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LA LETTERA 16 Marzo Mar 2012 1100 16 marzo 2012

Ricerca, un grande doloroso spreco di risorse pubbliche

Senza un criterio di efficienza gli investimenti statali presentano il conto ai singoli.

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Nel nostro Paese si spende per la ricerca scientifica circa 1 punto del Pil all’anno, cioè tra i 15 e i 16 miliardi di euro.

Qualche giorno fa un mio collega, ricercatore anch’egli, piangeva. Sfogandosi, mi ha raccontato della sua azienda in crisi e delle mensilità che ancora non gli sono state corrisposte. Più di altro, però, piangeva di rabbia ripensando alla sua vita professionale: per anni negli Stati Uniti a sviluppare elettronica avanzata si è visto portar via tutto per via delle confuse scelte italiane di politica industriale del settore.
Potrei raccontare altri casi di ricercatori di grande spessore, proiettati verso carriere brillanti e poi finiti, negli anni, a combattere invece un quotidiano grigio e, oggi, addirittura con l'unico obiettivo della sopravvivenza.
GLI ERRORI DELLA POLITICA INDUSTRIALE. Se ne può parlare come di “sfortunati”, ma io credo che essi paghino, quasi sempre, solo per gli errori e, talvolta, per le malversazioni delle politiche industriali e della ricerca compiute nel nostro Paese. Gli effetti di quelle politiche sono evidenti oggi anche nella crisi di centinaia di aziende in settori che ancora qualche anno fa definivamo, un po’ pomposamente, “avanzati” e che spesso si appoggiavano a strategie di ricerca capziose, nell’ambito di rapporti fra pubblico e privato che, come spesso accade nel nostro Paese, sono stati solo occasioni di improduttiva spesa pubblica.

Per la ricerca spesi tra i 15 e i 16 miliardi di euro

E oggi, che direzione ha preso il nostro sistema della ricerca scientifica? Il problema è rilevante perché nel nostro Paese si spende per questo settore circa 1 punto del Pil all’anno, cioè tra i 15 e i 16 miliardi di euro: non è comunque una cifra trascurabile. Essa andrà dunque spesa con criteri di efficienza (cioè il prima possibile e nel miglior modo possibile) e con criteri di efficacia, cioè cogliendo l’obiettivo che ci si era proposto.
OBIETTIVO: OTTENERE IL RISULTATO IPOTIZZATO. Nel caso della ricerca scientifica l’obiettivo che il decisore pubblico deve assicurarsi è che le azioni da lui messe in campo, stanziando fondi specifici, diano poi il risultato ipotizzato, ad esempio in termini di innovazione di un prodotto o di miglioramento della competitività di un intero settore del sistema industriale oppure, più in generale, di acquisizione di nuove conoscenze.
Ed è proprio su quanto efficacemente noi italiani utilizziamo quel famoso punto di Pil per sostenere interventi specifici a supporto della crescita del Paese che nascono molti dubbi.
INNOVAZIONE ITALIANA ANCORA AL PALO. In una recente e riconosciuta classifica internazionale, per esempio, l’Italia non arriva neppure a figurare tra i primi 100 innovatori al mondo, né in termini di aziende e neppure in termini di istituzioni scientifiche. In altre parole, potremmo dunque anche avere i ricercatori più bravi del mondo, ma certamente ciò che si fa in termini di ricerca scientifica, duole dirlo, non sembra impattare quasi per nulla sul tessuto economico-industriale del Paese.
LA LENTA MORIA DEI CONSORZI DI RICERCA. In tempi di crisi la risposta del sistema a questa nostra criticità strutturale è stata violenta anche nel settore della ricerca: non sono infatti pochi i consorzi di ricerca che stanno morendo, lasciando per strada ricercatori di ogni età ed alimentando un già copioso bacino di disoccupati plurilaureati ed altamente formati (nel Sud, oltre il 30% dei laureati): un grande e doloroso spreco di risorse pubbliche.
UN COMPITO URGENTE PER I MINISTRI. Quali siano i criteri oggettivi da considerare per valutare come l’intervento pubblico nel settore ricerca possa essere efficace, credo sia, in questo ambito, probabilmente tra i più urgenti compiti dei ministri Passera e Profumo. La sensazione diffusa è che, per ora, nulla sia cambiato o stia cambiando, almeno in termini strutturali e che la consueta corsa a spendere in ritardo i fondi europei, stia solo consolidando i vecchi meccanismi che ci hanno portato in questo stato.
Così, risparmiamo magari 100 milioni da una parte e perdiamo simultaneamente il controllo della spesa su 200 milioni, da un’altra parte.
INVERTIRE SUBITO QUESTA TENDENZA. E invece è imperativo invertire subito la tendenza riallineando, per esempio, la nostra ricerca sui bisogni effettivi del sistema industriale nazionale, ormai in grave crisi di competitività internazionale. Insomma, signori ministri su che cosa stiamo puntando quel punto di Pil? E perché? E quali criteri ci sapranno dire se avremo avuto ragione? E infine: riusciremo finalmente a concertare tra governo, Confindustria e parti sociali, un nuovo modello di pianificazione delle risorse umane (questo sì tra pubblico e privato) che re-immetta, rapidamente, nuova linfa nell’ormai visibilmente stanco apparato della nostra ricerca nazionale?

Girolamo Di Francia
dirigente di Ricerca Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile)

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