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4 Dicembre Dic 2017 1100 04 dicembre 2017

Internet e la globalizzazione dei nazionalismi

Una economia forte, un Paese creduto solido. Ma anche la Germania vive la crisi dei partiti europeisti e la ripresa dell'estrema destra. Il sociologo Dal Lago sul fenomeno virale del «populismo digitale».

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La Germania incapace di darsi un governo, a rischio di elezioni anticipate, è un evento eccezionale per i tedeschi (le consultazioni con il capo dello Stato sono le prime nella repubblica federale) e preoccupante per l'Ue. La locomotiva d'Europa ne è il pilastro economico e la guida politica, per la dottrina dell'austerity promossa dalla cancelliera Angela Merkel: uno Stato creduto solido, da prendere a modello per la tenuta del progetto di unificazione europea che vive tempi critici. Invece le Legislative del 24 settembre 2017 lo hanno rivelato colpito dalla crisi dei partiti tradizionali e vulnerabile all'ondata populista e nazionalista.

POLITICA SVUOTATA. L'estrema destra di AfD è balzata terzo partito. Cristiano-democratici e socialdemocratici sono scesi ai minimi dall'immediato secondo dopoguerra. E se da un lato il sistema elettorale proporzionale ha contenuto l'espansione dei populisti dall'altro, al contrario del doppio turno francese, come in Italia ha evidenziato la frammentazione e la mancanza di una maggioranza di governo. «Gli elementi di decomposizione politica aumentano in Europa», spiega a Lettera43.it il sociologo Alessandro Dal Lago, autore del volute Populismo digitale (Raffaello Cortina Editore, 2017) «a causa di conflitti per nazionalismi locali ma paradossalmente spinti da un populismo globalizzato, per la sua forma di propagazione su internet».

Alessandro Dal Lago.

D. Nella campagna elettorale tedesca AfD è stata la forza più attiva sui social media. Il potere virale dei populisti in Rete ha contagiato anche un Paese economicamente sano come la Germania?
R. Certamente anche il nuovo partito di estrema destra tedesco è stato molto abile nella propaganda online. Per quanto anche in Germania AfD ha preso la maggioranza dei voti nelle zone dell'Est più svantaggiate economicamente. Ma in generale in Occidente la decomposizione in atto della situazione politica si sta mostrando in qualche misura indipendente dall’economia, che sembra in lenta ripresa.

D. Dal trumpismo, alla Brexit, al fiorire di movimenti indipendentisti e sovranisti, cosa alimenta esattamente questo Zeitgeist, lo spirito anti-sistema e protezionista del tempo?
R.
Il fenomeno è strano e interessante. Se osserviamo quanto accade, attraverso nuovi media come Twitter e Facebook - che messi insieme hanno oltre un miliardo e mezzo di utenti e sono accessibili a chiunque nel mondo – si vede che non si globalizza la cultura, ma si generalizza la condizione privata delle persone davanti a un computer.

D. Il Not in my back yard esteso su scala globale.
R. In un certo senso sì, come si vede dall’ostilità per gli stranieri comune a tutti i populismi. Alla fine, i movimenti populisti anche diversi tra loro, ognuno con le sue caratteristiche, cresciuti negli ultimi anni ci dicono tutti: «Padrone a casa mia!» Il soggetto digitale non porta il mondo in casa propria ma casa propria nel mondo.

D. Soprattutto l'Est Europa, così chiuso ai migranti, non è pronto per la globalizzazione e anche per la condivisione di politiche comuni?
R. Nessuno Stato dell'Ue, chi prima e chi dopo, in realtà si sta rivelando pronto al processo d'integrazione. Questo fallimento è parallelo alla crescita della destra e all'aumento dei focolai dei conflitti, per vecchi e nuovi nazionalismi. Dalla Brexit, alla Catalogna, senza dimenticare le rivendicazioni in Belgio, in Irlanda e in altri Stati, la tendenza è comune.

D. Quanto forte può diventare questo processo di disgregazione e di destabilizzazione?
R. Negli Stati occidentali è davvero molto difficile che un movimento di estrema destra, anche populista, superi il 25% o addirittura il 30%. L'opinione pubblica alla fine vuole essere governata e per avere un governo vota altri partiti. AfD in Germania è al 13%, la stessa Lega Nord non ha mai superato il 15%. Queste forze si contraddistinguono piuttosto come minoranze consistenti.

D. In Italia il discorso potrebbe non valere alle prossime elezioni per il Movimento 5 Stelle.
R. I grillini sono populisti, digitali per definizione. Ma, anche se sugli immigrati non sono aperti, per programma e composizione il movimento dei 5 Stelle non è paragonabile alle formazioni xenofobe di estrema destra, che hanno un'altra storia.

La tragedia dei nostri tempi è la discrepanza tra percezione collettiva della realtà e realtà

Alessandro Dal Lago

D. In Germania AfD è finita per essere guidata dalla componente più estremista, guadagnando il consenso popolare con gli slogan contro gli immigrati e, da questa estate, anche con le frasi nostalgiche del nazismo. Cosa significa?
R.
Il percorso di radicalizzazione del movimento, dalla sua fondazione da parte di un gruppo di liberisti euroscettici di estrema destra, alla crescita di consensi con la populista Frauke Petry che faceva il Matteo Salvini di Germania, fino all'ulteriore spostamento a destra di AfD, ha un certo successo elettorale perché per 70 anni, nel sentimento popolare, in Germania il nazismo è stato rimosso.

D. E in alcuni Stati dell'Est Europa la rimozione è stata ancora maggiore. Non si è mai neanche tentata un'elaborazione del periodo collaborazionista nazista.
R.
Infatti il discorso dei tedeschi vale a maggior ragione per la Repubblica ceca e la Slovacchia, stati molto legati alla Germania. Vale per l’Ungheria, dove la frangia collaborazionista di Hitler fu tra le più dure d'Europa, per la Polonia... In questi Paesi c'è oggi una destra nazionalista molto forte, che non vuole ingerenze da poteri estranei né stranieri sul territorio.

D. Alle Legislative tedesche Petry ha preso il 37% di preferenze su mandato diretto, nelle liste uninominali della Sassonia. Ma all'indomani è uscita dal partito perchè «troppo estremista» ed è stata insultata in Rete da migliaia di suoi elettori. Con il populismo digitale in fondo non prevale anche la logica del branco?
R.
Petry i voti non li riavrà più perché in realtà non andavano alla sua persona ma alle idee di destra di AfD, che con la sua uscita di scena non ha perso consensi. Abbiamo a che fare con un voto di estrema destra che viene da lontano: a cominciare tra chi, dopo la sconfitta del 1945, ha continuato a considerarsi vittima e umiliato. Adesso si dice loro di nuovo, «voi tedeschi siete i più importanti», e tutto torna a galla.

D. Eppure fino a questo autunno la Germania valeva come il Paese più solido e razionale e dell'Ue, quasi una diga per la sua tenuta. Una sua destabilizzazione sembrava lontana.
R.
Anche questa è ideologia. In realtà da quattro anni anche in Germania governava una grande coalizione, un governo di larghe intese come in Italia che di per sé è già un sintomo di debolezza della politica, della sua crisi.

D. L'inizio della fine di Angela Merkel, durante questo governo, è stato accogliere il milione di richiedenti asilo?
R.
Alle regionali del 2016 AfD ha scavalcato i cristiano-democratici di Merkel in Meclemburgo-Pomerania anteriore, il Land dell'Est della circoscrizione della cancelliera dove di immigrati quasi non ce ne sono. Credo che gli immigrati c’entrino sino a un certo punto. Ma gli slogan razzisti della Rete ormai sono transnazionali, l'audience è globale.

D. Si percepisce l'arrivo degli stranieri e si strumentalizza la paura.
R.
Si crea la paura di una minaccia inesistente. È questa la vera tragedia dei nostri tempi, la discrepanza tra percezione collettiva della realtà e realtà.

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