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INTERVISTA
3 Dicembre Dic 2012 2015 03 dicembre 2012

Meyer: «Giornali online, per sopravvivere ci vuole credibilità»

Il sociologo statunitense sul futuro della stampa.

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È passato alla storia come il profeta della scomparsa della carta stampata. L’uomo che firmò l’epitaffio del New York Times (Nyt), molto prima che la crisi dell’editoria travolgesse le redazioni di tutto il mondo. Era il 2004 e Philip Meyer, ex cronista e docente universitario, nonché ispiratore inconsapevole del nome di questo giornale, nel libro The vanishing newspaper (Il giornale che scompare) pronosticava che nei primi tre mesi del 2043 il foglio newyorchese avrebbe venduto la sua ultima copia cartacea.
A otto anni di distanza dall’uscita del testo e 30 in anticipo rispetto alle previsioni, l’82enne inventore del precision journalism - il giornalismo di precisione, basato su analisi quantitative e qualitative tipiche delle scienze sociali – rischia di essere stato fin troppo ottimista.
IL WEB CERCA MODELLI. Il Nyt per il momento resiste, ma il traino è tutto su Internet: nell’ultimo anno i lettori dell’edizione web sono raddoppiati, fino a diventare più numerosi delle copie stampate: 896.352 al giorno contro 717.513, stando ai dati di ottobre 2012. Ha invece già detto addio alle rotative il gigante Newsweek, dal 2013 disponibile solo in versione digitale.
La situazione dell'industria è ancora peggio in Italia e in Europa, dove decine di testate hanno chiuso, migliaia di cronisti sono senza lavoro e i grandi gruppi editoriali – con l’eccezione del colosso tedesco Axel Springer – stanno ancora cercando di capire come adeguarsi alla rivoluzione digitale facendo utili.
Negli ultimi anni gli emuli di Meyer si sono dilettati in nuove analisi: le più pessimistiche, firmate dal guru australiano dei nuovi media Ross Dawson, spostano la data del funerale dei quotidiani addirittura al 2017, almeno in America.
«Il 2043 venne fuori usando un modello matematico, incrociando i dati sui lettori con la vendita di quotidiani», si schermisce con Lettera43.it Meyer, oggi professore emerito all' università del North Carolina. «Ma se i dati cambiano, cambia anche il risultato: e i lettori sono calati a picco molto prima delle previsioni».

A lato dell' illustrazione è riportato l'anno in cui i giornali tradizionali si estingueranno nei vari Paesi.

DOMANDA. Insomma, ci tocca cambiare il nome di Lettera43.it, con cui strizziamo l’occhio alla rivoluzione digitale?
Risposta. È chiaro che la linea che tracciai nel 2004 non era definitiva: le linee rette finiscono sempre con l’essere errate. E io, d’altronde, non intendevo fare una previsione per il settore. Anche perché, in quel caso, il Nyt sarebbe il quotidiano sbagliato da prendere come parametro.
D. In che senso?
R. Il Nyt ha perso molte copie e denari, ma fa parte di una categoria a sé. Ha risorse e mezzi e capacità per andare avanti molto più degli altri.
D. Intende dire che la sua ultima copia potrebbe definitivamente chiudere l'era dei giornali cartacei?
R.
Non è detto, ma è probabile. Io ho 82 anni: leggo il giornale sei giorni a settimana su iPad, e un giorno compro la carta.
D. Tradizioni che resistono?
R. Ci sono cose che i media digitali non sono ancora in grado di replicare. Ma si tratta di tempo e di affinare i modelli. Anche di business.
D. I giornali perdono sulla pubblicità sette volte più velocemente di quanto crescano i loro ricavi digitali.
R. Ci vorrà ancora un po’ di tempo per trovare la quadra. Ma credo che esistano alcuni principi base da cui partire per imparare a fare soldi, senza rinunciare a fare veri giornali.
D. Per esempio?
R. Intanto bisogna considerare che non esistono più business model universali. Ogni Paese ha le proprie specificità e gli editori devono prenderne atto: non è detto che quello che funziona in America vada bene in Europa.
D. Quindi nessuno può fare da guida?
R. Bisogna fare tentativi: è un periodo in cui è necessario sperimentare se si vogliono scoprire nuove formule. Quando la situazione è molto complessa si va a tentoni, finché qualcosa non funziona.
D. Non è confortante per chi ci deve provare.
R. Sono sfide, per uno anziano come me sarebbe bello potere tornare indietro negli anni per affrontarle.
D. Torniamo ai principi. Primo, non esistono regole. Secondo?
R.
La fiducia è un bene scarso. E c’è una sola cosa che i lettori cercheranno sempre: qualcuno di cui fidarsi.
D. Quindi?
R.
I giornali, su carta o Internet, possono vendere solo una cosa: la propria influenza. In altre parole significa che devono essere in grado di provare l’affidabilità delle proprie fonti.
D. Come?
R.
Questa è la sfida. Ci sono giornali che hanno una storia da offrire e funziona come garanzia. Ma oggi probabilmente si devono creare dei misuratori di attendibilità. Quando l’informazione è così abbondante, il lettore ha bisogno di qualcosa che assomigli a una prova.
D. I famosi fact-checker?
R. Per esempio. Ma la sfida è trovare nuovi modi e altre tecniche. Internet deve produrre sistemi di verifica delle informazioni per diventare un modello di business credibile.
D. Già. Ma questo è il tempo di Twitter: altro che verifica delle fonti.
R. Vero, ma la differenza tra giornalista e un utente qualsiasi è la capacità di essere credibile e di poterlo dimostrare. È una sfida. Anzi: è la sfida del giornalismo di questi tempi.
D. Basta da sola a fare utili?
R. No, però può bastare a fare i giornali. Negli Stati Uniti, per esempio, il modello che si è rivelato vincente finora è quello del giornalismo finanziato dall’esterno: avete sentito parlare di Propublica?
D. Sì, è un sito internet che con le sue inchieste ha vinto anche il Pulitzer.
R.
Esatto. I soldi per lavorare arrivano per lo più dalle università: negli Usa ne esistono 60 che finanziano questo genere di progetti. Il contributo consente di garantire un lavoro di qualità svincolato da interessi particolari.
D. In Italia i contributi pubblici finora sono stati solo quelli dati dal governo alla carta stampata.
R. Credo che questo sia un grave errore: il conflitto di interesse è troppo grosso. E, in alcuni posti, per esempio negli Stati Uniti, spesso non difende interessi condivisibili.
D. Senza finanziatori esterni e con la pubblicità in calo come si fa a fare soldi con i giornali su Internet?
R. Beh, ci sono altri due metodi. Gli annunci cosiddetti classified e gli accessi a pagamento. I primi, oltretutto, in qualche modo rimandano alla fiducia di cui si diceva prima.
D. Perché?
R.
Perché si tratta di annunci per compravendite che normalmente avvengono tra privati: macchine, case e via discorrendo. La pubblicità acquista valore perché in qualche modo beneficia dell’autorevolezza del mezzo. E perché ha una comunità intorno che commenta e dà consigli, di cui ci si fida.
D. E il pagamento?
R. Io credo che su Internet si possa pagare solo l’informazione specializzata e di alta qualità, per esempio quella finanziaria.
D. Il Nyt è un quotidiano generalista, ma su Internet si paga ora dopo un certo numero di articoli.
R. Sarà anche generalista, ma offre informazione di qualità. La specializzazione, nel caso del Nyt, arriva dalla qualità. La gente paga perché si fida, perché sono contenuti unici e perché i cronisti non si preoccupano di urtare nessun interesse.
D. Vero. Ma non sono molti i giornali che possono permettersi quel tipo di inchieste.
R. Questa è la sfida dei nuovi giornalisti, prima ancora che degli editori. Sono i giornalisti in primis a doversi reinventare oggi. Non si può perdere la consapevolezza di quello che si fa, anche se il momento è caotico e difficile.
D. Quale consapevolezza?
R. Capire che le persone hanno bisogno di loro e delle loro informazioni. Specializzarsi. Diventare così affidabili da essere una risorsa.
D. Facile a dirsi, ma difficile a farsi. Specie se non si ha dietro una struttura. I freelance sono pagati pochissimo.
R. È vero, ma è questa la nuova sfida. Ed è la differenza tra i giornali improvvisati e quelli veri. Se guardo all’ultimo Newsweek mi viene tristezza.
D. Perché?
R. Beh, è rimasto il nome. Ma del giornale di una volta non c’è più niente…

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