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INTERVISTA 24 Novembre Nov 2015 1730 24 novembre 2015

Vittorio Sgarbi: «Senza mia sorella Bompiani è inutile»

Elisabetta ha fondato una nuova casa editrice. In rotta con Mondazzoli. E lui l'ha seguita. «Ma saremmo stati liberi anche col Cav». L'autore e critico d'arte a L43.

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Il porto in cui era approdata all'inizio di ottobre, forse, era anche il più sicuro. Ma in Mondazzoli, Elisabetta Sgarbi ci si sentiva stretta. Così ha armato la sua Nave di Teseo, ha issato le vele, e (come aveva anticipato Lettera43) è partita per una nuova avventura, caricando sul vascello una ciurma fatta dei compagni più fedeli, da Umberto Eco a Furio Colombo, da Sandro Veronesi a Susanna Tamaro.
AUTORE MA NON FONDATORE. Tra loro non poteva mancare Vittorio Sgarbi, presente come autore ma non come fondatore, non del tutto convinto delle ragioni che hanno portato allo strappo, ma mai in dubbio sulla decisione di seguire la sorella.
«Ho fatto quello che ho potuto per provare a evitare la rottura», ha raccontato a Lettera43.it, «ho cercato di mediare, visti i miei buoni rapporti con i Berlusconi, li ho fatti incontrare e parlare, e credo non ci sarebbero stati problemi di autonomia e libertà restando dentro Bompiani».
«BERLUSCONI AVEVA GARANTITO PIENA AUTONOMIA». La pensa diversamente, insomma, da quegli autori che nel febbraio 2015 avevano firmato l'appello lanciato da Umberto Eco: «Berlusconi aveva interessi solo di natura commerciale, ma ha garantito che non ci sarebbe stata alcuna intromissione sul piano editoriale. E io gli credo». Eppure ha fatto i bagagli ed è salito sulla Nave anche lui: «Non potevo non condividere l'impresa di mia sorella. Mi sono limitato a dare la mia adesione come autore, senza tecnicamente partecipare alla fondazione, mi sembrava la soluzione giusta».

Vittorio Sgarbi con Silvio Berlusconi (©ImagoEconomica).

DOMANDA. Le dispiace lasciare Bompiani?
RISPOSTA.
Non me ne frega niente. Bompiani per me era mia sorella, una degli ultimi editori puri che seguono l'autore e lo supportano come i galleristi fanno coi pittori.
D. E questo immagino che sia apprezzato dagli autori.
R.
Certamente, è la ragione del consenso che lei ha raccolto tra di loro. In lei vedono una persona, non una macchina editoriale. Eco in primis.
D. Ora sarà così con La nave di Teseo. Restare in Bompiani era impossibile?
R.
Per lei sì. A causa di una sua insofferenza che non so quanto sia giustificata fino in fondo.
D. In che senso?
R.
Berlusconi e la figlia le avevano garantito massima autonomia. Il loro interesse è solo imprenditoriale ed economico. Ma questo non le bastava: lei voleva il 51% di Bompiani per averne il controllo editoriale.
D. E quello economico?
R.
Da quel punto di vista non sarebbe cambiato nulla, avrebbero diviso i profitti. Ma la parte editoriale la voleva avere non solo a parole, ma nei fatti.
D. Perché voleva fare un'operazione del genere?
R.
Forse anche per un fatto psicologico, per poter dire: «Noi siamo noi, punto». A Rizzoli mancava un volto da padrone, Elkann non fa paura come Berlusconi. Bompiani era un miracolo di autonomia totale di mia sorella con un padrone che non c'era.
D. Un miracolo che non poteva ripetersi in Mondazzoli?
R.
No, perché alcuni degli autori, anche per ragioni ideologiche, non volevano sentirsi nell'ambito di ciò che Berlusconi ha rappresentato sul piano editoriale e politico. E temevano intromissioni. Bompiani si sarebbe dimezzata. Molti, a partire da Eco, sarebbero andati via.
D. Sua sorella l'ha fatto per loro?
R.
Certamente Eco, Colombo, Veronesi le avranno dato la sensazione di essere così dalla sua parte che lei ha fatto la scelta più importante della sua vita.
D. E ha fatto bene?
R.
Quanto ci sia di velleitario e passionale io non lo so, però è una battaglia che le fa onore. Poi ha accanto il più importante scrittore italiano. Ha fatto un buon colpo direi.
D. Ma la fusione Mondadori Rizzoli mette davvero in pericolo il pluralismo?
R.
Berlusconi ormai si chiama Mondadori, Rizzoli, Einaudi e Bompiani, solo prendendo i nomi delle case editrici che ha raccolto. E se pensiamo a Einaudi e a come ha mantenuto la sua identità non c'era ragione di preoccuparsi.
D. Però qualche problema con alcuni autori l'ha avuto. Saviano, per esempio.
R.
Ma Saviano è diventato ricco con Mondadori. Ci sono stati degli scontri perché lui si è messo a fare il fenomeno, ma lo pubblicavano. Poi è stato lui ad andarsene perché non voleva più essere associato a Berlusconi in nessun modo. Ma intanto aveva pubblicato i suoi libri con Segrate.
D. Quindi non avrebbe influito sulla linea editoriale.
R.
Se non ci fossero tutte queste belle fighe di autori... L'editore non è in realtà uno che impone delle cose. Soprattutto se non ha la personalità di un Bompiani o di un Rizzoli. È un peccato, perché io tutte queste pressioni non le vedo. Però l'autore se le immagina.
D. E sbaglia?
R.
Voglio dire, io prendo 80 mila euro per un libro e quel libro vende. Nessuno mi ha mai toccato una riga, dove è il problema? Comunque c'è chi può decidere se Berlusconi ha ragione o no.
D. E chi è?
R.
L'Antitrust. Solo l'autorità può decidere chi ha ragione e chi ha torto, e se sia possibile che un unico proprietario concentri il 40% del mercato.
D. E lei cosa ne pensa?
R.
Al di là dei giudizi di merito, penso che dovremmo riflettere su un fatto: se parlassimo di giornali, e immaginassimo che Corriere e Repubblica siano proprietà dello stesso soggetto, tutti si incazzerebbero. Siccome parliamo di libri nessuno fa una piega, a parte i nostri autori. Quindi la letteratura conta meno?
D. Perché non è stata possibile l'acquisizione di Bompiani da parte di sua sorella?
R.
Marina Berlusconi la vedeva come una forma di mortificazione della sua famiglia da parte degli autori.
D. E ora si ritrova con una Bompiani svuotata.
R.
Sì, ha perso il suo senso. Prima era il marchio chic di Rcs, come Audi con Volkswagen. Ormai gli autori rimasti potrebbero indifferentemente pubblicare con Rizzoli o Bompiani. E a quel punto ha ragione
D. Non un bene.
R.
Dipende. Se l'Antitrust dovesse esprimersi contro l'operazione Mondazzoli, obbligando ad alcune dismissioni, la perdita delle quote di mercato causata dallo strappo di mia sorella sarebbe utile anche a loro.
D. Questa situazione le dispiace anche per via dei suoi rapporti con Berlusconi?
R.
Ma no. Semplicemente io sono una figura particolare, faccio sempre i cazzi miei e sono uno dei pochi intellettuali che ha buoni rapporti con Berlusconi.
D. E lo ha difeso in più di un'occasione.
R.
Credo che il processo Ruby dimostri che è stato messo al centro di una congiura idiota per le stronzate. E da questo dipende anche, secondo me, la questione islamica.
D. In che senso?
R.
Se avesse avuto più prestigio non avrebbe permesso i bombardamenti sulla Libia, invece è andato lì come un fessacchiotto a farsi prendere in giro da quei deficienti di Sarkozy e della Merkel, ed eccoci qua. Però l'ho anche criticato.
D. Su cosa?
R.
Per esempio non sono d'accordo su tutte le cagate che ha fatto, da Alfano a Verdini. Non condivido la sua posizione di debolezza, talvolta, ma non sono un anti berlusconiano. Però non ho mai avuto dubbi sul fatto che sarei andato dove andava mia sorella.
D. E non aveva preferenze?
R.
Ho sperato fino all'ultimo che rimanesse in Bompiani, ma per lei. Finché ci sarà lui possiamo essere sicuri che Mondadori e Rizzoli non moriranno. Un editore piccolo si espone a molti rischi.
D. Magari la presenza di editori stranieri tra gli azionisti può dare più stabilità.
R.
No, gli editori non contano nulla. Nessuno compra un libro per l'editore. Lo compra per l'autore.
D. E quelli, a la Nave di Teseo, non mancano.
R.
Eh, appunto. Adelphi va bene, mia sorella punta a fare una Adelphi migliore. Il problema semmai è di Berlusconi. Hanno sottovalutato la forza tecnico-etica di mia sorella. Senza di lei la Bompiani è inutile.

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