Chili Stefano Parisi 151021103216
INTERVISTA 22 Ottobre Ott 2015 0900 22 ottobre 2015

Parisi di Chili: «Ma quale nemico, Netflix ci aiuterà»

In Italia la tivù online vale 40 mln l'anno. In Gb 800. «Qui manca cultura digitale, ma il colosso Usa spingerà il mercato», dice Parisi, numero 1 di Chili.

  • ...

Se ne parla ormai come di un D-day, di una data che potrebbe rivoluzionare per sempre il mondo della televisione in Italia. Il 22 ottobre anche nel nostro Paese arriva Netflix, il colosso Usa della tivù in streaming: gli appassionati sono già pronti, i rivali in tensione.
Non tutti però. C’è chi aspetta lo sbarco della “concorrenza” con curiosità e una discreta dose di ottimismo.
GIRO D'AFFARI DA 30-40 MILIONI. «La buona notizia è che Netflix porterà una bella accelerata al mercato del video on demand che in Italia è ancora in fase embrionale», spiega a Lettera43.it Stefano Parisi, ex numero uno di Fastweb e Confindustria digitale e ora presidente nonché fondatore di Chili, la prima piattaforma italiana per la distribuzione digitale di film e serie tivù.
«Oggi nel nostro Paese la tivù online genera un giro d'affari di circa 30-40 milioni di euro all'anno», continua. «Pochissimo se si pensa che, solo per fare un esempio, nel Regno Unito il valore è di circa 800 milioni di euro».
UN ARCHIVIO DI 6 MILA TITOLI. Chili, nata nel 2012 come spin off del ramo d’azienda Over The Top Tv di Fastweb, e che nel 2014 ha iniziato a camminare con le sue gambe, oggi conta su un archivio digitale di circa 6 mila fra film e serie tivù, 450 mila utenti e circa 10 mila clienti al mese.
È da poco sbarcata anche sull’Xbox 360, la consolle Microsoft per il mondo del gaming, e ha da tempo un unico obiettivo: aiutare il “dialogo” fra i contenuti on demand e gli italiani.

Il presidente e fondatore di Chili, Stefano Parisi.

DOMANDA. Quindi, più che un “nemico”, potrebbe rivelarsi un “alleato” per spingere il mercato?
RISPOSTA.
Sì, aiuterà a diffondere la cultura del video digitale. Un nuovo modo di vedere e concepire la televisione che abbiamo cercato in questi anni di far scoprire ai nostri clienti. Neanche i produttori di tivù si sono spinti finora in questo terreno.
D. C’è anche lo scoglio della connettività?
R.
No, non è una questione di banda larga. È soprattutto un problema culturale.
D. Cioè?
R.
Il problema è soprattutto la scarsa inclinazione al digitale degli italiani anche se ormai i mezzi sono a disposizione di tutti.
D. In che senso?
R.
Basta un esempio su tutti. In Italia a oggi sono state vendute 8 milioni di smart tivù. Peccato che però quelle realmente connesse siano appena 2,8 milioni.
D. Gli altri la utilizzano come una “semplice” televisione?
R.
Esatto. Qualcosa si muove, ma molto a rilento: entro la fine del 2016 i televisori intelligenti venduti saranno circa 10 milioni, quelli connessi dovrebbe salire a 4 milioni. C’è ancora tanto da fare, soprattutto in confronto ad altri Paesi europei.
D. Qualche esempio?
R.
In Germania, solo per citare un caso, le televisioni connesse sono il 70% del totale.
D. Quindi il piccolo schermo potrebbe aiutare il digitale?
R.
Ne siamo sicuri. Da lì partirebbe la vera rivoluzione. Quando i nostri clienti iniziano a vedere un film su una smart tivù poi non tornano indietro. Anzi, diventano “consumatori seriali”.
D. Ovviamente il nodo dei dispositivi è solo uno dei problemi…
R.
Purtroppo sì. Un altro mostro contro cui bisogna lottare tutti i giorni è la pirateria digitale che rischia di fare al cinema quello che anni fa ha fatto alla musica.
D. La musica, però, si è salvata.
R.
Sì, proprio grazie al digitale. Ha trovato la sua strada offrendo gli stessi contenuti in modo legale.
D. Che lezione può imparare il mondo del video on demand?
R.
Prima di tutto che bisogna distinguere i propri “nemici” prima di iniziare a combatterli.
D. In che senso?
R.
Il mondo che oggi è ancora attratto dalla pirateria è quello legato all’utiilzzo della banda larga fissa e del multiscreen: tivù ma soprattutto pc e tablet. Per sfondare, il nostro settore deve intercettare soprattutto un altro mercato.
D. Quale?
R.
Quello che prima era appannaggio dell’home video: di chi comprava o noleggiava un dvd e lo portava a casa. Questa è la fetta maggiormente ricettiva e, al tempo stesso, ancora dimenticata.
D. Perché secondo lei?
R.
Perché i dvd non sono stati sostituiti se non dalla pirateria, dai film scaricabili illegalmente sul web. Bisogna dare un alternativa legale alle famiglie.
D. A tutto vantaggio degli operatori…
R.
A vantaggio di tutti gli attori: sarebbe strategico non solo per noi, ma anche per gli operatori delle telecomunicazioni e persino per i produttori di hardware.
D. Forse quando siete partiti il mercato non era davvero pronto...
R.
Noi siamo partiti molto presto. Già prima di staccarci da Fastweb avevamo lanciato il progetto dell’Iptv che era pionieristico: eravamo la seconda televisione Ip al mondo dopo quella di Hong Kong.
D. Questo vi ha fatto commettere diversi errori, ma vi ha permesso oggi di conoscere a fondo questo mercato.
R.
Esatto, oggi abbiamo guadagnato una solida consapevolezza che ci permette di proiettarci nel prossimo futuro con maggiore serenità.
D. Cosa vi fa essere diversi dagli altri?
R.
Noi non viviamo di abbonamenti flat come molti nostri “concorrenti”, Netflix in testa. Abbiamo a disposizione un catalogo di titoli fra i più estesi e puntiamo tutto principalmente sul noleggio.
D. Come funziona?
R.
Chi arriva da noi non ha vincoli: può acquistare un film e vederlo (anche offline) e tornare tutte le volte che vuole e pagare solo quello che sceglie di vedere.
D. Si tratta di un modello di business più difficile da sostenere nel medio periodo?
R.
Non è detto.
D. L’anno scorso, però, avete aperto il capitale ai fondi di investimento.
R.
Sì, abbiamo fatto un aumento di capitale nel 2014 che ha finanziato l’apertura negli altri Paesi in cui oggi già operiamo o stiamo per sbarcare.
D. Un desiderio di internazionalizzazione?
R.
Soprattutto il desiderio di diventare una piattaforma europea. Pensiamo che l’Europa abbia bisogno di una sua realtà e non solo di replicare i successi made in Usa.
D. Cosa vi fa essere ottimisti?
R.
Le previsioni, i numeri: nei prossimi quattro anni in Europa il mercato dei video on demand crescerà del doppio rispetto agli Stati Uniti. Qui ci sono ancora margini e spazi interessanti per molti operatori.
D. Quali saranno i prossimi passi di Chili?
R.
Con molta probabilità ci sarà un nuovo aumento di capitale e poi, nei prossimi due o tre anni, potremmo pensare alla quotazione.
D. Nel frattempo, Netflix preparerà il mercato...
R.
Finalmente potremmo occuparci anche noi del nostro core business, la vendita dei film, senza dover prima fare “formazione” ai nostri clienti (sorride, ndr).
D. Ora non resta che convincere le major a vedere l’home video come una parte importante di una stretegia integrata.
R.
Temono ancora che possa cannibalizzare le sale cinematografiche. Ma non è vero. Anzi, è piuttosto un modo per intercettare quel grosso bacino di utenti che al cinema non andrebbe comunque.
D. Invece la promozione dei titoli è sempre e solo legata all’uscita nelle sale…
R.
L’investimento in comunicazione su un titolo viene fatto sulla base del risultato al botteghino nel primo weekend d’uscita: sono quelli i numeri che secondo le major decretano il successo o l’insuccesso.
D. E invece?
R.
Sono convinto che se promuovessero un titolo anche in occasione dell’uscita digitale i numeri sarebbero diversi e i risultati inaspettati. E questa logica dovrebbe essere applicata non solo alle prime visioni..
D. Cioè?
R.
Spesso sono tantissimi i titoli che in Italia non sono stati pubblicizzati e che invece potrebbero fare numeri interessanti. Il problema è tutto nella proposta, non nell’offerta.
D. Questa cosa vuol dire?
R.
Che dovremmo iniziare a lavorare anche secondo una logica di filoni culturali. Proporre i titoli un po’ come oggi fa Spotify con la musica: accorpandoli secondo area tematiche, autori, stili, costruendo motori di ricerca interni semantici.
D. Oggi invece i cataloghi sono spesso anonimi e senza un fil rouge...
R.
Purtroppo sì, mentre lavorare in quell’ottica significherebbe diffondere davvero una cultura cinematografica.
D. A misura di tutti, non solo degli appassionati?
R.
Chiunque può appassionarsi al cinema. L’importante è metterlo nelle condizioni ideali per farlo.

Correlati

Potresti esserti perso