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27 Ottobre Ott 2017 0800 27 ottobre 2017

Le guerre del futuro scoppieranno per l'acqua: i luoghi a rischio

Cambiamento climatico e penuria di risorse cambieranno le strategie. Il politologo Klare: «Greggio sempre meno importante, diventano fondamentali gas e bacini idrici». Dal Tigri al Brahmaputra: ecco i punti caldi.

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Uno dei pochi investitori al mondo ad aver previsto la crisi economica del 2007-08, Michael Burry (eccentrico uomo d’affari raccontato nel film La grande scommessa), sta puntando da anni su una materia prima in particolare: l’acqua. Dieci anni dopo la bolla finanziaria, i consiglieri di Donald Trump alla Casa Bianca stanno convincendo il presidente a mantenere la presenza militare in Afghanistan utilizzando un semplice argomento: il Paese è ricchissimo di minerali, tra cui il litio, fondamentale per la produzione di computer. Nello stesso momento, la Russia sta incrementando la sua flotta e le sue basi nell’Artico, dove si stima sia presente il 30% delle riserve di gas naturali non ancora scoperte al mondo.

Uno spaccaghiaccio russo nell'Artico.

Cosa unisce questi tre fatti, solo apparentemente scollegati? Tutti e tre mostrano che la corsa all’approvvigionamento delle risorse naturali, una delle diverse lenti con cui si può osservare la storia dell'uomo, sta cambiando radicalmente. «I beni più richiesti oggi non lo saranno domani, i principali produttori di queste risorse cambieranno, così come i consumatori. Sono queste transizioni, spesso, a determinare il corso della storia», ha spiegato a Lettera43.it Michael Klare, professore del dipartimento Peace and World Security Studies all’Hampshire College, «la competizione per le risorse energetiche è ancora la principale causa dei conflitti in tutto il mondo. Sebbene sia sempre legata ad altri fattori, resta la pulsione dominante, soprattutto in un'epoca in cui le risorse iniziano a scarseggiare». Klare è stato ospite del Festival della Diplomazia a Roma (19-27 ottobre), dove ha partecipato al seminario sulla geopolitica delle risorse.

Se il ventesimo è stato sicuramente il secolo del petrolio, più difficile è intravedere a quali risorse sarà legato il ventunesimo. Secondo l'International Energy Agency, nello scenario peggiore il greggio resterà la principale fonte di energia tra il 2016 e il 2040, passando dal 31% di fetta di mercato attuale al 27%. Nel caso migliore, ovvero con un'applicazione rigida degli accordi di Parigi, per quella data avrà ceduto la prima posizione al gas naturale.

Il professor Michael Klare

DOMANDA. La corsa alle fonti di energia è ancora il primo motivo di scontro tra popoli?
RISPOSTA.
Io temo che con il cambiamento climatico questa tendenza millenaria sarà sempre più forte, in particolare per quel che riguarda un risorsa che diamo troppo spesso per scontata: l'acqua dolce. L'acqua sarà sempre più scarsa in molte aree del mondo e in particolare in quei corsi che sono condivisi da differenti Paesi.

D. Per esempio?
R.
Il Nilo, il Tigri, l'Eufrate, l'Indo, il Gange, il Mekong: tutti questi fiumi inizieranno a sentire gli effetti del riscaldamento globale e poiché sono condivisi da differenti nazioni il rischio di conflitto sarà sempre più alto.

D. Questo porterà a che tipo di guerre?
R.
Potrebbe essere una combinazione di guerre locali e conflitti globali. Penso alla prospettiva di uno scontro tra Cina e India per il controllo sul fiume Brahmaputra, che nasce in territorio cinese ma scorre in quello indiano. È una fonte d'acqua essenziale per l'India, e ora Pechino sta minacciando di deviare il corso del fiume a suo interesse. Per l'India sarebbe devastante. Qui stiamo parlando di due superpotenze nucleari, non di qualche miliziano in Medio Oriente.

D. Le vengono mente esempi di conflitti di questo tipo?
R.
Sicuramente uno è ancora in corso, quello in Siria e Iraq. Spesso si è discusso dei guadagni ottenuti dall'Isis con il petrolio, ma si dimentica che ancora più importante è stato il controllo dei corsi d'acqua principali della regione, il Tigri e l'Eufrate. È attraverso queste due direttrici che ha costruito il Califfato, reso possibile dal controllo dell'acqua dolce.

Un destroyer Usa nel canale di Suez.

D. Prendiamo le ultime guerre. Pensa siano tutte spiegabili con una motivazione energetica, in particolare legata al petrolio?
R.
Sicuramente tutti quelli che si sono combattuti sul Golfo Persico, quindi quello tra Iran e Iraq (1980-88, un milione di morti), la prima guerra del Golfo (1990-91) e l'invasione dell'Iraq del 2003. In questo ultimo caso, il petrolio è stato solo in parte dietro la guerra. Non bisogna dimenticare l'aspetto politico di quel conflitto, la dottrina neo-con dell'esportazione della democrazia, la ferita ancora aperta dell'11/9 e l'avversione per Saddam Hussein.

D. Sarà ancora così in futuro?
R.
Il petrolio perderà di importanza nel tempo, ma al suo posto il gas (e in seguito le rinnovabili) diventeranno sempre più importante. Potremmo avere conflitti nel Mar cinese meridionale, nel Mediterraneo Orientale e in futuro nelle regioni artiche. L'Artico contiene un terzo di tutte le riserve di gas naturale al mondo. Su di esso molti Stati hanno pretese che si sovrappongono, pensiamo alla Russia, alla Norvegia, al Canada e agli Usa.

D. Vede un possibile scontro lì?
R.
Non è difficile immaginare che in un futuro, se il cambiamento climatico continuerà a sciogliere i ghiacci come fa ora, la corsa per le terre emerse ricche di gas potrà scatenare una guerra. E l'Artico potrebbe diventare un territorio di scontri.

D. Ma il percorso è segnato?
R.
Siamo in un mondo in transizione. Assistiamo a una disputa tra i Paesi che cercano di dominare le tecnologie green (la Germania, la Cina, in futuro forse l'India) e quelli che stanno rimanendo aggrappati agli idrocarburi (la Russia, gli Usa di Trump). C'è un conflitto in corso tra questi gruppi, uno degli effetti è stata l'uscita degli Usa dagli Accordi di Parigi.

Mohammed Bin Salman con Donald Trump.

GETTY

D. Chi sta facendo più passi avanti?
R.
Attualmente Cina e Germania si contendono la leadership, ma non sappiamo ancora quali saranno gli esiti. Allo stesso tempo, però, Pechino sta intraprendendo una nuova forma di colonialismo in Africa, nella cosiddetta nuova Via della Seta asiatica e resta il principale produttore di emissioni al mondo. La mia impressione è che Pechino si trovi a un bivio.

D. Quale?
R.
La Cina può prendere una direzione simile a quella presa ultimamente dagli Stati Uniti: altamente dipendente da gas e petrolio, estremamente coinvolta in Africa e Asia alla ricerca di materie prime, con una politica neo-imperialista. Oppure può scegliere di diventare una superpotenza green.

D. E che strada crede che imboccherà?
R.
Credo che l'intenzione del presidente Xi Jinping ora sia di imboccare quest'ultima. Per questo penso che la Cina diventerà leader mondiale, per esempio, nella produzione delle auto elettriche. Se non lo farà, rischia di rimanere completamente intrappolata nella stessa situazione in cui sono bloccati gli Usa.

D. Una situazione che gli Usa sembrano patire...
R.
La politica estera americana è improntata dalla fine degli Anni 70 sulla dipendenza dal petrolio mediorentale e sulla presenza nel Golfo Persico per assicurarsi l'approvvigionamento, la cosiddetta dottrina Carter. Oggi gli Usa sono autosufficienti grazie alla scoperta di enormi riserve di shale gas sul suolo americano, ma questa strategia è rimasta immutata.

D. Come mai?
R.
Come risultato della sua precedente dipendenza, Washington ha instaurato una stretta partnership con l'Arabia Saudita, e ora non riesce a districarsi dalle rivalità geopolitiche che dividono la regione, in particolare lo scontro tra Riad e Teheran per l'influenza sullo scacchiere.

D. Trump come sta gestendo queste dinamiche?
R.
La questione iraniana è esplicativa. Se il suo predecessore Barack Obama aveva cercato l'accordo sul nucleare per togliere l'Iran dall'isolamento e creare le condizioni per un raffreddamento delle tensioni e un disimpegno americano, Trump ha deciso di rilanciare il supporto Usa agli alleati sunniti, Riad in testa, riallontanando Teheran. Questa strategia tiene gli Stati Uniti legati alle sue politiche tradizionali, e non lascia prevedere passi avanti nel breve periodo.

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