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LA PAGELLA 17 Settembre Set 2014 1342 17 settembre 2014

Giannini-Floris, format già visti

Stessi ospiti. Stessi studi. Ritmi lenti. Per l'esperto di Comunicazione Mazzoleni Ballarò e Di Martedì hanno deluso.

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Massimo Giannini. Sullo sfondo la grafica del talk show di Rai 3 Ballarò.

La prima sfida fra Massimo Giannini e Giovanni Floris l'ha vinta il vicedirettore di Repubblica ma solo ai punti di share. Gli spettatori del nuovo Ballarò sono stati infatti poco più di 2 milioni e mezzo (11,76%, circa il 2% in meno dello scorso anno), mentre Di Martedì si è fermato a soli 755 mila (3,46%).
UN GENERE ANCORA IN CRISI. Di mezzo c’era il resto della programmazione, RaiUno e Canale5 sono state le reti più viste, con l’esordio in Champions League della Juventus.
Per il resto, comunque, all’orizzonte non si è visto niente di nuovo. Segno che il talk show è un genere in crisi di risultati e identità: stessi programmi, stessi conduttori, stesse facce, spesso viste e riviste nel corso della giornata nei diversi contenitori. Così è stato anche nell’esordio dei programmi di RaiTre e La7.
GIANNINI HA UNITO NUOVO E VECCHIO. Giannini ha cercato di cambiare qualcosa al Ballarò che per 12 anni è stato la casa di Floris: sigla nuova affidata a Ivano Fossati, editoriale in stile-Santoro («Questo sarà un programma di parte, dalla parte dei cittadini», ha scandito guardando dritto in camera, se non fosse altro che già dovrebbe essere così visto che la Rai è il servizio pubblico), lunghe interviste a inizio puntata a un Roberto Benigni un po’ sottotono e all’ex presidente del Consiglio Romano Prodi più il lancio de Il candidato, serie satirica con protagonista Filippo Timi che andrà in onda dal 23 settembre alle 23.50.
NON CAMBIANO I TEMI. Poi però sono stati trattati i temi di sempre - il lavoro che non c’è, l’economia che non riparte, l’articolo 18… - con ospiti che ormai fanno tutt’uno con l’arredamento dello studio: Brunetta che attacca Renzi e pure il conduttore («lei è peggio di Floris», ipse dixit), Delrio che difende l’azione del governo, Landini che se la prende un po’ con l’uno e un po’ con l’altro, l’economista Mazzuccato che bacchetta il sistema-Italia.
FLORIS HA PUNTATO SULL’USATO SICURO. Dall’altra parte, Floris ha puntato sull’usato sicuro. Stesso comico ad aprire la puntata, Maurizio Crozza, e stesso storico sondaggista, Nando Pagnoncelli. Il tutto condito da uno studio pressoché simile a quello di Ballarò con una spruzzata di Servizio pubblico e una di Macao, con un ospite in più (erano sette e non sei, come consuetudine) e le interviste al segretario generale della Cei Nunzio Galantino e al presidente del Senato Piero Grasso più Eugenio Scalfari a chiudere la puntata.
IL SOLITO PARTERRE. Seduti sulle poltrone, nelle quasi tre ore di messa in onda, c’erano Debora Serracchiani, vicesegretario del Pd, l’ex ministro Corrado Passera, il sempreverde Luigi Abete e il presidente di Rcs libri Paolo Mieli: tutti habitué delle trasmissioni dell’ex giornalista Rai. L’unica new entry - presenza probabilmente dettata dal clamore suscitato dal cono gelato mangiato da Renzi a Palazzo Chigi - è stata quella del fondatore di Grom Guido Martinetti, rimasto per lunghi tratti in silenzio.

Mazzoleni: «Ha vinto la noia, bisogna alleggerire i contenuti»

Per Gianpietro Mazzoleni, professore di Comunicazione politica all’Università degli Studi di Milano e autore (nel 2009) di Politica pop, a vincere è stata più che altro la noia.
«Giannini ha mantenuto il marchio, aveva l’obbligo morale e produttivo di stare dentro a un certo format. Ha cambiato quel poco che ha potuto compreso il ritmo, comunque troppo lento», spiega a Lettera43.it. «La stessa cosa vale per Di Martedì anche se Floris è stato più sciolto vista la maggiore esperienza televisiva. Alla fine, dati di ascolto alla mano, ha vinto il brand, anche se La7 non ha l’audience di massa della Rai e l’idea di sovrapporre le due trasmissioni non ha funzionato perché ha costretto il pubblico a fare in continuazione zapping».
«PUNTARE DI PIÙ SULLA PARTE POP». Programmi troppo lenti e pesanti, insomma. Per questo Mazzoleni suggerisce di «inserire altri spazi di intrattenimento all’interno del programma, magari a metà della serata, per alleggerire la parte del talk e quella dei servizi giornalistici». Per dirla con le parole del compianto Neil Postman, dunque, «la televisione ha fatto dell’intrattenimento il modello naturale per rappresentare ogni esperienza». E così sia.
RISCHIO ASSUEFAZIONE. Più in generale, sottolinea ancora il docente, «alcuni format funzionano ancora, come per esempio Piazza pulita» però «il problema sta nei numeri: ci sono troppi talk show che rischiano di portare lo spettatore all’assuefazione».
«SFRUTTARE LA POTENZA DEI SOCIAL». Infine, sottolinea Mazzoleni, bisogna sfruttare maggiormente la potenza della Rete: «I social network sono una grande innovazione, si potrebbero inserire due o tre domande formulate da casa e filtrate dalla redazione all’interno delle trasmissioni». E che dire poi della durata? «I nostri talk durano troppo. Negli altri Paesi non si va oltre i 60 minuti».
Alla prossima puntata. Alè e buona fortuna.

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