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FACCIAMOCI SENTIRE 9 Marzo Mar 2015 1312 09 marzo 2015

La riforma della Rai che vuole Renzi è un'utopia

Politica, partiti, mondo economico: troppi interessi attorno alla tivù di Stato.

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Gli uffici della Rai in Viale Mazzini a Roma.

In settimana il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare le linee guida della riforma della Rai.
Il dibattito è già aperto da tempo anche relativamente allo strumento da adottare, ovvero se attraverso un disegno di legge governativo o attraverso un decreto legge.
Va detto che su questa scelta si è sviluppata subito una polemica che ha coinvolto anche la presidente della Camera Laura Boldrini.
RIFORMA DIFFICILE DA REALIZZARE. Personalmente dubito che si possa realizzare questa riforma di cui si parla ormai da oltre un decennio.
Tutti parlano di una riforma della “Governance” con la quale si possa garantire alla Rai una gestione efficace ed efficiente, ma non capisco proprio come ciò possa avvenire in assenza di una privatizzazione. Attualmente la televisione di Stato opera sulla base della legge del 3 maggio 2004 n. 112, la cosiddetta legge Gasparri dal nome del ministro delle Comunicazioni del governo Berlusconi che all’epoca era responsabile della materia.
Si finge peraltro di dimenticare che l’attività del leader del principale partito di opposizione risiede proprio nell’ambito radiotelevisivo e quindi non escludo che nel famoso patto del Nazareno fosse incluso un accordo anche su questo argomento.
LA RESISTENZA DI BERLUSCONI. Rimane difficile immaginare come Berlusconi possa accettare un qualunque riforma che lo possa toccare nelle proprie tasche. Non a caso dopo l’elezione del presidente Sergio Mattarella, che avrebbe sancito la rottura del patto del Nazareno, l’interessato ha comunicato che voterà contro le riforme.
Che sia una prima forma di ritorsione legata proprio a questo argomento? «Per loro dialogare significa imporre le proprie idee e la propria visione del mondo», ha detto durante il lancio della campagna elettorale della Regione Puglia.
BOARD INGOVERNABILE. Che ci sia un riferimento anche all’annunciato progetto della riforma della Rai? Luisa Todini, componente il consiglio di amministrazione di viale Mazzini per qualche anno (incarico poi lasciato per essere diventata presidente di Poste Italiane) ha sempre sostenuto che l’attuale governance rende praticamente ingestibile l’azienda: nove consiglieri di cui uno, il presidente, nominato dal governo e l’altro dal ministero dell’Economia.
Ciascuno degli altri sette consiglieri è un mini amministratore delegato di nomina partitica.
Il direttore generale, invece, siede in consiglio ma senza diritto di voto ed è costretto per ogni nomina e decisione strategica a estenuanti trattative e mediazioni.

Il modello Bbc? Funziona se sei angolsassone

La sede della Rai a Roma in viale Mazzini.

Modificare questo contesto con la nomina di un amministratore delegato che sieda in Consiglio con diritto di voto come tutte le aziende “normali” significa appunto privatizzare l’azienda.
Pensate possa essere facile togliere potere ai consiglieri di nomina partitica (neanche politica)? Sarà impresa improba.
E se la nuova governance dovesse funzionare e creare qualche problema (economico) al più grande gruppo concorrente di proprietà della famiglia del principale leader dell’opposizione avete idea di cosa potrebbe succedere? Per questo non sono affatto ottimista.
UN METODO CHE NON CONVINCE. Ci sono poi coloro che sull’altare di un non meglio definito 'servizio pubblico' che la Rai dovrebbe garantire (ovviamente giusto in termini di principio ma difficile da comprendere guardando i programmi che vengono proposti), auspicano soluzioni tipo Bbc dove la proprietà confluirebbe in una Fondazione.
Che io sappia uno dei principali difensori di questa tesi è il giornalista Giovanni Valentini, attuale portavoce del garante della Concorrenza e del Mercato (piccola contraddizione?) con il quale mi sono spesso confrontato via Twitter senza naturalmente arrivare a condividere la sua tesi.
A mio avviso per far funzionare la Rai con il modello Bbc bisogna essere anglosassoni, aver frequentato le loro scuole ed essersi impregnati della loro cultura da “civil servant” che è esattamente all’opposto della nostra dove (naturalmente generalizzando) tutto ciò che è pubblico rappresenta l’interesse privato più evidente.
TROPPI INTERESSI ATTORNO ALLA TIVÙ DI STATO. Credo che esempi di Fondazioni che lo confermino ne abbiamo avuti alcuni e particolarmente importanti soprattutto nel mondo bancario.
La quantità di operatori che ruota intorno alla Rai è talmente elevata ed i loro interessi talmente evidenti che diventeranno immediatamente un esercito di “fabbricatori di bastoni” da mettere in mezzo alle ruote di qualunque progetto pensi di modificare le loro attuali rendite.
In questo includo anche alcune organizzazioni sindacali che, ne sono certo, griderebbero immediatamente all’attacco alla libertà di stampa, alla difesa dei livelli occupazionali etc.
Come in un contesto simile, per quanto semplificato e riassuntivo vale Mazzini possa essere dotato di una Governance adeguata ai tempi attuali Dio solo lo sa. Staremo a vedere.
Renzi sembra abbia assunto la riforma della tivù pubblica come priorità (priorità che per le ragioni citate non viene condivisa da tutti gli altri partiti compresa la Presidente della Camera). Riuscirà a portarla a casa in tempi e modi adeguati? Spero che le mie perplessità rimangano solo un fatto individuale ma personalmente non ci scommetterei un centesimo sul successo dell’operazione.
Mi auguro naturalmente di essere smentito.

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