Bebe Vio
23 Febbraio Feb 2017 1614 23 febbraio 2017

È facile indignarsi per Bebe Vio: ma se capitasse a una migrante?

Le minacce di violenza sessuale rivolte alla campionessa paralimpica lasciano sgomenti. Ma se al suo posto ci fosse stata una rifugiata o una prostituta, allora "se la sarebbe cercata". È ora di spezzare questa doppia morale.

  • DISABILITY PRIDE ITALIA
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La notizia degli insulti e delle minacce di violenza sessuale ai danni della campionessa paralimpica Bebe Vio ha lasciato sgomenti e profondamente indignati anche noi organizzatori e organizzatrici della manifestazione Disability Pride Italia. Non si tratta di mera “solidarietà di categoria”: Bebe è una donna, un'atleta, una volontaria impegnata nel sociale, una giovane con disabilità e chissà quanto altro ancora. Ma, prima di tutto, è una persona e ogni essere umano dev'essere rispettato nella sua unicità e peculiarità. Chi di voi non condannerebbe quelle parole? Chi non punterebbe il dito contro gli autori della pagina Facebook che fortunatamente, grazie alla segnalazione di Codacons, è stata prontamente eliminata? Secondo noi, nessuno.

CANCRI DIFFICILI DA ESTIRPARE. Giusto, è fondamentale prendere posizione di fronte a episodi del genere, non lasciarli in ombra, non permettere che vengano dimenticati. Ci dimostrano ancora una volta che il maschilismo, il sessismo e la violenza contro le donne (oltre al pregiudizio e alla tipizzazione della diversità, qualunque essa sia, da ciò che è ritenuto “normale” dal senso comune) sono cancri maligni che purtroppo non siamo ancora riuscite e riusciti a sconfiggere. Indipendentemente dal fatto che cammini con i tacchi a spillo o si sposti con l'ausilio di una sedia a rotelle, la donna è ancora purtroppo vittima della violenza maschile, sia verbale e psicologica, sia fisica. Ma i responsabili di quelle parole non sono extraterrestri. Sono membri della nostra società o comunità allargata.

QUELLI CHE... «SE L'È CERCATA». E allora dovremmo farci delle domande. La prima che ci viene in mente è: «Ma se al posto di Bebe ci fosse stata una donna appena sbarcata da un gommone, una prostituta, una detenuta, vi sentireste altrettanto indignati e pronti alla condanna dei colpevoli?». Noi vorremmo augurarci di sì, ma non ne siamo così convinti. Non siamo così certi che non sentiremmo giustificazioni del tipo: «Eh, fatto grave ma un po' se l'era cercata!».

Riteniamo esecrabili i messaggi su Bebe, ma poi mostriamo lo stesso atteggiamento giudicante e offensivo nei confronti di “altre” persone

Dove vogliamo arrivare con questo discorso? Se noi riteniamo esecrabili i messaggi che hanno colpito Bebe Vio (magari perché è disabile e chi se la prende con i disabili, già così sfortunati, non può che essere un mostro) ma non esitiamo a mostrare lo stesso atteggiamento giudicante e offensivo nei confronti di “altre” persone, di cosa possiamo meravigliarci? Il “chi” cambia, il “come” rimane identico e non possiamo lavarcene le mani. La responsabilità del “chi” è, forse, individuale. La responsabilità del “come” è, senza dubbio, collettiva.

SIAMO PER SEMPRE COINVOLTI. Le nostre riflessioni non intendono in alcun modo sminuire la gravità di quello che ha subito Bebe Vio, a cui vanno la solidarietà e l'affetto di tutte e tutti noi, ma piuttosto ribadire con forza che, di fronte a questa brutta vicenda così come a episodi simili, riadattando le parole del grande Fabrizio De André, per quanto noi ci crediamo assolti, siamo per sempre coinvolti.

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