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LETTERE ALLA REDAZIONE 24 Gennaio Gen 2012 1600 24 gennaio 2012

Più che pagare il Canone è arrivata l'ora di pretenderlo

L'analisi di un lettore sull'anestetizzante offerta della televisione italiana. A partire da mamma Rai.

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In Arte, per “canone” s’intende quel concetto - poi tradotto in espressività – che definisce gusto e parametri, linee guida di uno stile. Un prodotto dell’umano sapere sorretto da un’etica estetica e di pensiero. E di canone, inteso come stile operativo piuttosto che qualità professionale, si può ancora parlare allungando l’occhio alla telecomunicazione.
Come il cinema e le sue immagini in movimento entrarono di diritto nella storia dell’arte e dello spettacolo sul finire del XIX secolo, così la cultura e letteralmente - la sua trasmissione – non possono prescindere dall’ingresso della televisione nella società del XX e dalla sua prosecuzione nel XXI secolo.
ARTE E PRODOTTO TELEVISIVO. Non regge un confronto fra l’arte (intesa come compagine antica, moderna e infine contemporanea) e il prodotto televisivo: sarebbe un estremo. Eppure diverte ipotizzare che un uomo d’epoca moderna avrebbe potuto vedere nella nostrana tv, non un’opera d’ ingegneria elettronica ma una manifattura artistica stupefacente.
D’altra parte qualcosa di simile ad un rullo ininterrotto di disegni e colori, già nasceva (suono escluso) durante l’ultimo ventennio del XVIII secolo con il nome di Eidophusikon e più tardi Panorama.
UNO STRUMENTO DI UNITÀ NAZIONALE. La tivù, dopo la stampa e la radio, ha ricoperto un ruolo denso di significati per il nostro tessuto sociale, n’è stata e continua ad esserlo l’espressione maggiore, nel bene e (forse troppo spesso) nel male. Nata sotto gli auspici di una missione che cementasse l’unità dl’Italia con una sola lingua nazionale e mescolando - seppure idealmente - gli italiani vedendo in tivù le altre regioni. L’enfasi positiva e costruttiva del Dopoguerra si è in fretta esaurita, fino all’ odierna e deserta offerta culturale.
Fa male pensare che la televisione non sia stata un mezzo di vera realtà democratica e che abbia attutito, quando mitigato ed anche taciuto le tappe di emancipazione del 900.
IN CERCA DI UN VERO DIBATTITO APERTO. L’analisi del primo secolo di vita della tivù fa riflettere sul fatto che pur arrivando a tutti non ha sostenuto dibattiti liberi e aperti com’è stato nei secoli per fori e piazze. Forse perché la tIVù non è un posto “in carne ed ossa”? C’è da dubitarne pensando alla forza delle manifestazioni che col nuovo millennio sono cresciute quasi solo con internet, fino ai social network, ottimi megafoni (o meglio minareti) della Primavera araba.
Le telecomunicazioni hanno dunque una storia dignitosa ed anche particolarmente emblematica per gli italiani, e, sembra quasi impossibile, ma un’altra tivù è esistita prima del disastro ambientale del biscione Mediaset che tanto volgare bitume ha riversato in questo mezzo comunicativo.
LA TELEVISIONE, MODERNA TATA EDUCATRICE. C’è una massa che in questo degrado ha cominciato ad essere educata fin dalla tenera età, per cui la tv ha fatto da tata e nutrice di tanta volgarità e poca conoscenza. La strada è in salita per un convoglio che deve riparare molte carrozze: rendere libere dal controllo politico le emittenti dei giornali, rendere onore al vero pluralismo d’informazione e ristabilire una scala di valori, di educazione civica, di pìetas umana.
UN MATERIALISMO IMPERANTE. Esattamente quella che non si vede nelle morbose ore pomeridiane sulla cronaca nera, sull’avanspettacolo allo sbaraglio o nel martello pneumatico degli spot dove tutto scorre: cibo, beni di lusso, campagne umanitarie, beni di lusso, gioco d’azzardo etc. Questo horror vacui produce impulso d’acquisto, materialismo imperante e anestesia di pensiero ma nessuna maturità, nessuno scambio di critiche e opinioni.
In una parola ci rende prigionieri con tanto di caverna e ombre dei nostri desideri inoculati dal marketing onnipresente. Sicuro che l’horror picture show di Porta a Porta, non è servito a quel turismo da sciacalli con malsani individui che si fotografano sullo sfondo di una nave da crociera affondata (mentre si cercano ancora passeggeri dispersi)?
SE LA QUALITÀ SEMBRA VACILLARE. Serve ripensare programmi che rispettino gli utenti e siano davvero servizio pubblico, invece di censurare quei pochi esempi di qualità che restavano alla Rai e si sono comunque reinventati altrove. E ancora fare da cassa di risonanza all’ineccepibile giornalismo d’inchiesta in onda RaiTre: da Report a Presa Diretta, passando per Doc3.
In questi giorni le reti Rai raccomandano il pagamento del canone ma ecco che per pagare un canone forse è tornata l’ora di pretenderlo, inteso come un indirizzo e una politica di contenuti necessari anche per riqualificare l’opinione pubblica. Il passaggio al digitale terrestre ha ampliato l’offerta dei canali, fra cui la stessa Rai, con reti interessanti e dedicate a singoli argomenti. Un’evoluzione quanto mai provvidenziale, visto che la diffusione di internet mangia ormai terreno alla televisione, per i giovani sempre più statica. Resta il fatto che dall’avvio della tivù italiana, gli ultimi vent’anni l’hanno vista in gran parte peggiorare e c’è da chiedersi perché solo la concorrenza degli altri canali digitali abbia reso ora la Rai più competitiva visto che già un incentivo (per sole tre programmazioni) doveva averlo: il nostro canone.

Egle Radogna

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