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EDITORIA 11 Febbraio Feb 2016 1550 11 febbraio 2016

Rcs, Bazoli in campo: cerca fondi e soci per ripartire

Aveva giurato di smettere. Ma soltanto lui può salvare il Corsera dal tracollo. Così Bazoli ha chiamato Rocca e Bonomi: servono 200 milioni. E nuovi vertici.

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Il banchiere Giovanni Bazoli. Sullo sfondo, la sede del Corriere della Sera in via Solferino a Milano.

E alla fine, suo malgrado, il patriarca fu obbligato a ridiscendere in campo.
A 83 anni suonati, di cui più di trenta spesi nell’olimpo del sistema bancario italiano, Giovanni Bazoli è costretto ad occuparsi ancora una volta del Corriere della sera. «L’ultima», dice tra il fastidio e l’ambasce a chi gli sta vicino.
Protagonisti lui, Gianfelice Rocca, Andrea Bonomi e altri volonterosi che vorranno avventurarsi nell’impresa.
C’è un accordo da rispettare, e uno storico padrinaggio che gli impone l’ingrato compito.
LA CONSEGNA DELL'AVVOCATO. Il primo è con Gianni Agnelli, che sul letto di morte gli raccomandò i destini del quotidiano di via Solferino. Il secondo risale agli inizi degli anni ‘80, quando l’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta mise nelle mani del professore bresciano le sorti del Banco Ambrosiano in liquidazione. Dentro, come noto, c’era l’allora Rizzoli, malamente caduta nelle mani della trama piduista di Calvi,Gelli e Ortolani che vi avevano infiltrato i proprio uomini.
Da allora Bazoli considera quella del Corriere una missione della vita: lo ha difeso nei momenti bui, ne ha respinto gli appetiti, guasconi o blasonati che fossero, ha messo sull’altare e precipitato nella polvere direttori che ne tradivano la linea di interprete di una oramai sbiadita borghesia illuminata.
UN DIARIO SEGRETO NEL CASSETTO. Ha tenuto, nel corso di tutto questi anni, un minuzioso diario su ciò che è successo intorno al giornale, che sono ovviamente uno spaccato di un capitalismo italiano che fu: quello dei salotti e dei patti di sindacato, di famiglie ora uscite di scena, di splendori e miserie che si sono consumate alla sua ombra.
Quel diario è gelosamente custodito in un cassetto della sua scrivania a Ca’ de Sass, il quartier generale di Banca Intesa di cui presto sarà presidente emerito.
A MATITA, COME INSEGNAVA CUCCIA. Chi lo ha sbirciato racconta sia scritto a matita, esattamente come faceva il suo nemico Enrico Cuccia che un giorno lo aveva avvertito sui rischi dell’inchiostro indelebile. A Mediobanca, fin che il banchiere era vivo, tutto si scriveva a matita. Troncare le ambizioni degli audaci che sfidavano al supremazia dell’istituto, sopire le liti tra i padroni del vapore, cancellare le tracce era il credo del furetto di via Filodrammatici.
«Quando vado in pensione lo pubblico» aveva detto con malcelata piaggeria Bazoli a un cronista che gliene chiedeva conto. Quindi quel libro non uscirà mai.

Servono 200 milioni per azzerare il debito e ripartire

Ma a lui tocca comunque aggiungerne un altro capitolo, l’ultimo, il più difficile.
Rcs è a un passo dal tracollo, e stavolta non si scherza. Non ci sono più azionisti disposti a metterci dei soldi, né più lo spirito con cui, ad esempio, l’Avvocato li metteva: «So che li perdo, ma così non ho fastidi e sono pur sempre l’editore del Corriere della sera».
NESSUNO DISPOSTO A RICAPITALIZZARE. I suoi eredi la pensano diversamente. John Elkann non vede l’ora di mollare tutto, e se non fosse di gran lunga il primo socio della scombiccherata compagine lo avrebbe fatto da tempo. Non parliamo di Sergio Marchionne, che si ritrova le perdite in capo a Fiat.
Diego Della Valle, il pierino che non perdeva occasione di trattare a pesci in faccia arzilli banchieri e nipoti imbecilli, sul tema è stato a suo tempo lapidario: «Altro denaro? È come buttarlo in una fornace». Urbano Cairo, invocato da più parti come l’unica panacea, tentenna. Conosce i veri numeri e sa che potrebbero affondarlo solo salisse sulla nave in tempesta..
LE BANCHE VOGLIONO USCIRE. Le banche mordono il freno. Per i loro crediti Rcs è too big to fail, ma c’è un limite a tutto. E poi va bene il capitalismo di relazione, ma non sono più i tempi in cui le azioni si pesano. Uscire prima possibile, è la parola d’ordine.
Così che, in mezzo a rifiuti e disgusti, il patriarca ha si è fatto latore dell’appello. Bisogna iniettare nelle casse della casa editrice almeno 200 milioni, in modo tale che con il ricavato della vendita dei libri (ma l’Antitrust sembra intenzionato a non farla facile) il debito quasi sparisce. Da lì, occorre ripartire.
L'ULTIMA SFIDA, PER NUOVI SOCI. Con nuovi soci al timone, e soprattutto nuovi manager, perché la parola d’ordine è azzerare tutto, voltare pagina con un passato il cui retaggio spinge la società verso un cupio dissolvi.
Su quest’ultima spiaggia Bazoli ha buttato tutto il suo credito, che non è certo solo bancario. In anni meno convulsi si ergeva orgogliosamente al ruolo di banchiere di sistema, e quella del Corriere è sempre stata vissuta come una partita di sistema: il giornale dei poteri forti che non potevano perdere la loro voce.
Tempi non lontani che sembrano lontanissimi. Bazoli è un cavaliere del passato inopinatamente chiamato a combattere l’ultima sfida. E a terminare un libro il cui finale è ancora da scrivere.

Twitter @paolomadron

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