Torrione Niccolo V Ior
17 Dicembre Dic 2017 1800 17 dicembre 2017

Chiesa, Nuzzi: «Vi racconto il Peccato originale dello Ior»

I documenti sospetti della Banca vaticana intestati a Paolo VI e alla sua segreteria. Il racconto di una trattativa segreta sul caso Orlandi. E di abusi sessuali dentro le mura leonine. Il giornalista parla a L43.

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Il rinnovamento della Chiesa di Francesco è un cammino lento, in forte continuità con quanto voluto da Benedetto XVI. Ma non può essere una rivoluzione, perché le forze ostili al cambiamento, sovente con potere di ricatto, minacciano scismi in caso di strappi. «Il marketing della paura resta molto forte», racconta a Lettera43.it Gianluigi Nuzzi, autore di diversi libri inchiesta sul Vaticano, l'ultimo dei quali, Peccato originale (Chiarelettere 2017), ripercorre e unisce in un continuum tutti i nodi oscuri, soprattutto dagli Anni 70 a oggi, che Francesco ha il mandato districare. I nuovi scoop di Nuzzi sono dei documenti sospetti dell'Istituto per le opere religiose (Ior) intestati a Paolo VI e alla sua segreteria, e il racconto di una trattativa segreta sul caso Orlandi e di abusi sessuali dentro le mura leonine.

LA TATTICA DI FRANCESCO. Dalla piaga della pedofilia alla scomparsa di Manuela Orlandi, dalla morte sospetta di papa Albino Luciani ai segreti passati e presenti dello Ior fino alla cosiddetta lobby gay, anche Francesco viene bloccato. Ma tenta di invertire il gioco dell'oca teso a Benedetto XVI, facendo due passi avanti e uno indietro anziché il contrario. «Butta nel confronto delle idee provocatorie per un domani fare dei progressi minori rispetto a quelli annunciati, ma significativi», precisa Nuzzi, «è chiaro che teologicamente Francesco e Benedetto XVI sono molto diversi. Ma nell'opera di cambiamenti strutturali dello Stato vaticano, per il suo risanamento e l'adeguamento agli standard internazionali di trasparenza, la continuità tra i due ultimi pontefici è impressionante».

Gianluigi Nuzzi.

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DOMANDA. Da Peccato originale traspare, anche dal titolo, come costante l'impossibilità di una rivoluzione nella Chiesa. Benedetto XVI può aver fatto un atto rivoluzionario, ma per un papa, anche dopo una rottura così forte, resta molto difficile cambiare il sistema. Composto da molteplici strutture di potere che formano un apparto tendenzialmente impenetrabile alle riforme.
RISPOSTA. Joseph Ratzinger per me è stato un pontefice rivoluzionario. Lo spartiacque tra i pontificati di Paolo VI e di Giovanni Paolo II e il mondo nuovo che lui vede per superare la crisi della fede. Perché nella visione di Benedetto XVI non era la Chiesa in crisi ma la fede. Francesco ha dato continuità nel cambiamento e si muove ben consapevole di tutte le patologie del piccolo Stato: è stato destinatario della Relatio, la relazione dei cardinali scelti da Ratzinger per indagare sui mali della Curia. Ma per l'unità della Chiesa – un concetto poco considerato dai laici nella valutazione del Vaticano – non crea rotture clamorose.

D. Possiamo allora dire che Francesco sta cambiando qualcosa, ma non più di quanto avesse iniziato a fare il suo predecessore? Che non c'è stato il cambio della guardia?
R.
Due nomine hanno un po' segnato la prima parte del nuovo pontificato, quelle del cardinal George Pell a prefetto della segreteria per l'economia e del cardinal Pietro Parolin a segretario di Stato. Due collaboratori per motivi diversi entrambi con delle fragilità rilevanti.

D. Il braccio destro di Jorge Mario Bergoglio all'economia, tra gli incaricati della revisione della Curia, è stato chiamato in giudizio in Australia per casi di pedofilia.
R.
Il cardinale australiano Pell, chiamato ranger, al di là di qualche problema di spese un po' eccessive superabile è segnato da tutta una serie di scandali a sfondo sessuale, che avrebbe coperto. Ad anno nuovo usciranno le pronunce, magari le accuse perderanno consistenza. Però intanto lui adesso è lì a difendersi, mentre in Segreteria di Stato restano presenti molte espressioni della passata gestione. E Parolin, che si sente investito di una grossa responsabilità, non è sicuramente un segretario decisionista.

D. Parolin, successore di Tarcisio Bertone, non si era posto in discontinuità con gli scandali dell'italianità della Curia, che hanno segnato la seconda parte del pontificato di Benedetto XVI?
R.
Il cardinal Parolin viene dalla carriera diplomatica ed è una persona molto perbene, che però è una condizione necessaria ma non sufficiente. Alcuni dell'era Bertone certo non ci sono più, come monsignor Ettore Balestrero e monsignor Brian Wells. Ma in Curia resta per esempio monsignor Angelo Becciu nativo di Pattada, il paese sardo dei coltelli: un focolarino che sicuramente assume un rilievo nelle scelte a lui delegate nelle relazioni con l'Italia.

D. La vecchia guardia bertoniana resiste.
R.
Più che di vecchia guardia è corretto parlare di epoca bertoniana, altrimenti Bertone sembra il responsabile di tutto. L'aggettivo che su di lui ho sentito più spesso è «inadeguato». Nel 2012, ai tempi delle mie prime inchieste sul Vaticano per LA7, l'amministratore delegato di Telecom Franco Bernabè (allora Telecom Italia Media era l'editore del canale tivù, ndr) venne subito convocato in Vaticano per sapere perché avevo fatto questi servizi e se ce ne sarebbero stati degli altri.

Benedetto XVI e Francesco.

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Il marketing della paura è molto forte ed efficace in Vaticano, a livello orizzontale e verticale

Gianluigi Nuzzi

D. Anche il cardinal Domenico Calcagno, appassionato collezionista di armi soprannominato Rambo, presidente dell'Apsa (l'organismo vaticano per gestione del patrimonio economico), indagato dalla procura di Savona per malversazioni, non sarebbe stato uno dei primi da rimuovere?
R.
Fino a quando Pell è stato operativo alla segreteria per l'economia, so che aveva dei dissidi quotidiani con Calcagno, soprattutto nella gestione delle informazioni provenienti dagli archivi dell'Apsa sul patrimonio immobiliare. Monsignor Vallejo Balda mi raccontava che a volte all'Apsa si trovavano diverse versioni dei contratti immobiliari importanti di affitto. Firmati con cifre diverse o in bianco, eventualmente per poter rispondere nel giusto modo ai superiori.

D. È un caso che anche Calcagno sia dell'area ligure, come monsignor Balestrero e diversi altri curiali dell'era bertoniana?
R.
No, la Liguria ha sempre espresso molti figli legittimi e illegittimi del defunto cardinal Giuseppe Siri. Nel periodo di Ratzinger credo la regione avesse cinque o sei cardinali e intere parti di mondo neanche uno. Bergoglio sta lentamente cercando di riallineare il concistoro in maniera che sia più equilibrato e che soprattutto dia più voce a realtà, anche geograficamente ed etnicamente, non italiano-centriche. Contro quell'italianità si è espresso in maniera molto forte l'ultimo conclave.

D. Lentamente è la parola d'ordine in Vaticano.
R.
Calcagno rappresenta l'approccio di un vecchio mondo e non è l'unico, altri sono per esempio il cardinal Giuseppe Bertello o il cardinal Angelo Amato. Con questo mondo non possono esserci strappi, anche perché c'è un timore scismatico puntualmente paventato ai pontefici. In maniera brutale da laico mi viene da dire è come quando, nella guerra fredda, a Washington vedevano spie comuniste sotto ogni tombino e a Mosca spie americane. Il marketing della paura è molto forte ed efficace in Vaticano, a livello orizzontale e verticale.

D. In che senso orizzontale?
R.
Tra chi lavora e vive in Vaticano c'è la leggenda che le telecamere del piccolo Stato abbiano addirittura la capacità di leggere il labiale delle persone. Monsignor Balda per esempio trovò una cimice all'interno del suo ufficio o abitazione, non ricordo. Ma era palese che era stata messa per fargli paura: il Vaticano è un sistema di potere anziano. Una monarchia assoluta con logiche vetuste.

Gotti Tedeschi e la fila di silurati

D. Anche la perizia psichiatrica a distanza fatta al banchiere Ettore Gotti Tedeschi per cacciarlo dalla presidenza dello Ior oggigiorno sarebbe inconcepibile fuori dal Vaticano.
R.
Dire che una persona è pazza, per minarne l'affidabilità, era uno dei sistemi di delegittimazione più usati nell'Italia degli Anni 50 e 60 e il sistema di potere del Vaticano ci riporta a quel contesto lì: se una donna restava incinta o se poteva disonorare la famiglia veniva messa in manicomio, c'era l'apparenza di doverla salvare. Non mi stupisce che abbiano detto che Paolo Gabriele è matto, che Gotti Tedeschi è matto... C'è tutta una storicizzazione non casuale di una serie di fatti e personaggi.

D. In quale contesto è avvenuto intanto il brutale siluramento di Gotti Tedeschi allo Ior, meno di un anno prima della rinuncia di Benedetto XVI?
R.
Gotti Tedeschi, cattolico conservatore, scelto dal papa per adeguare la banca del Vaticano alle norme antiriciclaggio internazionali, viene esautorato e cacciato con la perizia come un ladro di polli, pur avendo un rapporto diretto con Benedetto XVI. Entrato allo Ior, l'altro fronte fa un cordone sanitario attorno alla sua presidenza perché a lui non trapeli nulla delle attività interne.

Ettore Gotti Tedeschi.

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Quando percepiscono che le norme antiriciclaggio per lor di Gotti Tedeschi vanno a incidere sui loro affari, lo fanno fuori

Gianluigi Nuzzi

D. Nel libro riguardo alla «ragnatela fatta di centinaia di conti correnti» scrive che, nella sostanza dopo la presidenza di Paul Marcinkus, «all'interno dell'istituto due sole persone conoscono le reali entità di chi opera dietro questi schermi: direttore e vicedirettore».
R.
Infatti anche il direttore Paolo Cipriani e il suo vice Massimo Tulli avevano un asse diretto con Bertone e gestivano la banca a un livello apicale, in assoluta autonomia rispetto a Gotti Tedeschi, anestetizzato nelle sue funzioni ispettive. Quando percepiscono che le sue norme antiriciclaggio vanno a incidere sui loro affari, lo fanno fuori. Un tradimento lacerante, anche a livello individuale, per un fervente credente come Gotti Tedeschi.

D. Come segretario operativo della commissione Cosea, istituita da Francesco nel 2013 per la riorganizzazione della struttura economico-amministrativa e soppressa un anno dopo, anche Balda ricopriva un incarico spinoso?
R.
Anche a Balda era stata data funzione ispettiva. Durante il pontificato di Ratzinger per anni i revisori internazionali evidenziavano sommessamente – l'avverbio più frequente nel vocabolario vaticano – i disastri che l'italianità stava creando nella Curia, inascoltati come dei personaggi del teatro pirandelliano. Poi Francesco ha creato due commissioni, una sullo Ior e l'altra sulle finanze, Cosea, che dava fastidio a tutti.

D. Prima della condanna nel 2015 per divulgazione di documenti segreti, i cosiddetti Vatileaks, e lo scandalo per la presunta relazione con Francesca Immacolata Chaouqui, come economo vaticano Balda aveva un curriculum professionale limpido.
R.
Anche dopo. Cosea bloccava i conti di congregazioni, metteva il naso negli oboli di san Pietro. E c'erano anche altre strade: mai battute, perché loro sono stati abbattuti. Un giorno Balda, di rientro dalla Spagna, trovò la porta forzata: «Come Cosea ci siamo fatti troppi nemici», mi disse. Attribuirgli uno scandalo sessuale serviva a distogliere da quanto scoperto dalla commissione e documentato nel libro Via Crucis. Per non parlare del siluramento, nel giugno 2017, per dossieraggio di Libero Milone.

D. Ma alla fine è peggio il dossieraggio che la denuncia di fatti veri?
R.
Ma dalla reputazione che ha Milone, che era stato nominato ragioniere revisore generale dello Stato vaticano, non è uomo da pedinare persone. E poi chi avrebbe dossierato? L'unico del quale si sa, sarebbe monsignor Becciu. L'iniziativa penale e giudiziaria è obbligatoria, perché non lo hanno davvero indagato per dossieraggio? Probabilmente, come da sua competenza, l'ex revisore generale avrà visto anche lui dispersioni di somme di denaro e cercato di acquisirne informazioni.

I conti Ior di Paolo VI

D. Sullo Ior in Peccato originale sono allegati fogli di cassa della banca vaticana, intestati al pontefice e al suo segretario di Stato monsignor Pasquale Macchi, che rivelano patrimoni e operazioni fuori dal comune che si sapevano compiute solo più tardi, negli anni del crack del Banco Ambrosiano e del caso Calvi: la fase cioè successiva della presidenza dello Ior di monsignor Paul Marcinkus sotto il pontificato Woytjla. Qua invece siamo al papa precedente, all'origine di tutto.
R.
Si dimostra che questo sistema di potere era molto articolato già sotto Paolo VI e arrivava fino all'appartamento pontificio, creando tutta una serie di interazioni con dei cardinali, degli alti porporati. Un blocco monolite percepito per esempio già nel 1972 dal patriarca di Venezia e futuro papa Luciani, quando incontra Marcinkus per discutere di banche: il cardinale lo congeda con una frase inedita riportata nel libro “lei pensi a seguire la diocesi, che io penso a far sopravvivere la Chiesa”. Detto tra due preti, vuol dire che Marcinkus aveva il papa dalla sua parte.

D. A distanza di quasi mezzo secolo, quali responsabilità possono essere attribuite dagli atti a monsignor Marcinkus, diventato il simbolo del periodo più cupo dello Ior?
R.
Ho cercato di spiegare che non era né a mela marcia, tanto meno la vittima tradita da Roberto Calvi e Michele Sindona, come una certa pubblistica degli anni '80 e '90 ha cercato di narrare. Anzi nel libro si dimostra come Marcinkus rappresentava un sistema di potere. Già negli Anni 70 si era formata una ragnatela di potere molto fitta che coinvolgeva l'appartamento pontificio, quantomeno attraverso Macchi.

Ho anche la sensazione che adesso l'era di Bisignani stia declinando rispetto ad altre dorsali

Gianluigi Nuzzi

Paolo VI.

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D. Su Paolo VI, uno dei papi buoni nell'agiografia della Chiesa, e il cardinal Macchi si è speculato di una loro appartenenza alla massoneria. Dai nuovi documenti dello Ior il collegamento arriva addirittura alla P2, la loggia deviata della massoneria. E i fogli di cassa emersi non sono compatibili anche con la lista Pecorelli sui presunti religiosi massoni?
R.
Quando scrivo un libro lascio da parte gli elementi suggestivi e quello citato è un elemento suggestivo. La lista Pecorelli che avrebbe avuto sul tavolo papa Luciani, Giovanni Paolo I, quando è mancato, non ha riscontri documentali.

D. Ma nella lista con Macchi figuravano anche monsignor Donato De Bonis e Paul Marcinkus, i dominus di allora dello Ior, oltre ad altri alti curiali dell'epoca, come i segretari di Stato Agostino Casaroli e Jean-Marie Villot. Tutti i nuovi e anche i vecchi documenti fuoriusciti dallo Ior sono in linea con l'intreccio denunciato da Pecorelli.
R.
Certo, da tanti anni ho tutta una serie di elementi, di evidenze che farebbero ritenere presente all'interno dello Stato del Vaticano un nucleo, come dire, che serve due forni. Tuttavia non ho elementi certi. Ho degli indizi, non ho delle prove.

D. In ogni caso esiste, dagli Anni 70 a oggi, una struttura di potere – non per forza una una P2, P3 o P4 infiltrata nel Vaticano – , con un forte interesse a non rendere penetrabile lo Ior, una catena che certamente non si è mai spezzata. Il faccendiere Luigi Bisignani, ieri in stretti rapporti con De Bonis e oggi vicino alla cerchia di Bertone che ha bloccato la riforma per una reale trasparenza dello Ior, non ne è la cartina di tornasole?
R.
Condivido quello che dice ma ho anche la sensazione che adesso l'era di Bisignani stia declinando rispetto ad altre dorsali. Anche perché, nel momento in cui Bisignani ha deciso di emergere scrivendo dei libri, ha preso una posizione molto diversa rispetto a un passato di suo assoluto silenzio e invisibilità.

Il caso Orlandi

D. Nel libro viene spiegato il dipanarsi, per alcuni mesi, di una trattativa riservata tra il Vaticano e la magistratura italiana sul caso di Emanuela Orlandi (accennata anche nel finale del film di Roberto Faenza La verità sta in cielo), sorprendentemente aperta dal Vaticano nel 2011. Ma, per le solite manovre trasversali, la porta di San Pietro si era presto chiusa.
R.
Però si risocchiuderà.

D. Nel colloquio di Pasqua 2017 tra il fratello di Emanuela, Pietro Orlandi, e il cardinal Parolin e nella successiva risposta di Becciu alla famiglia non c'era stata una nuova presa di distanze del Vaticano?
R.
Però la famiglia Orlandi – l'unica che detiene la priorità nella ricerca della verità sulla loro congiunta, non i giornalisti – ha presentato denuncia di scomparsa all'autorità vaticana. E vedremo se stavolta, per la prima volta, l'ottimo comandante della gendarmeria vaticana Domenico Giani riuscirà a rompere il muro della lentezza alla quale le autorità interne ogni tanto lo obbligano nello svolgimento delle indagini.

D. Certo è importante che la trattativa riservata fosse stata proposta dalla Chiesa, dopo decenni di rogatorie respinte e depistaggi. Un'altra rottura con un passato di silenzi.
R.
Non ne ho la prova, ma per me anche questa iniziativa va inquadrata nell'opera avviata da Benedetto XVI prima della rinuncia: c'è una sincronia incredibile. Anche la vicenda di Emanuela Orlandi avrebbe costituito un intralcio al pontificato del suo successore. Rinunciare al pontificato è certo un fatto rarissimo, possiamo ritenere con ogni probabilità che Ratzinger l'abbia deciso abbastanza tempo prima e che abbia pianificato e cantierizzato tutta una serie di attività per favorire il futuro della sua Chiesa.

Monsignor Paul Marcinkus.

Lobby gay è un termine generico, parlerei piuttosto di lobby anti-gay

Gianluigi Nuzzi

D. Nell'ultimo lavoro giornalistico ha maturato la convinzione che Benedetto XVI avesse deciso anni prima il passo clamoroso delle dimissioni e che da allora avesse tentato una serie di riforme per alleggerire il suo successore: oltre al motu proprio per le normative antiriciclaggio sullo Ior, c'erano state altre iniziative?
R.
A un anno e mezzo dalle dimissioni, Ratzinger aveva creato anche un team, di italiani e persone del Vaticano, con il compito di uniformare tutti bilanci della Chiesa nel mondo. Dalla parrocchia in Patagonia alla diocesi di Bergamo si sarebbero dovuti adottare gli stessi criteri contabili: evidentemente Benedetto XVI aveva perfettamente coscienza e conoscenza che gran parte delle acque nelle turbature della Chiesa finisce in dispersione, credo addirittura il 40%. Per corruttela o anche cattiva gestione.

D. Una riforma scomoda, quasi quanto quella dello Ior.
R.
Molto di più: in questo caso si sarebbe andati addirittura a rivoluzionare il sistema finanziario della Chiesa nel mondo. Tutte le parrocchie, le diocesi, gli istituti, le opere cattoliche avrebbero dovuto avere bilanci trasparenti e con criteri contabili ben precisi. Il passo successivo era uniformare le verifiche ispettive.

D. Ancora una volta non è andata proprio così.
R.
La situazione contabile ereditata da Francesco non è esattamente quella che voleva Benedetto XVI: il 90% dei bilanci della Chiesa resta segreto, anche all'interno del Vaticano! E parliamo di soldi nostri che sono molto più delle tasse allo Stato italiano, sono offerte volontarie con un mandato spirituale. La responsabilità nella loro gestione dovrebbe essere molto più alta: tra sacerdote e fedele il patto di fiducia è più elevato che tra cittadini e politici.

La lobby gay

D. La lobby gay, scoperta nella relazione commissionata da Benedetto XVI perlomeno in alcuni suoi appartenenti, era una delle strutture opache di potere che violava questo patto. Consisteva alla fine proprio nel gruppo attorno al cardinal Bertone? Al suo giovane collaboratore laico Marco Simeon (altro ligure) era riconducibile il centro estetico Piscrilla citato nella Relatio. E Bertone ha fatto acquistare un palazzo romano con la più grande sauna gay d'Italia.
R.
Lobby gay è un termine generico, parlerei piuttosto di lobby anti-gay. In Vaticano c'è anche un approccio attivo all'omosessualità, di chi sa, ricatta e condiziona gli omosessuali. Tutti , vanno a sbattere in questo ventre molle romano con il sesso, la droga, la casa o i soldi: strumenti di acquisto di una persona. È con queste dinamiche trasversali che si formano le “lobby gay”. Perciò non so se il gruppo, che lo stesso Benedetto XVI nel libro delle sue memorie racconta come destrutturato, fosse Bertone-riferito. Ma se anche lo fosse stato sarebbe una verità momentanea. Il problema è che questi intrecci esistono ancora e non sono legati a un uomo.

D. Allude al coca party omosex scoperto quest'anno dalla gendarmeria vaticana nientemeno che in uno degli appartamenti del palazzo della Congregazione della dottrina della fede guidata per decenni da Ratzinger, il vecchio Sant'Uffizio, l'inquisizione insomma?
R.
Il caso è emblematico. Se si fanno festini al Sant'Uffizio e interviene la gendarmeria vuol dire che da una parte c'è un mondo che sta cambiando: era il primo o ne erano accaduti altri e la gendarmeria non sapeva? Epperò se i festini arrivano fin dentro lo Stato della città del Vaticano, tutte quelle misure annunciate da papa Francesco sono state attuate o no?

D. È la questione del rinnovamento in atto o meno con Francesco.
R.
La verità è che non bastano gli slogan e neanche il sostegno popolare. Per risolvere i problemi elencati della Chiesa bisogna incidere sulla mentalità e il papa questo oggi lo fa con delle sue posizioni teologiche a volte anche provocatorie, quello che qualche vaticanista ha chiamato il pontificato liquido. Anticipando delle scelte che poi non passano, ma che hanno la finalità di preparare la Chiesa a cambiare, attraverso passi minori.

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