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19 Ottobre Ott 2017 1546 19 ottobre 2017

Cina, il modello Xi Jinping raccontato da Pio D'Emilia

Un solo partito, «ma democratico». Meritocrazia al centro. E una compattezza interna «che neanche Mao era riuscito a creare». Elogio del sistema (politico ed economico) plasmato dal presidente.

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Il XIX Congresso del Partito comunista cinese, apertosi a Pechino, è pronto a confermare il potere incontrastato di Xi Jinping, che viene messo ormai sullo stesso livello di leader del passato come Mao Zedong e Deng Xiaoping, e che quindi governerà sulla Repubblica Popolare per altri cinque anni. E qualcuno prospetta addirittura un’estensione del suo mandato oltre il 2022. Si parla di Xi Jinping come del nuovo “imperatore” e meno che mai, nell’ambito del Pcc (Partito Comunista Cinese), si possono osservare fazioni e correnti, come erano contemplate dalla teoria dei “cinque laghi e quattro mari” introdotta da Mao. Unione, compattezza e disciplina interna dunque, accompagnate da un’incessante lotta contro la corruzione: solo nel 2016 sono state indagate 300 mila persone, metà delle quali condannate (spesso ai lavori forzati) - tra questi 28 dirigenti nazionali o regionali di partito. Ma si può anche parlare di una leadership incisiva e prestigiosa a livello internazionale.

UNA LEADERSHIP TRASVERSALE. Basti pensare all’input di Jinping durante l’ultima riunione di Davos nel campo della globalizzazione commerciale e in quello della difesa dell’ambiente, nel rispetto del protocollo di Kyoto e, più recentemente, al suo ruolo nel cercare di calmare le acque nella crisi Usa-Corea del Nord. E non bisogna trascurare l’iniziativa della Nuova Via della Seta, nota come One belt one road (Obor), una nuova doppia rotta, ferroviaria e marittima, che collegherà la Cina con l’Europa e che servirà da stimolo allo sviluppo in molte regioni euroasiatiche. Parallela a questo progetto è stata la creazione della Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib), alla quale hanno aderito 60 Paesi, Italia compresa, ma non gli Usa, e che include il Giappone in una chiara mossa di autonomia rispetto agli americani. Pio D’Emilia, giornalista esperto di Estremo Oriente, discute con Lettera43.it il modello cinese, confermando che tutti gli ultimi sviluppi non fanno che confermare, coerentemente con i pronostici, l’ergersi della Cina a leader mondiale sia a livello economico che politico, ma con uno stile ben diverso da quello Usa.

Pio D'Emilia.

DOMANDA. Ideologicamente parlando, e retorica a parte, a questo punto cos’è rimasto di comunista nel Pcc e in Cina?
RISPOSTA.
Mi viene da rispondere con una domanda: “Cos’è rimasto della democrazia nel mondo?”. Da un bel po’ di anni stiamo a rincorrere i vecchi concetti di marxismo-leninismo, stalinismo e, se vogliamo, ora “jinpinghismo” nel tentativo di coglierli in fallo e decretare il funerale di questi principi, ma per onestà intellettuale dovremmo chiederci se la democrazia in Occidente è veramente la via migliore in termini di governance, di equità e di certezza del diritto e di tante altre cose.

D. Meglio il "suo" Estremo Oriente?
R.
Comincio a domandarmi se sia più democratico arrivare al potere attraverso i caucus democratici o repubblicani negli Usa o attraverso le “cliccarie” del M5s, o attraverso quella che un tempo era la scuola di partito.

D. Sì, però in Cina c’è un solo partito.
R. Un solo partito che elegge democraticamente i propri candidati. E in ogni caso c’è una selezione all’entrata, come nelle università: una persona stupida e ignorante non può entrarci.

D. Lei parlava di anche di equità: in Cina sono presenti pesanti sacche di povertà, soprattutto nell’entroterra, e al tempo stesso si notano eccessi di ricchezza. Si può forse parlare di “capitalismo di Stato”?
R. Obiettivamente oggigiorno il “jinpinghismo” non supererebbe l’esame di ammissione al Gramsci pensiero piuttosto che al Manifesto del Partito Comunista, e lo stesso Jinping definisce la via cinese al socialismo come “società moderatamente prospera”. Però è anche vero che negli ultimi 50 anni, secondo tutti i parametri, la situazione economico-sociale in Cina è notevolmente migliorata.

D. I numeri supportano questa tesi?
R. Negli ultimi 25 anni, 250 milioni di persone sono passate dalla povertà alla prosperità. L’impiegato di Pechino o il contadino della regione dello Yangtze – una delle più povere – può stare sicuro che i suoi figli vivranno una vita decente.

D. Rimane comunque una certa forma di censura e continuano le retate contro attivisti “scomodi”.
R. A parte una latente mancanza di libertà di espressione, io ho visto e continuo a vedere una sempre maggiore apertura nella società cinese. Ma il problema rimane quello di “relativismo culturale”.

D. Ossia?
R. I nostri parametri occidentali che partono dall’Illuminismo e da Rousseau non sono gli stessi di quelli cinesi. Per noi Libertà significa pensare e dire e fare quel che ci piace, ma per i cinesi non è così: loro hanno una mentalità diversa. E a questo punto vorrei fare un esempio.

D. Prego.
R. Secondo il sondaggio fatto da un istituto di ricerca di Hong Kong, la maggior parte dei privilegiati in Cina che navigano su internet full time alla fin fine va sui siti porno o si dedicano a scommesse clandestine.

D. Si può dire che in generale ai cinesi non interessa più di tanto il dibattito politico-ideologico, ma soprattutto avere una leadership che li far star bene materialmente nella vita quotidiana?
R. Sì, nella maggior parte dei casi è così.

D. Come si può spiegare l’ascesa indiscussa di Jinping?
R. A parte il fatto che è una persona molto colta – con due lauree - e intelligente, con una bellissima moglie, famosa cantante di musica popolare, si può dire che nel contesto dei presenti mezzi di comunicazione – internet e social – Jinping ha dimostrato di essere più bravo sia di Mao che di Deng, i quali ebbero sempre a che fare con una qualche forma di opposizione.

D. Come ci è riuscito?
R. In pratica è riuscito a mettere d’accordo tutti all’interno del partito. Il centralismo democratico in passato era una facciata, mentre ora è una realtà compatta. In altre parole, grazie al controllo indiscusso del Politburo e della Commissione Permanente, Jinping ha la certezza di poter governare tranquillo per i prossimi cinque anni, e forse anche sette. Ciò gli permette di fare una pianificazione sostenibile nel tempo. E questo, rispetto alla durata di certi politici nostrani non è poco.

D. Tutto questo, ovviamente, si riflette sull'aspetto economico.
R. Certo: ci troviamo di fronte a un enorme Paese con 1,3 miliardi di persone che procede saldamente verso il benessere. La scelta degli ultimi anni di concentrarsi più sugli investimenti strutturali che su quelli produttivi – letta in Occidente come segnale di un’apocalisse – si è rivelata oculata.

D. Da dove nacque questa scelta?
R. Dall’osservazione che l’Occidente in crisi avrebbe potuto comprare prodotti cinesi, ma fino a un certo punto, e ciò avrebbe creato un’inutile e pericolosa sovrapproduzione: meglio costruire ponti e autostrade che prodotti poi invendibili all’estero. Tutto questo ha confermato la percezione da parte del popolo cinese di trovarsi di fronte a una classe politica che governa e sa governare.

D. Questi investimenti però non hanno fatto che aggravare i ben noti problemi di inquinamento che ha la Cina.
R. Attenzione, i cinesi hanno capito, dopo tutti i danni compiuti, che è arrivato il momento d’investire nella green economy. Non ci sarà un miglioramento immediato della situazione ambientale, ma sicuramente ci sta avviando in quella direzione. Una notizia passata abbastanza inosservata è che la Cina ha preso il comando assoluto nella produzione delle vetture elettriche. E come ha dimostrato a Davos, in termini di controllo delle emissioni, Jinping è agli antipodi del presidente statunitense Donald Trump.

D. A proposito di Trump, è stato invitato in Cina per una visita di tre giorni...
R. Il che sarebbe un record per un presidente Usa, e Trump dovrebbe andare con un treno modernissimo in Tibet, ma gli americani nicchiano perché pensano che ciò rappresenterebbe un’eccessiva pubblicità per il regime. Tra l’altro il sistema ferroviario americani rispetto a quello cinese è a livelli indiani o del Bangladesh.

D. Parlando di politica estera, il tratto distintivo della Cina rispetto agli Usa è, storicamente, una maggiore cautela.
R. A parte il breve attacco contro il Vietnam sotto Deng, la Cina è sempre stata molto rispettosa dei rapporti internazionali e, diversamente dagli Usa, non ha mai cercato di imporre o complottare varie forme di regime change all’estero. Ciò è molto apprezzato in giro per il mondo e ora siamo passati dal bipolarismo Est-Ovest a un temporaneo monopolarismo Usa e ci stiamo avviando a un non aggressivo sorpasso cinese.

D. Quindi, per usare una vecchia terminologia, la Cina non è un Paese imperialista?
R. No, al massimo è un Paese egemonista. E in futuro sarà privilegiato chi conosce la lingua cinese, come ora lo è chi conosce l’inglese. Stiamo attraversando un cambiamento storico epocale.

D. Una grossa spinta verso questa egemonia verrà data dall’Obor, la Nuova Via della Seta.
R. Sì, la rotta terrestre significa una linea ferroviaria che parte dalla modernissima megalopoli di Chong Qing, nella Cina centrale – tra l’altro, con 40 milioni di abitanti, ora la più grande città del mondo, - e arriverà a Düsseldorf in Germania e sarà un restitutio della rotta inaugurata dal nostro Marco Polo. Insieme alla parallela rotta marittima inciderà molto sulla riduzione dei costi di trasporto delle merci.

D. Il contenzioso sul Tibet rischia di danneggiare Pechino?
R. È un contenzioso per modo di dire: in realtà i tibetani sono “narcotizzati” e bisogna anche dire che sono soddisfatti dagli investimenti strutturali portati avanti dal governo cinese. Non ci sono spinte più spinte al secessionismo e non si capisce perché non permettono al Dalai Lama di rientrare nella regione: questo dà adito a critiche dall’estero.

D. E il nodo di Taiwan?
R.
Non si giunge a una riunificazione semplicemente perché l’isola è un altro tassello dell’impero Usa, però, de facto, l’economia taiwanese e quella cinese sono totalmente integrate, più di quanto lo sia quella di Hong Kong. Quindi non c’è nessuna ragione pratica perché la Cina invada Taiwan o quest’ultima dichiari la sua indipendenza.

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