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TIVÙ DI STATO 11 Marzo Mar 2015 1248 11 marzo 2015

Riforma della Rai, c'è l'alt del Colle: il piano B di Renzi

Mattarella boccia il decreto. Pure i dem si oppongono. Per tutelare i loro protetti. Il premier costretto a rallentare: prima la sostituzione dei vertici, poi un ddl.

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Sergio Mattarella.

Il decreto legge sulla Rai non si farà.
Non lo vuole il Pd e soprattutto non lo vuole il capo dello Stato Sergio Mattarella, che ha fatto sapere al premier Matteo Renzi di non essere disposto a firmarlo. Né ora né mai.
Non solo mancano i requisiti d’urgenza, ma sarebbe uno schiaffo in faccia al parlamento. Nella sua interezza, nessuno escluso.
Potrebbe sembrare anche un dettaglio da poco, eppure è uno dei pochi punti fermi partoriti dalla riunione fiume - qualcuno dice anche particolarmente accesa visto che l’ultimo tweet di Renzi è partito poco prima delle tre del mattino - che si è tenuta la sera del 10 marzo al Nazareno con gli esponenti dem che si occupano di Rai.
OGNI DEM HA IL SUO PROTETTO IN RAI. Fra questi c’era anche il sottosegretario alle Comunicazioni Antonello Giacomelli, ovvero l’uomo ombra di Dario Franceschini a cui Renzi ha passato le pratiche scottanti di RaiWay e della riforma della governance. Perché al di là dei proclami del capo del governo, indirizzati in modo particolare a Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia e padre della legge attualmente in vigore, le sensibilità sulle cose di casa Rai all’interno del Pd sono particolarmente accentuate.
Di fatto non c’è ministro, non solo dem, senatore e deputato che non abbia un proprio “protetto” a Saxa Rubra o a viale Mazzini. Insomma, pur di evitare il fuoco amico, gli esponenti del Pd che si occupano di televisione hanno consigliato al premier calma e prudenza. Almeno in questa prima fase.
VERSO UN BOARD PIÙ SNELLO. Ragione per la quale il governo potrebbe procedere al cambio dei vertici aziendali applicando semplicemente ciò che prevede il Codice civile.
Una volta approvato il bilancio l’azionista di maggioranza, ovvero il ministero del Tesoro, convoca l’assemblea dei soci, che ha il potere di dichiara decaduto l’attuale Cda, e con esso il direttore generale in carica.
A quel punto è sufficiente chiedere la nomina del nuovo board, magari a cinque e non più a sette, con il direttore generale che diventa amministratore delegato. Per far questo basta un semplice emendamento da inserire in un qualsiasi provvedimento Omnibus e la cosa è fatta.

Il governo vuole stoppare i giochi di potere della dirigenza

Il ministro della Cultura Dario Franceschini stringe la mano al premier Renzi.

Nel frattempo il governo metterebbe a punto il disegno di legge che riforma l’intera normativa sulla tivù pubblica, magari con il consenso delle opposizioni. L’unico dubbio è che se la maggioranza dovesse procedere in questo modo dovrebbe comunque attenersi alla disposizioni della legge Gasparri, ovvero al testo legislativo pubblicamente criticato dal premier. Ma in nome della cosiddetta ragion di Stato si fa questo ed altro.
Cambiare i vertici aziendali, infatti, metterebbe il governo nella condizione di avere un buon controllo sulla gestione dell’azienda, stoppando inutili fughe in avanti e i giochi di potere della dirigenza interna, sempre pronta a dare l’assalto alla diligenza quando i conducenti stanno per essere disarcionati. Insomma, non più un percorso da centometristi, ma una progressione con passo da maratoneta.
«SERVE UN DOCUMENTO STRATEGICO». «Serve un documento strategico sulla missione della Rai», avrebbe detto Renzi durante la riunione con i suoi parlamentari, senza specificare se il governo prenderà un'iniziativa o lascerà agire il parlamento dove sono depositate già varie proposte di legge.
Il premier avrebbe espresso una preferenza per il sistema “monistico” con un capo azienda che decide, sostenendo che il sistema cosiddetto duale, ovvero con due consigli che fanno cose diverse, non ha mai funzionato. Renzi, ovviamente, avrebbe lasciato aperte varie ipotesi di riforma per modificare la legge Gasparri, compresa quella in base alla quale il governo nomina il capo azienda e la vigilanza il Cda. «La Rai deve essere la più importante media company del Paese», ha ribadito il premier confermando l’impegno del governo sul tema dell’emittenza pubblica.
IL CONTROLLORE? RENZI PENSA A UNA FONDAZIONE. Resta il fatto che Renzi punta sulla novità in modo da poter servire agli italiani il solito annuncio choc. Con molta probabilità il controllore della Rai, secondo i piani di Matteo, non sarà più il parlamento ma una Fondazione, in modo tale da poter dire che la poltica è stata messa fuori dalla porta.
Resta il fatto che continuerà a entrare dalle finestre, ovvero con i programmi e i telegiornali. E per capire esattamente cosa dobbiamo aspettarci dal governo non resta che attendere l’esito del Consiglio dei ministri del 12 marzo, interamente dedicato a Rai e scuola.

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