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TELEVISIONE 21 Novembre Nov 2015 1500 21 novembre 2015

Talk show, fenomenologia di un declino

Niente approfondimenti. Poca sperimentazione. Sempre gli stessi volti politici. Così il format è andato in crisi. Privilegiando i frammenti. Senza narrazione.

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Da sinistra: Giovanni Floris, Massimo Giannini, Lilli Gruber, Corrado Formigli e Gianluigi Paragone.

Sino a qualche anno fa dicevi talk show e citavi Michele Santoro.
Perché è stato lui, l’inventore di Samarcanda in Rai e il timoniere di Servizio Pubblico su La7, a portare la tivù nelle piazze e la politica in televisione.
Creando un mix perfetto, dove il racconto era funzionale al programma.
Nei prodotti di Santoro c’era un punto di partenza e un approdo finale.
Oggi non è più così.
DILAGA LA DISAFFEZIONE. La frenesia degli editori, l’aumento dei costi e la disaffezione del pubblico hanno partorito una marmellata televisiva composta da pezzettoni, ma privi di sapore.
Che servono a riempire intere serate, svuotando contemporaneamente il senso stesso del programma di approfondimento.
SENZA INIZIO NÉ FINE. Oggi non si approfondisce più, oggi si appiattisce soltanto l’offerta, in modo da coprire uno spazio che, in media, va delle 21 a oltre la mezzanotte.
Troppo per qualunque spettatore, poco per gli editori, il cui unico fine è comprimere i costi e mantenere gli ascolti.
Nella tivù che è sempre meno televisione e sempre più elettrodomestico, programmi di punta come DiMartedì e Piazzapulita su La7, Ballarò su RaiTre, Virus suRai Due, Porta a Porta su RaiUno, solo per citare i principali, non hanno più un vero inizio e una vera fine.

Interviste, comici, sondaggi: tasselli che hanno vita propria

Maurizio Crozza durante la copertina diMartedì del 17 febbraio.

In pratica i cosiddetti talk show vengono costruiti iniziando a registrare interviste nel pomeriggio, che variano fra i cinque e i 10 minuti, ai quali vengono aggiunti servizi e presunte inchieste da due tre minuti l’uno.
E poi ci sono le schede, i comici come Maurizio Crozza, i sondaggi per buttare in pasto al telespettatore un po’ di numeri. Tutti frammenti, tasselli che hanno vita propria.
GLI HIGHLIGHTS SUL WEB. Tanto che il pubblico giovane usa la Rete per rivedere solo le cose che gli interessano.
Un po’ come i gol e le azioni salienti nelle partite di calcio.
Lo spazio vero, quello dedicato al dibattito reale, occupa al massimo la prima ora di programma, dove i conduttori si sparano le cartucce migliori.
Non è più talk show, ma si tratta di frammenti di televisione.
VINCE IL METODO BLOB. È un po’ come se il metodo Blob fosse stato esteso a tutti i prodotti televisivi.
Ad abbassare ulteriormente il livello contribuisce la presenza ossessiva della politica e dei soliti politici che fanno parte delle compagnie di giro.
In pratica gli ospiti sono quasi sempre gli stessi e recitano la parte che è stata dato loro da recitare.
Non siamo di fronte a una crisi del talk show come format televisivo, ma siamo alla conclamazione del fallimento della politica in prima serata.
LE STORIE DOVE SONO? Mancano le storie, mancano le narrazioni, mancano le discese negli inferi dei gironi danteschi di un’Italia che non viene più raccontata.
Ciò che viene offerto al telespettatore altro non sono che frammenti di un quarto d’ora, tarati su questo o su quell’argomento, capace di attrarre l’attenzione del pubblico televisivo sono per quel segmento del programma.
In pratica siamo allo spezzatino dell’approfondimento televisivo.
E, a essere onesti, tutto ciò spiega come mai Michele Santoro abbia scelto di uscire, almeno per ora, dal video.

Format nato per la seconda serata: una fascia che ora non c'è più

Matteo Renzi intervistato da Giovanni Floris.

Non c’è solo la televisione fatta a pezzettoni a fare diventare il prodotto televisivo sempre più scadente.
A rendere l’offerta priva di appeal contribuisce, e non poco, la totale assenza di sperimentazione.
In pochi accettano di ricordare il fatto che i cosiddetti talk show sono nati in seconda serata: gli esperti sostengono che quella è la loro esatta collocazione, e che oggi la seconda serata non c’è più, cannibalizzata dalla logica del mercato.
Mancando quella fascia, nessuno sperimenta più, né la Rai né le altre emittenti.
È SCOMPARSA LA SATIRA. Tanto che anche i i programmi di satira sono scomparsi, ammazzati dalla dittatura dello share e dalla cecità della politica che si è annessa la prima serata televisiva.
Dal radar non sono spariti solo Renzo Arbore e quelli come lui, ma anche la banda Guzzanti e Serena Dandini, tanto per citare i nomi più importanti.
Al loro posto hanno fatto la loro comparsa improbabili tentativi, senza un presente e con deficit di futuro insito nell’idea stessa.
LE RETI ARRANCANO. Come venire fuori? Difficile fare previsioni.
La7 di Urbano Cairo è ancora avvinta come l’edera all’idea che il bla bla sia l’unica via d’uscita in tempi di vacche magre.
Ma i fatti dicono il contrario. L’uscita di Santoro e lo spostamento di Formigli al giovedì ha solo tappato una falla, ma non ha certo risolto i problemi.
La Rai vive una crisi nera, di idee e uomini, e la terza rete è diventata una zavorra.
Mediaset e Sky navigano a vista, senza avere una meta precisa. E allora avanti tutta con la tivù a pezzettoni.

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