Giles Duley
8 Novembre Nov 2017 1437 08 novembre 2017

Giles Duley, il fotografo mutilato: «L'Iraq è una ferita aperta»

Una mina in Afghanistan l'ha menomato nel 2011. «Ma ora lavoro, cucino, guido, viaggio». La sua ultima mostra a cura di Emergency è su Mosul: «Un pugno nello stomaco. Lì abbiamo fallito». L'intervista a L43.

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Giles Duley.

Sedersi a chiacchierare con Giles Duley a lungo ha significato chiedergli unicamente di sé: era infatti un fotografo che girava in cerca di storie quando lui stesso divenne la storia. E che storia.

DALLE ROCK STAR ALLA GUERRA. Dopo aver passato anni a immortalare rock star – Q magazine ha dichiarato il suo ritratto di Marylin Manson come il migliore ritratto rock di sempre - nel 2000 Duley decise infatti di dedicarsi a quella che aveva sempre creduto una missione: documentare gli effetti di lungo termine delle guerre.

UN ANNO IN LOTTA PER LA VITA. Nel 2011 stava girando l’Afghanistan dilaniato dai talebani, da Bin Laden e dall’invasione americana, quando saltò su un improvised explosive device, uno dei devastanti ordigni disseminati sul ciglio delle strade del Paese. Al suo risveglio, in un ospedale di Birmingham, non aveva più le gambe e un braccio; per i 12 mesi successivi avrebbe lottato per la vita: prima per non perderla, poi per riaverla davvero indietro. E cioè per riprendere a fotografare, girare, conoscere. Per smettere di essere la storia, e tornare a raccontarla.

Ho sempre saputo cosa volevo fare, ho sempre avuto una visione in testa. Si può dire che il mio corpo sia stato sacrificato per questa visione

Giles Duley

È così che, un anno e mezzo dopo l’incidente, il primo posto in cui ha scelto di presentarsi è stato l’ospedale di Emergency a Kabul: «La gente mi abbracciava nei corridoi, erano così felici che non avessi dato all’Afghanistan la colpa di quanto mi era accaduto», racconta a Lettera43.it. Lui, però, mai aveva dubitato che sarebbe tornato: «Ho sempre saputo cosa volevo fare, ho sempre avuto una visione in testa. Si può dire che il mio corpo sia stato sacrificato per questa visione».

SCATTI DALL'OSPEDALE DI ERBIL. Da allora non ha mai smesso di girare. Nel febbraio 2017, mentre infuriava la battaglia per liberare la città irachena di Mosul dall’Isis, Duley ha passato un lungo periodo nell’ospedale di Emergency a Erbil (80 chilometri da Mosul), dove sono state curate almeno 1.400 persone, sopravvissute da un’ecatombe che ha fatto 40 mila morti.

«TITOLO DEDICATO A UNA RAGAZZA». Parte di quello che ha visto è racchiuso nella mostra Iraq, ferita aperta (a cura di Emergency e ospitata a Casa Emergency, via Santa Croce 19, Milano): «Il nome viene da una donna in foto, una ragazza di 16 anni. Quando lei aveva un anno, i suoi genitori stavano camminando per Kirkuk, tenendola in braccio. Hanno calpestato una mina e sono saltati in aria: ma lei in braccio a loro si è salvata. È successo 16 anni fa. Succede ancora, tutti i giorni. Perché l’Iraq è una ferita aperta».

Il fotoreporter Giles Duley.

DOMANDA. Cosa ha visto in Mosul che non possiamo nemmeno immaginarci qui?
RISPOSTA.
Sono stato sui teatri di guerra per oltre un decennio: Congo, Afghanistan, Sudan. Ma Mosul è un pugno nello stomaco: devastazione e dolore su una scala mai vista.

D. Perché?
R. Credo che ci siano pochi testimoni oculari di guerre moderne in città densamente abitate. Molti conflitti investono zone rurali, ma se usi le armi moderne per bombardare le città il risultato è qualcosa difficile da immaginare. Sono abituato a incontrare persone che hanno perso qualcuno in guerra: un genitore, un figlio, un fratello. Ma nell’ospedale di Mosul chiunque aveva perso almeno la metà dei membri della famiglia.

D. Come vive chi è sopravvissuto?
R. C’era un signore che vedevo tutti i giorni nell’ospedale di Erbil, e non parlava. Un giorno mi viene incontro, mi stringe il braccio fortissimo, così forte che le nocche delle mani gli diventano bianche. Mi dice che tutta la sua famiglia è morta, gli è rimasto solo un figlio che ha perso gli occhi. «Come faccio a tornare a Mosul, in un posto che per me è l’inferno? Se non fosse per mio figlio, mi ucciderei», mi racconta. Cosa rispondi a una persona così? Non gli puoi dire che tutto andrà bene, perché non è vero.

D. Già, cosa gli ha detto?
R.
Niente. Era come un dead man walking, un morto che cammina. Ed è pieno di persone così. C’era questa bambina in rianimazione, avrà avuto tre o quattro anni, non ho mai saputo il suo nome. Le avevano sparato nella schiena: aveva un proiettile nel midollo, probabilmente destinata a restare paralizzata per sempre. Nessuno sapeva da dove arrivasse, chi fossero i genitori, come rintracciarli. Come si fa a ricostruire una vita?

D. Qualcuno prova a rifugiarsi in Europa, o in America. Ma i migranti non sono realmente benvenuti.
R. Ci sono 64 milioni di persone costrette a lasciare le loro case nel mondo per via dei conflitti. Ognuno di loro ha una storia diversa, ma io posso parlare dell’Iraq, una realtà che conosco molto bene. E vorrei fare una domanda a tutti: chi vorrebbe restarci in Iraq? Davvero, chi?

D. Nessuno.
R. Se fossi un genitore, farei qualsiasi cosa per portare i miei figli fuori di lì. Qualsiasi cosa. E la farebbe qualsiasi genitore decente.

D. Già.
R. Non so come possiamo criticare, o arrabbiarci, con chi fa esattamente quello che faremmo noi: scappare e mettere i nostri i figli in sicurezza. Non è forse il più semplice e naturale degli istinti umani?

D. Certo. Ma noi abbiamo paura che tra loro si nascondano terroristi. E che erodano il nostro benessere.
R. Guardate queste foto. Chi è che sta soffrendo di più per gli effetti del terrorismo? Musulmani. La gente che vive nei Paesi dove si è combattuto contro l’Isis: Siria, Iraq. Ne parliamo dicendo “loro”, in contrapposizione a “noi”. Eppure questi uomini in ospedale sono nostri alleati nella guerra al terrorismo. Sono i loro cari che l’Isis ha ammazzato, sono loro i nostri alleati naturali contro l’Isis.

Un paziente dell’Emergency Hospital di Erbil, Nord Iraq. Durante i combattimenti, a Mosul, circa 700.000 persone non hanno avuto scelta e sono state costrette a fuggire. Tante le vittime di mina, mortaio, pallottole, che sono diventate pazienti dell’ospedale di Erbil, a 80 km da Mosul.

D. Ma le bombe occidentali, per esempio quelle su Raqqa e tutte quelle sganciate nel passato contro Saddam o altri, non creano un odio anti-occidentale?
R. Una cosa che mi ha sempre sorpreso dell’Iraq è l’ospitalità che ho ricevuto. La gente è sempre stato molto ospitale: mi ha aperto la porta, offerto un caffè, ha discusso con me di cose su cui non eravamo d’accordo. La lezione di fondo, in ogni caso, è semplice: non puoi bombardare un Paese per portare la pace.

D. C’è un detto popolare: “Why do we kill people to show people that killing people is wrong?” (Perché ammazziamo la gente per mostrare loro che ammazzare la gente è sbagliato?)
R. In Afghanistan andiamo avanti da 10 anni; in Iraq sta andando tutto a pezzi. A un certo punto devi avere il coraggio di ammettere che non sta funzionando.

D. Ma cosa funzionerebbe?
R.
Pensiamo a una palla di vetro con neve. Se continui a scuoterla, dentro ci sarà il caos. A un certo punto devi lasciare che la neve si posi. In questi Paesi è lo stesso: dobbiamo fare un passo indietro. Purtroppo può essere che in Siria, o in Iraq, ci siano conflitti interni, ma forse è quello che deve succedere prima che le cose possano stabilizzarsi. Prendere posizione a favore degli uni e degli altri non aiuterà e non funzionerà.

D. Cosa aiuterà?
R. Dobbiamo avere una risposta umanitaria migliore. Questo momento storico dà a noi occidentali un’opportunità unica di dimostrare chi siamo: che sappiamo aiutare, che sappiamo supportare. Se una frazione di quello che spendiamo in bombe lo spendessimo in costruire migliori campi profughi, o per garantire un’istruzione a un’intera generazione di persone... be', lo spenderemmo molto meglio.

Un paziente dell’Emergency Hospital di Erbil, Nord Iraq. A luglio Mosul è stata liberata: la maggior parte dei pazienti ha raccontato di aver perso da 2 a 5 parenti nella battaglia. Da gennaio ad agosto 2017 Emergency ha curato oltre 1400 vittime del conflitto di Mosul, più del 30% erano bambini.

D. Molte persone come lei vanno in giro e raccontano queste cose. Spesso i leader politici vi ascoltano con attenzione. Poi però non cambia nulla. Come se lo spiega?
R. I politici, in tutto il mondo occidentale, non hanno visione, si limitano a reagire ai problemi. Pensate anche solo alla Brexit o a Trump: non si risolve la crisi dei profughi soltanto con le barriere, serve un piano. Vogliamo tutti i benefici della globalizzazione: volare da una parte all’altra del mondo in sette ore, comprare vestiti economici fatti in Cina e così via. Ma se cerchiamo i benefici economici della globalizzazione, allora dobbiamo accettare anche di globalizzare la soluzione alle crisi.

D. Lei ha perso le gambe e un braccio in Afghanistan. Com’è cambiato da alloro il suo rapporto con chi fotografa?
R. Quando stavo male io, non volevo che la gente mi compatisse. Volevo che mi aiutasse a tornare a lavorare, che mi desse una mano. Quindi io non offro compassione a chi fotografo, cerco di essere d’aiuto.

D. Come?
R. Se sei nato in Afghanistan, in Iraq o in Cambogia non avrai mai le stesse opportunità che ho avuto io di riprenderti la tua vita dopo l’incidente. Ma non c’è motivo di salvare una vita se dopo non la si può vivere pienamente. Io sono la prova vivente che con le giuste cure e il supporto anche una persona terribilmente ferita può vivere bene: ho viaggiato in 14 Paesi solo quest’anno, lavoro da solo, cucino, guido.

Una paziente del Centro di Riabilitazione e reintegrazione sociale di Emergency a Sulaimaniya, specializzato in fisioterapia e nella produzione di protesi per pazienti mutilati: vittime di guerra e delle mine antiuomo. Oltre alle cure gratuite, i pazienti hanno la possibilità di frequentare corsi di formazione professionale per trovare un lavoro e inserirsi nella società.

D. Quindi ora come aiuta gli altri?
R. Uso il mio lavoro per far sì che un bambino in meno debba sopportare quello che ho sofferto io, e lo uso per cercare di fargli avere una vita piena, come la mia. Penso che non succeda spesso a questa gente di vedere un occidentale mutilato dalle mine e credo quindi che siano in qualche molto grati del mio essere tornato da loro.

D. Una volta lei era il fotografo delle star. Gli artisti si impegnano ancora in cose politiche?
R. C’è stato un cambiamento dopo la Brexit e l’elezione di Trump: la gente ha capito che non può più starsene in disparte. Capita che stilisti o altre personalità che una volta non mi avrebbero mai invitato mi chiamino a parlare ai loro eventi.

D. Perché?
R. Credo che oggi sia più difficile dire: questo non mi tocca, non è cosa mia. Prendiamo un americano che lavora nella moda, magari di origini messicane o magari gay o anche solo donna: non può non interessarsi a quello che sta succedendo nel Paese. I più giovani, poi, quelli tra i 16 e i 19 anni, si interessano alla politica perché hanno capito che ha un ruolo nelle loro vite. Ai miei tempi non succedeva.

Un medico di Emergency visita una bambina nel Centro Sanitario di Emergency nel campo di Ashti. Oltre all’assistenza sanitaria di base, in tutti i Centri sanitari che Emergency ha allestito nei campi sono disponibili ostetriche e ginecologhe ed è attivo un programma di vaccinazioni. I bambini che vivevano nei territori sotto il controllo di Daesh, infatti, non sono mai stati vaccinati.


D. Il movimento per i diritti civili, però, era fatto di artisti e ragazzi. Vede qualcosa di simile tornare?
R. Quando Trump è stato eletto, il tweet più divertente che ho visto diceva: “Almeno torneremo ad ascoltare buona musica”. Come dire: avremo qualcosa per cui batterci. Quindi penso di sì: negli Anni 60 e 70, e in parte anche gli 80, c’era qualcosa per cui lottare che galvanizzava la gente. La spinta si è persa negli Anni 90. Ma ora sta tornando.

D. Come?
R. C’è una cooperazione tra mondi diversi, ed è importante. La gente che viene a vedere le mie mostre sa già cosa troverà, la pensa già in un certo modo. Ma quando vai a un concerto e ti raccontano una storia che non conosci, o ti mostrano foto che non avevi visto, è lì che ti fai contaminare e impari delle cose.

D. Lei fotografava cantanti per magazine, ora sta negli ospedali con gente martoriata. Come cambia il concetto di fotografia e di giornalismo?
R. Quella editoriale è un’industria, per di più in crisi. Ha a che vedere con ricavi, vendite, pubblicità. Quando scegli un’immagine per la copertina di un magazine, penserai a cosa vende di più: un musulmano in uno ospedale o Brad Pitt? La responsabilità sociale è diventata secondaria: l’aspetto commerciale guida le scelte.

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