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GIORNALI 4 Maggio Mag 2015 1037 04 maggio 2015

Fontana, ritratto del neo-direttore del Corriere

Colto. Capace. Motore della redazione. Ma senza essere un grigio burocrate. Dal legame con Veltroni all'addio all'Unità, il direttore del Corsera visto da Caldarola.

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Luciano Fontana. Sullo sfondo copie del Corriere della Sera.

Luciano Fontana, neo-direttore del Corriere della Sera, lasciò l’Unità poco dopo l’ascesa di Walter Veltroni a Palazzo Chigi.
Ricordo il suo dispiacere, un vero lutto, quando Veltroni non scelse lui ma Marco Sappino come portavoce del vice-presidente.
Fu una sua fortuna perché da qual momento Fontana, che non credeva in una Unità diretta da giornalisti e senza leadership politica, ma soprattutto desideroso di fare esperienze più importanti, iniziò il cammino che lo ha portato al vertice del principale quotidiano italiano.
La sua scelta sorprese molti di noi, soprattutto perché Fontana per anni e anni era stato il motorino del quotidiano fontado da Gramsci.
COPPIA DI FERRO CON VELTRONI. Colto, poco incline alle passioni che spesso futilmente scoppiavano e morivano nel quotidiano ex comunista, soprattutto indifferente a quell’ossessione folle della maggioranza della redazione di voler vivere in un giornale edito da un partito da cui però bisognava altrettanto ossessivamente smarcarsi.
Ho già ricordato che all’epoca della direzione del compianto Renzo Foa immaginammo un cambio di nome all’insaputa del gruppo dirigente del partito.
La coppia Veltroni-Fontana è stata a lungo “padrona” del giornale. Molti di noi, persino io condirettore per diritto di firma, non riuscivamo a toccare palla perché Walter e Luciano andavano in automatico, concordavano tutto e comunicavano subito dopo, e sempre con grande garbo di entrambi, le decisioni.
LUCIANO, BALUARDO DELLA REDAZIONE. Era una coppia strana. Walter è un uomo di fantasia. Sono state eccessive le lodi per lui negli anni in cui era potente, sono ingenerose e stupide le critiche successive e soprattutto quell’accusa di buonismo che vorrebbe stigmatizzare un atteggiamento tollerante e civile che dovrebbe essere la base della cultura politica di un paese moderno.
Luciano sembrava il classico uomo d’ordine, quello che arriva sul lavoro sapendo già le cose che stanno per accadere, avendo già in testa i nomi degli editorialisti da consultare e soprattutto avendo chiaro come disporre della redazione, sia quella parte più attiva sia quella più riottosa, che nei quotidiani è assai rumorosa e non sempre fatta dai giornalisti più di qualità.

Uomo di grandi letture e di grandi slanci

Luciano Fontana.

Non credo di aver mai sentito Fontana alzare la voce. Non credo di avergli visto mai fare una prepotenza palese. Credo che preferisse creare le sue cordate silenziose e brillava nella capacità di ricucire con chi scantonava. Era in ogni caso la persona più vicina al direttore, di cui era più che un collaboratore un ammiratore senza se e senza ma.
Se ne andò perché non credeva nell’Unità diretta da non politici, perché era troppo legato a Walter Veltroni, perché, da uomo con le radici ben puntate, immaginò un percorso difficile per un giornale che sembrava aver risolto i suoi problemi di copie e di bilancio, ma che invece era nei guai, e perché, infine, aveva trovato in me un direttore non amato dal segretario del partito (il mio amico D’Alema) in una redazione che in maggioranza avrebbe desiderato la nomina di Piero Sansonetti, verso il quale non andavano le simpatie di Fontana.
LA PREVISIONE AZZECCATA SULL'UNITÀ. Troppo casino, insomma, per una persona ordinata come Fontana.
In qualche modo la sua previsione che l’Unità fosse all’ultimo giro fu una azzeccata.
Chi avesse guardato al giornale di quegli anni avrebbe scommesso su altre persone, ma fu, al solito, molto perspicace Paolo Mieli nello scegliere fa i vari “attaccanti” di cui disponeva il quotidiano ex comunista il mediano più talentuoso.
Così Fontana andò via e molti di noi se lo dimenticarono fino a che, a poco a poco, vedemmo progredire la sua carriera e ce lo immaginavamo con quel suo spiccato accento ciociaro e il suo metodo di lavoro senza sbavatura conquistare il centro di via Solferino.
NÉ BUROCRATE, NÉ GRIGIO UOMO-MACCHINA. Chi lo descrive come un burocrate, un uomo di macchina, dimentica le sue letture (nell’Unità c’erano tanti talenti, tante persone colte ma, come in tanti giornali, tanta cultura orale) e anche i suoi imprevedibili slanci, come quella volta che volle accompagnarmi a Siena quando andai in quel policlinico per una delicata analisi che mi portò a un difficile e per fortuna riuscito intervento al cuore.
Io lo ricordo così. Non so come è diventato. So che se è arrivato dove è arrivato è solo merito suo, anche della sua capacità di diventare sempre il cuore della struttura.
Non so come sarà il suo Corriere. So per esperienza che i direttori possono molto, ma ormai possono poco, stretti come sono dalla crisi e dalla difficoltà di immaginare il futuro soprattutto se non si deve fare un giornale bandiera.
Sono convinto che ce la farà. È uno tosto.

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