MOSTRA 23 Settembre Set 2015 1326 23 settembre 2015

Tribuna politica, l'antenato dei talk show: le foto

Da Togliatti a Moro, fino a Montanelli e Occhetto. In un mezzo innovativo: la tivù. Tra sigarette, timidezza e gelosie. La Rai rispolvera le foto di Tribuna politica.

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L’Italia del 1960 in cui si in cui apriva Tribuna politica, storica rubrica televisiva della Rai, era un Paese che indossava il cappello, ma dove si fumava al cinema e anche in televisione.
Viste adesso, le foto della bella mostra Rai che apre il 23 settembre a Montecitorio e che ha in programma tappe nelle città dei centri produttivi Rai, sono dunque quanto di più politicamente scorretto si possa immaginare.
SIGARETTE TRA LE DITA. Il leader del Partito comunista italiano (Pci) Palmiro Togliatti stretto fra Massimo Caprara, all’epoca ancora suo assistente personale, e il conduttore Gianni Granzotto con la 'cicca' fra le dita e il posacenere colmo davanti alla telecamera, in questo 2015 sono un tuffo al cuore e il segno più tangibile dell’evoluzione del costume e del comune sentire.
LONTANI DAI NOSTRI TALK. Un Casamonica estetico, per così dire e per costruire un primo parallelismo fra quegli incontri in punta di diritto e a cravatta annodata di allora e i talk show litigiosi e botulinici di oggi, ai quali i curatori dell’esposizione, non a caso e per maggiore leva informativo-mediatica, direttamente si richiamano.
L'iniziativa è del direttore di Rai Teche Mariapia Ammirati, che racconta di aver voluto «lavorare a una storia televisiva che appartiene solo al servizio pubblico, tentando di mostrare come quel genere si sia evoluto», e in buona parte deformato, sia nel linguaggio sia nella forma.
IMMAGINI DAL 1960 AL 1994. L’esposizione si articola attraverso 150 immagini, dal 1960 al 1994, anno del crollo della Prima Repubblica, e racconta non solo di rigide compostezze e di linguaggi ostici per un pubblico ancora bisognoso di mediazione culturale per interpretare il messaggio politico, ma anche degli imbarazzi, delle ritrosie e dei timori fin troppo naturali, fin troppo umani, di istituzioni in grado di percepire le potenzialità del mezzo televisivo, ma non ancora di dominarlo.

Appunti, imbarazzi e orrendi arredamenti

È evidente l’imbarazzo di Amintore Fanfani, presidente del Consiglio, che regge un foglio di appunti; fa quasi tenerezza Achille Occhetto seduto a un tavolo troppo alto, di un orrendo stile neo-rinascimentale, pescato da chissà quale sceneggiato perché le scenografie cambiano, si adeguando ai tempi e ai momenti, e la tentazione del caminetto, del salotto di casa, è sempre dietro l’angolo.
Matteo Renzi con la camicia bianca kennediana e l’eloquio scintillante non era ancora nato.
SVANTAGGIO ESTETICO. Qualcuno di quella compagine d’esordio, di quei Nenni, Pajetta, Berlinguer, si schermiva con i telespettatori, abituati all’attrattività fisica dei conduttori, ammettendo il proprio svantaggio estetico rispetto ai Gassman e i Corrado.
Il mezzo intimidiva, e anche un “Migliore” non lo era purtroppo in tutte le occasioni.
GELOSIE E DIBATTITI. Nascevano gelosie, dibattiti, risentimenti, non diversamente da oggi, ma platealmente dichiarati, quasi ingenui: durante un Consiglio dei ministri, l’esponente della destra democristiana Mario Gonella, la corrente che mal sopportava le aperture introdotte dall’esecutivo guidato da Fanfani, accusava le Tribune di aver fatto fare bella figura al comunista Pajetta durante un incontro sull’energia nucleare e la televisione di «aver portato Togliatti e le ballerine nel cuore degli italiani».
CONSENSO MOLTIPLICATO. Più della radio, molto più del cinema, la televisione che entrava nelle case venne immediatamente percepita come il mezzo e il moltiplicatore di consenso più efficace.
Nell’anno dell’esordio di Tribuna politica, gli abbonamenti superavano i 2,2 milioni, dei quali 109 mila stipulati da locali pubblici.
Milioni di piccole piazze catodiche, come vennero definite nel giro di pochi anni, che offrivano infinite opportunità e qualche rischio: mentre un gruppo di giornalisti diventava officiante del segno e del sogno di una politica offerta al giudizio dei telespettatori (meravigliosa la fotografia di Granzotto chino su Fanfani a indicargli con ogni probabilità tempi e stile dell’intervento), la politica trasformata in spettacolo finiva inevitabilmente per prestarsi a battute, imitazioni e satira.

Studi allestiti come aule universitarie

Non erano ancora gli Anni 90 di Avanzi e del perfidissimo Pippo Chennedy show ma, pur con molta cautela, Studio Uno (1961) e Doppia Coppia (entrambi riproposti nei video che accompagnano l’esposizione) riprendevano già tic, intercalari e incertezze.
CONTROLLO OSSESSIVO. Il controllo sul prodotto era ancora ossessivo e, come ricorda il curatore Edoardo Novelli nel catalogo edito da Eri Rai, «l’infelice battuta 'l’Italia è una Repubblica fondata sulle cambiali', procurò ai tre autori, Terzoli, Zapponi e Zucconi, più di un problema con il governo».
Gli studi venivano allestiti dapprima come aule universitarie (agli albori le Tribune erano conferenze stampa), quindi come salotti: talvolta lo erano davvero, oppure venivano ricostruiti con uso di tappezzeria in broccato, quinte di un racconto para-cinematografico che l’inquadratura ampia delle immagini rivelava.
MONTANELLI CON SPINELLI. Ecco Indro Montanelli che ascoltava deferente Altiero Spinelli, ecco un dibattito del 1961 su “La donna nella democrazia” che vedeva sedute attorno al tavolo fine Ottocento di mogano, lucido, da casa altoborghese, esponenti femminili della politica e dell’impegno civile di tratti, portamento e fisico con cui le Moretti e le Santanché di oggi rifiuterebbero un apparentamento (e loro, forse, pure).

Storica performance muta di Pannella e Bonino

In meno di un decennio, però, la formula della Tribuna iniziò a mostrare segni di sclerotizzazione, e qualche tempo dopo lo storico moderatore Jader Jacobelli segnalò che il programma correva il rischio di «formalizzarsi, di ritualizzarsi, di apparire sempre più un gioco tribunizio, di perdere cioè quello slancio, quella capacità di incidere degli esordi».
Le scosse, sociali ancor prima che politiche, dei 70, lasciarono le Tribune tramortite.
NIENTE INNOVAZIONE. Fallì ogni tentativo d’innovazione, dalle Manifestazioni di propaganda del 1968 alla Tribuna popolare del 1970 (la formula toccò perfino il tema della moda, in certi Processi alla moda di apparato inquisitorio dove la strepitosa eleganza di Mariuccia Mandelli, già diventata “Krizia”, e la verve di Natalia Aspesi, spiccavano per distonia).
Lasciarono invece tracce durature, nonostante i pareri discordi, le Tre Tribune del referendum del 18 maggio 1978, dove Marco Pannella si presentò imbavagliato in compagnia di Mauro Mellini, Gianfranco Spadaccia ed Emma Bonino.
Chiunque vi assistette ricorda ancora quella performance muta di 25 minuti.
IMMAGINI PIÙ DELLE PAROLE. «Era la prova che in televisione le immagini comunicavano quasi più delle parole», sottolineano i curatori.
Era anche una sorta di prova, in anni immediatamente successivi alla prima riforma della Rai del 1975, dei talk show a venire.
E l’uso del sostantivo “talk” - parola, discorso - non sembri un ossimoro: la retorica classica, alternanza di parole e di silenzi, di pause e di veemenza, è ancora il segreto dei monopolizzatori degli studi di Giannini e di Porro, di Telese e Paragone.
Lo spettacolo ha bisogno anche dei silenzi. L’attuale ritorno all’intervista one-to-one, al confronto diretto, più che un’indicazione del nuovo direttore generale della Rai, Antonio Campo Dall’Orto, è una necessità.

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