scrivere a ministri, presidenti e onorevoli. Adesso sembra che con Alfano il problema dei nostri crediti sia stato ripreso in considerazione dal governo e spero si arrivi presto a una rapida soluzione.

D. Alle aziende rimaste scoperte in Libia viene rimproverato di non aver assicurato i crediti con la Sace della Cassa depositi e prestiti.
R. Non entro nel merito, ma è sotto gli occhi di tutti che nel 2010 delle circa 130 società presenti e che operavano nel Paese appena un paio lo erano. Si tratta per la stragrande maggioranza di piccole e medie imprese, che certo non si auto-tutelano al pari di colossi strategici come Salini e altri. La verità è che alla fine noi pensavamo di essere tutelati dal Trattato di amicizia.

D. Perché neanche parte dei fondi accantonati per il Trattato vi è stata dispensata?
R. L'accordo tra Berlusconi e Gheddafi doveva servire a finanziare un'autostrada che attraversava tutta la Libia, dalla Tunisia all'Egitto: circa 2 mila chilometri, per una spesa di 5 miliardi in 20 anni. Per dirottare dei soldi a noi serve un provvedimento ad hoc. Ma se ci fosse la volontà potrebbero farlo in pochi giorni, parte dei fondi sono stati già distratti per coprire della spesa pubblica in Italia.

D. Tenuto conto delle drammatiche condizioni interne, in Libia è stato seguito dagli enti statali?
R.
Alcuni funzionari lo hanno fatto, anche se era ed è difficile operare. Ho sempre cercato di mantenere vivi i rapporti che avevo prima dello scoppio della rivoluzione con i funzionari dei vari enti compresi quelli della Hib. Peraltro quasi tutti rimasti al loro posto, nella sede centrale a Tripoli e in varie succursali attive anche nelle città dell'Est.

D. Però poi neanche dall'Hib finora ha avuto esborsi.
R.
Con i fondi che hanno a disposizione, gli enti libici prima devono pensare a pagare i loro stipendi, poi a liquidare le imprese straniere. Li capisco, è lo Stato italiano che dovrebbe aiutarci. Nel 2016 ho organizzato un convegno sulla Libia a Gorizia con la Camera di Commercio italo-libica e in quell'occasione l'ambasciatore libico presso la Santa sede, Mustafa Rugibani, propose all'Italia di istituire un fondo, garantito dallo Stato libico, per pagare le imprese italiane scongiurandone il fallimento.

D. L'idea fu presa in considerazione?
R. Dopo quella dichiarazione, vari di noi imprenditori interessati si attivarono per chiedere che fosse attuata quella proposta, ma nessuno si mosse. Evidentemente i politici e il governo avevano altro a cui pensare.

De Cecco, al centro.

D. Da italiano come è stato accolto in Libia?
R.
Con grande calore e apertura. Ricordo un aneddoto che le voglio raccontare. Appena arrivato in Libia il padre 80enne di un tecnico della Hib di al Bayda parlava italiano e mi mostrò un sussidiario dell'epoca di Mussolini, incellofanato per conservarlo intatto. Mentre lo sfogliavo lui mi cantava le filastrocche dell’epoca coloniale. Qualche giorno dopo mi inviò a casa in dono un abito tradizionale libico che ancora conservo.

D. E pensare che in Italia viene spesso ricordato il rancore dei libici per il passato coloniale nell'epoca del Duce...
R.
Qualcuno probabilmente lo avrà. Ma dalla mia esperienza quando i libici capivano che eravamo italiani cambiavano espressione, diventavano sorridenti. Non siamo visti come un popolo belligerante e ci apprezzano per la nostra capacità di sdrammatizzare. Se potessero ricevere velocemente i visti, i libici preferirebbero venire in Italia a studiare, curarsi e via dicendo, piuttosto che in Turchia, Egitto e Tunisia.

D. Da quanto non va più in Libia?
R. L’ultima volta fu nel giugno del 2015, anche se la Farnesina lo sconsigliava e l’ambasciata italiana aveva lasciato la Libia nel febbraio precedente. Ma ero obbligato a partire, per chiudere delle pratiche e farmi pagare le fatture della città. Non le dico con che stato d'animo.

D. Aveva molta paura?
R. Atterrato a Tripoli al Mitiga, non mi sentivo al sicuro come tutte le altre volte che ero andato in Libia, anche se scortato da amici. Nel tragitto dall’aeroporto alla casa di uno di loro vedevo i giardini pieni di famiglie a divertirsi. Ma io ero straniero e la mia preoccupazione era di essere rapito. Rimasi blindato in casa e in albergo, uscivo solo con i miei amici per andare negli uffici.

D. Eppure nel 2011 si era trovato addirittura catapultato nel pieno dei tumulti.
R.
Il nostro appalto sulle Montagne verdi era partito nel 2008. Nel febbraio del 2011 nella regione dilagarono le rivolte. Anche l'aeroporto di al Bayda fu chiuso, per raggiungere Tripoli dovemmo andare allo scalo di Bengasi, a 250 chilometri di distanza. Su quell’aereo, quella sera incontrai anche Ahmed Maitig che adesso è vice del premier Serraj.

D. Tripoli, durante le Primavere arabe, è sempre rimasta tranquilla?
R.
Così appariva. Era a più di 1000 chilometri dalle rivolte, quel venerdì sera andammo addirittura piedi a cena al ristorante che distava un paio di chilometri dal nostro albergo. Ma la settimana dopo, quando eravamo tornati in Italia, scoppiarono tafferugli anche nella capitale.

Già un anno prima del 2011 giravano voci strane in Libia su alti funzionari libici fuggiti in Francia

Gianni De Cecco

D. Prima delle Primavere arabe non si avvertivano segnali o istanze di cambiamento in Libia?
R.
Già un anno prima del 2011 giravano voci strane in Libia su alti funzionari libici fuggiti in Francia. Quando scoppiarono le rivolte in Tunisia e poi in Egitto chiesi ai miei collaboratori libici se potevano accadere anche da loro. Tutti mi rassicurarono che in Libia non sarebbe avvenuto nulla di tutto ciò.

D. Da allora segue molto gli sviluppi degli avvenimenti: che idea si è fatto dei moti e poi della guerra civile in Libia?
R.
Che ci sono troppe ingerenze esterne. Recentemente ho letto che Sarkozy avrebbe attaccato la Libia perché Gheddafi aveva mandato a monte l’acquisto di una partita di armi di 4 miliardi. Qualsiasi sia il motivo, chi ha aggredito dovrebbe risarcire e anticipare i crediti alle imprese costrette a fuggire per causa di ciò. Non lasciarle morire nella totale indifferenza.

D. Invece l'interesse delle potenze straniere in competizione sulla Libia è accaparrarsi appalti e risorse, armando pesantemente le milizie in guerra tra loro.
R.
Non lo so, ma può essere. Io sono convinto che la maggioranza dei miliziani non siano libici. La totalità dei libici vorrebbe tornare a vivere e lavorare in pace: li ho conosciuti come un popolo pacifico dove è molto radicata la famiglia.

D. Confida di tornare a lavorare un giorno in Libia?
R.
Certamente, non appena si stabilizzerà. Al convegno di Gorizia è stata lanciata un'iniziativa, portata avanti dal presidente del Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia Franco Iacop, per assistere, con il programma europeo Nicosia, i comuni costieri libici nella pesca. Il progetto si sta sviluppando con Tripoli, Bengasi, Sirte e Tobruk e mi auspico che aderiscano anche quello di Misurata e tanti altri, per dare agli amici libici opportunità di lavoro e favorire la stabilizzazione.

D. Nel libro che sta scrivendo sulla sua vicenda la descrive come un «calvario non ancora concluso dal 2010». Siete almeno uniti nella battaglia?
R.
Sì, ho scritto 15 capitoli e ora attendo il contributo dei miei collaboratori. Ma unirci tra noi imprenditori è difficile: la maggioranza è costituita da piccole imprese o società in Libia con committenti e interessi in campi completamente diversi. Vari di loro purtroppo sono anche falliti, un'azienda di Brescia ha lasciato in Libia 10 milioni di euro nell’indifferenza delle istituzioni. Purtroppo rispetto ad altri dossier aperti, siamo pochi, piccoli e poco considerati. Anche dalla maggioranza dei media.

D. Le associazioni di categoria vi hanno appoggiato in questi anni?
R.
La Camera di Commercio italo libica sta facendo il possibile, su input del ministero dello Sviluppo nel 2011 censì anche le imprese creditrici verso la Libia. ma l’iniziativa dovrebbe essere presa dal governo. Anche se piccoli, eravamo quelli che in Libia conoscevano il territorio e con il nostro lavoro contribuivamo allo sviluppo economico dell’Italia.

D. Qual è il suo rammarico più grande?
R.
L'aver perso tanti collaboratori che avevamo formato in anni d’investimento e non poter fare quello che tanti mi chiedono per mancanza di liquidità. Alla fine non dispero mai anche se a vedere quel che accade al patrimonio professionale italiano le forze a volte mi abbandonano. Imprese periferiche come In.Ar.Co. sono come dei grossi artigiani: lavoriamo con una competenza e un'elasticità di un livello del quale spesso non siamo neanche consapevoli. Potremmo andare in capo al mondo, se lo Stato investisse su di noi e ci difendesse.

D. Oltre alle iniziative per la Libia ha altri progetti in cantiere nell'attesa?
R.
Durante un intervento a Torino ho lanciato l’idea alla fondazione Inarcassa, per aiutare la libera professione degli ingegneri e architetti a internazionalizzarsi. Con l'aiuto anche del prezioso consulente che mi ha seguito nelle vicissitudini libiche si sta costituendo un consorzio.

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