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Elezioni 2018
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Aggiornato il 09 marzo 2018 7 Marzo Mar 2018 1107 07 marzo 2018

Elezioni 2018, Nadia Urbinati: «La nostra democrazia è in transizione»

In tutto il mondo occidentale i partiti del Dopoguerra stanno scomparendo e le forme di governo stanno mutando. I 5S sono forse l'esempio più evidente e fortunato di questo processo. «Ma non c'è nessun cataclisma dietro l'angolo». L'analisi della politologa Urbinati.

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«Là dove non c’è più il partito di classe, arriva quello populista», aveva avvisato Nadia Urbinati, politologa e docente di Scienze politiche alla Columbia University. «Il populismo è una risposta collettiva, pubblica e in un certo senso anche 'pubblicitaria', ai partiti-cartello che vivono solo di leaderismo verticale». Alla luce delle elezioni che hanno visto il crollo delle sinistre e il trionfo del Movimento 5 Stelle e della Lega, spiega come questo risultato vada letto alla luce di un momento storico in cui «le nostre democrazie stanno cambiando e i partiti del Dopoguerra non funzionano più». Ma, aggiunge, «non è il caso di facili allarmismi: nessuna delle forze in campo disconosce il sistema di norme che regolano le nostre istituzioni». E ancora: «Sarà una transizione lunga, ma dobbiamo sforzarci di sottolineare che le regole dell'attuale democrazia funzionano».

Nadia Urbinati, politologa e docente di Scienze politiche alla Columbia University

DOMANDA. Come giudica queste elezioni?
RISPOSTA.
Il nostro Paese è sempre stato un'avanguardia delle sperimentazioni politiche, questo è innegabile. In tutto il mondo occidentale, i partiti nati nel Dopoguerra stanno indebolendosi: in alcuni casi sono scomparsi e in altri sono cambiati segnalando il mutamento delle democrazie rappresentative. E i Cinque stelle sono forse l'esempio più evidente di questo processo.

D. Cosa significa che i partiti stanno scomparendo?
R.
I partiti che conosciamo sono frutto delle distinzioni ideologiche che hanno animato il Dopoguerra che si sono via via consumate. La tendenza comune a tutti è stata quella di spostarsi sempre più al centro per competere sulla conquista degli elettori non schierati. Sono diventati sempre più mainstream.

D. E oggi quali qualità serve avere per vincere le elezioni?

R. Vince chi riesce a marcare una distinzione ben visibile che superi le ideologie di destra e sinistra, un obiettivo contro cui scagliarsi che incontri il favore dei più. Nella Repubblica dei cittadini immaginata da Luigi Di Maio, sono tutti gli uomini e le donne uniti da sentimenti anti-establishment, dal risentimento contro la casta. In verità, si tratta della vecchia di circolazione delle elites -- rottamare una classe politica per mettercene un'altra.

D. E la Lega?
R. Devo confessare che non approvo il fatto che li si metta sullo stesso piano. La Lega è un partito tradizionale con un'ideologia molto forte, nazionalista e xenofoba. Proprio per questo, al contrario dei 5S, è un partito né inclusivo, né ecumenico. È una differenza che pesa.

D. E le sinistre?
R. Le sinistre hanno sono l'esito del fascino della Terza Via di Tony Blair. Volevano sembrare meno di sinistra per conquistare voti non partigiani con il risultato che hanno perso la capacità di prendersi cura dei propri temi che così hanno perso visibilità. Le fasce di popolazione più deboli si rivolgono quindi ad altri, in questo caso Lega e M5s.

D. Sta dicendo che il centro moderato non tira più?
R. No, sto dicendo che non funziona per la sinistra. Paradossalmente funziona bene con i 5 Stelle, e infatti sembra essere quello che stanno cercando di portare avanti in quest'ultima fase “governista”. Ma la sinistra non può permettersi di essere ecumenica.

Uno dei tratti più forti del Movimento è il rifiuto di ogni appartenenza politica. Un'eventuale alleanza li connoterebbe politicamente, e proprio nel momento in cui diventano classe dirigente

Nadia Urbinati, politologa

D. Saranno capaci di trovare gli alleati per governare?
R. Mi pare più verosimile che trovino un accordo con una parte del Pd e Leu invece che con la Lega. Ma c'è anche da sottolineare che uno dei tratti più forti del Movimento è quello di rifiutare ogni identificazione partitica. Un'eventuale alleanza li connoterebbe politicamente, per giunta proprio nel momento in cui cercano di diventare classe dirigente parlando nel nome dei cittadini tutti. Una scelta che costerebbe loro molto in un eventuale ritorno alle urne.

D. È quello che sperano?
R. Sicuramente ci pensano. L'ipotesi di tornare alle urne e fare filotto è allettante. Ma è anche rischioso; c'è il precedente di Podemos in Spagna che, dopo aver rifiutato di allearsi con i socialisti nel 2015, è uscito dalle elezioni anticipate del 2016 indebolito. Ma certo, la tentazione di provare comunque sarà forte.

D. Altrimenti?
R. Altrimenti c'è la possibilità, data da molti come probabile, di un cosiddetto “governo del presidente”, ovvero di una maggioranza guidata da un uomo scelto da lui e capace di raccogliere la fiducia di buona parte del parlamento. Ma certo non durerebbe i cinque anni di una legislatura, ma un annetto. Il tempo per un ritocco alla legge elettorale, il bilancio comunitario e, forse, la nostra finanziaria.

D. Non è certo un'ipotesi nel segno della stabilità.
R. Dobbiamo non esagerare con quest'idea della paura, dell'instabilità in agguato. Non c'è nessun cataclisma dietro l'angolo, facciamocene una ragione. Questa legge elettorale, nella sua assurdità, ci assicura oltretutto che non si formerà una maggioranza granitica, anzi. Costringe forze politiche come Lega e 5S al compromesso, se vogliono governare

D. Dice che dobbiamo stare tranquilli?
R. Non mi fraintenda. Non voglio dire che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Ma la democrazia a cui siamo abituati sta cambiando. La fine della sinistra e il trionfo di M5s o della Lega non sono causa di questo processo, ma effetto. Dobbiamo abituarci a pensare che stiamo andando verso una democrazia più populista o maggioritarista. Perché questo è il rischio di una democrazia che riflette il dualismo pochi/molti, patrizi/plebei. Probabilmente la transizione sarà lunga e dobbiamo, sin d'ora, sforzarci di sottolineare che le regole dell'attuale democrazia funzionano e vanno rispettate.

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