Lavoro Donne
28 Marzo Mar 2017 1131 28 marzo 2017

Perché fare divisioni uomo-donna nella lotta al lavoro che non c'è?

Un lettore scrive a L43: «Dobbiamo combattere insieme il nemico comune della crisi occupazionale. Oppure questa lotta fra poveri favorirà soltanto i nuovi padroni». La risposta di Francesca Guinand.

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Riceviamo e pubblichiamo:

Spettabile redazione,

ho letto con molto interesse su Lettera43.it l'approfondito articolo - firmato da Francesca Guinand - dal titolo "Donne e mamme, reinventatevi cavalcando la rivoluzione digitale". A tal proposito vorrei porvi una domanda. La pongo alla redazione in quanto credo che la dottoressa non abbia tempo per rispondermi direttamente.

Non credete che - visto il momento di profonda e irreversibile crisi in termini occupazionale che sta attraversando l'Italia - sarebbe opportuno evitare ulteriori divisioni tra generi e cercare di combattere insieme il nemico comune?

Il lavoro è importante e necessario, basilare per i maschi quanto per le femmine. Gli uomini hanno meno diritto delle donne di lavorare? Da qualche anno quello che dovrebbe essere un diritto per tutti e per tutte in Italia si è trasformato in altro. I nuovi padroni del mercato e delle persone sono le agenzie interinali e stanno facendo affari d'oro grazie alla situazione di incertezza dell'economia.

Non trovate scandaloso che in Italia i centri per l'impiego non assolvano alla funzione per la quale sono stati istituiti? Perché non pubblicate un'inchiesta approfondita sulla scandalosa gestione dei centri per l'impiego italiani (enti ormai del tutto inutili)?

Maschi contro femmine, precari contro stabilizzati, italiani contro stranieri, lavoratori del settore privato contro quelli del pubblico, eccetera. In pratica una guerra tra poveri. Trovo che, di fronte al dramma della disoccupazione - giovanile e non giovanile - fare distinzione tra lavoro femminile e lavoro maschile sia una questione controproducente. È proprio su queste divisioni che i nuovi padroni fanno affidamento per tenere sotto controllo eventuali sommosse.

Mi spiace inoltre che la vostra autorevole redazione continui, sistematicamente, a non rispondere alla mia missiva.

Vi ringrazio per l'attenzione

Cordiali saluti

Stefano Biava

Risponde Francesca Guinand:

Gentile Stefano,

nessuno mette le donne contro gli uomini, ma le donne devono essere pari agli uomini. Negli articoli per la rubrica "Mum at work" su Lettera43.it non ho mai scritto contro i lavoratori, ma a favore delle lavoratrici. In particolare delle mamme, ma sempre delle donne tutte. Una donna che lavora fa bene alla famiglia, ai figli. E questo non per contrapporle agli uomini. Le femministe storiche in questo commisero un fallo: non inclusero l’altra metà del cielo. Io credo che debba esserci un dialogo tra i generi, sia nello spazio privato sia in quello pubblico.

Oggi le donne sono discriminate sia in casa sia fuori casa: ci facciamo carico della gestione domestica (svolgiamo l’80% del lavoro casalingo) e della cura dei figli. Il 30% perde il lavoro dopo la maternità. Perché? Per un pregiudizio, per stereotipi. Se un uomo diventa padre non perde il lavoro. Perché una donna - in una percentuale così alta - sì?

Le donne guadagnano in Italia fino al 25% in meno di un uomo. Perché? Sono lavoratrici di serie B? Lavorano meno? Non credo. Diversi studi hanno dimostrato che le aziende che includono anche le donne sono quelle più floride. La diversità paga.

Ma credo che la sua lettera vada oltre queste riflessioni, le sue parole sono in qualche modo “precedenti”. Lei parla di quegli uomini e quelle donne che un lavoro non ce l’hanno. Le donne vengono sempre criticate perché non sanno fare squadra, ecco. Sempre, ma soprattutto in questi casi, specialmente nelle difficoltà, dovremmo fare squadra. Uomini e donne. Tutti insieme. Perché il lavoro non è solo pane, ma è identità. Il lavoro ci cambia, il lavoro ci fa crescere. Non avere un lavoro, non avere un guadagno, non avere un’identità professionale fa male. Al singolo e alla società.

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